| LA NUOVA UNIVERSITÀ TRA "VIRTÙ", LUOGHI COMUNI E NEODIRIGISMO |
|
| Scuola e Università | |||||||||
| 10 febbraio 2012 | |||||||||
“Almeno lui ha il merito di essersi astenuto dallo scrivere!”. Così si narra abbia esclamato uno scienziato di fama internazionale, autorevole membro di una commissione ad un posto da Professore Ordinario, nel tentativo, coronato da successo, di sostenere il candidato munito del minor numero di pubblicazioni.
Ho l’impressione che nell’ambito del dibattito in corso sui temi dell’Università si stia perdendo di vista il senso autentico della istituzione universitaria pubblica, che è e deve restare luogo deputato, ad un tempo, al libero svolgimento della ricerca scientifica e alla formazione dei nostri giovani a condizioni omogenee sull’intero territorio nazionale.
Nell’opinione pubblica si sono infatti consolidati luoghi comuni, che hanno ispirato scelte normative e regolamentari rivelatesi penalizzanti per molti Atenei, soprattutto per quelli operanti in contesti territoriali economicamente depressi. Soltanto ora, vuoi per l’approssimarsi di nuove decisive riforme, vuoi per la percezione in concreto delle implicazioni dei nuovi provvedimenti, il dibattito si sta arricchendo di voci più consapevoli, che, lungi dal disconoscere l’esigenza di una modernizzazione delle nostre Università, insinuano fondati dubbi sulla coerenza, rispetto a tale esigenza, di alcune scelte, soprattutto in tema di valutazione degli Atenei e della ricerca. Scelte che, a ben vedere, attribuendo allo Stato, per il tramite del MIUR e dell’ANVUR, un incisivo potere di valutazione, rilevante sotto diversi ed importanti profili (finanziamenti, reclutamento, progressioni di carriera) delineano, nell’era delle liberalizzazioni, un modello marcatamente dirigista, che rischia di collidere sia con il diritto allo studio, che con i principi di libertà di ricerca e di insegnamento. Università virtuose e non. Il nuovo sistema si fonda, in primis, sulla distinzione tra Università virtuose e non, allo scopo, apparentemente commendevole, di incentivare una gestione efficiente delle stesse. Le strutture che risultano virtuose beneficiano infatti, fra l’altro, di finanziamenti che arrivano a 6.500 euro a studente, di maggiori risorse per la ricerca, di un’ampia libertà di assumere in servizio nuovi ricercatori e docenti. Gli Atenei collocati invece nel girone infernale delle non virtuose devono farsi bastare finanziamenti per 2.000 euro a studente o poco più, sono penalizzate nella distribuzione di risorse per la ricerca e non hanno pressoché margine per nuove assunzioni in servizio, con buona pace dei ricercatori precari, dei vincitori di concorso, dei giovani cultori o assegnisti. Sull’argomento illuminante è la lettera aperta indirizzata di recente al Ministro Profumo dai sei Rettori del Sistema Universitario Pugliese, Molisano, Lucano. A prescindere dalle enormi perplessità che desta l’utilizzazione di criteri premianti/penalizzanti destinati a riflettersi sugli utenti dei servizi universitari, vale a dire gli studenti e i giovani che si avviano alla ricerca, appare inaccettabile, per la sua palese iniquità e irragionevolezza, il criterio, ancora determinante, in base al quale il MIUR distingue tra strutture virtuose e non: virtuoso è l’Ateneo che riesce a destinare alla retribuzione del proprio personale docente e tecnico amministrativo meno del 90% del Fondo di Finanziamento Ordinario al lordo delle risorse che lo stesso riesce ad attingere da enti locali, imprese private, fondazioni bancarie etc.; non virtuoso è l’ateneo che sfonda tale soglia del 90%. Ne risulta così che gli Atenei meno ricchi, perché impossibilitati ad accedere a risorse esterne diverse dal F.F.O., scarse o assenti nei contesti territoriali in cui operano, sono condannati a ricevere la qualifica di “non virtuosi”; quelli che, al contrario, già dispongono del vantaggio competitivo di poter fare affidamento su finanziamenti di enti locali, fondazioni bancarie etc., disponibili nell’area in cui sono collocati, possono anche confidare nel quasi certo riconoscimento della patente di “Atenei virtuosi”. Il tutto quasi indipendentemente dalla qualità della didattica e della ricerca, il cui peso ai fini della distinzione in parola è, di fatto, marginale. E’ lecito dubitare che tutto ciò abbia a che fare con la valorizzazione del merito, col diritto allo studio e con la libertà di ricerca. Sotto altro profilo è la stessa determinazione da parte del Ministero dei criteri di ripartizione del F.F.O. (il Ministro Profumo ha recentemente dichiarato che, per l’ a. cc. 2012-2013, saranno rivisti quelli oggi in vigore) a inquietare, trattandosi di un vero e proprio ius vitae ac necis rimesso alla discrezione della Pubblica Amministrazione. Non proprio una scelta d’ispirazione liberale e tranquillizzante per chi abbia a cuore l’autonomia, non solo scientifica e didattica, della istituzione universitaria. La valutazione della qualità della ricerca. Anche il secondo pilastro su cui si regge il nuovo modello di università, quello della valutazione della ricerca (VQR), sollecita alcune riflessioni. Il tema è davvero scivoloso e ambiguo, come emerge dall’interessante contributo sulla metavalutazione di Anna Giunta e Luca Salvatici pubblicato su nelmerito.com . E come pure risulta dall’aneddoto riportato in epigrafe, che può allo stesso tempo essere riguardato come episodio di tracotanza baronale, o come riaffermazione dell’ovvio, ma talvolta dimenticato, principio secondo cui la qualità della ricerca non può essere misurata con criteri squisitamente quantitativi. La realtà è, non solo, che ogni settore scientifico esige l’applicazione di specifici criteri di valutazione, ma, soprattutto, che ogni criterio è in sé opinabile, fallace e manipolabile. Al fondo di tutto resta il dato incontestabile, che, qualunque sia il criterio prescelto, il processo valutativo dovrà prima o poi passare per un momento prettamente discrezionale. A risolvere un nodo di tale complessità e delicatezza, quale quello della valutazione, è oggi chiamata l’ANVUR, dalle cui determinazioni potranno dipendere, fra l’altro, l’accreditamento e il finanziamento degli Atenei e dei corsi di laurea, la scelta dei criteri con cui giudicare i candidati a concorsi universitari, l’approvazione degli stessi risultati delle procedure di valutazione comparativa. Si tratta, come noto, di una superstruttura, composta da 7 membri nominati dal Ministro dell'Università, dotata di competenze vastissime secondo quanto previsto dal D.P.R. 76/2010. Anche le regole di funzionamento di tale Agenzia confermano l’ispirazione dirigistica del nuovo ordinamento universitario, posto che le procedure di selezione dei componenti dell’ANVUR e delle sue articolazioni operative, tra cui quelle incaricate della VQR 2004-2010, si svolgono, sostanzialmente, senza l’interlocuzione della comunità scientifica (non bastando al riguardo la consultazione informale di esponenti di associazioni tra professori, spesso non sufficientemente rappresentative), come sarebbe invece auspicabile ove si voglia garantire autorevolezza e condivisione alle valutazioni dell’Agenzia stessa. Abolizione del valore legale della laurea. Si tratta di un altro pilastro (in costruzione) sui cui si fonda il processo di riforma in corso del quale, come ben messo in evidenza da Bernardo Giorgio Mattarella nel suo articolo pubblicato su nelmerito.com, non sempre si coglie appieno il significato. A mio avviso si tratterebbe di un provvedimento controproducente, sia sul piano della formazione, sia sul piano della valorizzazione del merito. Lo slogan “non conta il pezzo di carta ma la preparazione effettiva” è apparentemente persuasivo, ma si rivela ingannevole se si considera che il “pezzo di carta” costituisce un traguardo cui si giunge dopo trenta-quaranta esami sostenuti nell’arco, almeno, di tre - cinque anni. Come ritenere il diploma di laurea (e anche il voto riportato) meno affidante di una singola prova selettiva rimessa alla discrezionalità, e talvolta purtroppo agli abusi, di una singola Commissione? E’ comunque auspicabile che vi sia maggiore uniformità di valutazione degli studenti nei diversi atenei, risultato cui non sarebbe difficile pervenire, sol che si volesse, con gli strumenti oggi a disposizione del MIUR (peraltro, i dati di Alma Laurea offrono sul punto un quadro nemmeno così fosco). Il nodo da sciogliere è, a mio avviso, un altro e attiene all’improvvido riconoscimento ministeriale, nell’arco dell’ultimo quindicennio, di atenei fantasma, che nessuna garanzia forniscono sulla qualità dei docenti e dei titoli conferiti e che, attraverso convenzioni con Pubbliche Amministrazioni, consentono rapidi quanto immeritati avanzamenti di carriera. Si tratta di diplomifici il cui sviluppo è, in buona parte, all’origine del discredito di cui oggi soffre l’istituzione universitaria. Basterebbe eliminare tali diplomifici (numericamente si tratta di poche, ma invasive, realtà) e abbandonare il perverso sistema delle convenzioni tra Università e Pubbliche Amministrazioni, per risolvere molti dei problemi cui oggi si vuole porre rimedio con l’abolizione del valore legale della laurea, restituendo al nostro sistema universitario parte della credibilità perduta.
|
|||||||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|





“Almeno lui ha il merito di essersi astenuto dallo scrivere!”. Così si narra abbia esclamato uno scienziato di fama internazionale, autorevole membro di una commissione ad un posto da Professore Ordinario, nel tentativo, coronato da successo, di sostenere il candidato munito del minor numero di pubblicazioni.
Commenti (5)