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ECCO PERCH╔ IL REFERENDUM ELETTORALE NON ╚ STATO AMMESSO E-mail
Politica e Istituzioni
di Vincenzo Lippolis
10 febbraio 2012
referendum elettoraleLa sentenza della corte costituzionale n. 13 del 2012 che ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo della legge elettorale è ineccepibile. L’obiettivo dei promotori del referendum era di eliminare la legge elettorale vigente, il famigerato porcellum, e nel contempo far rivivere, come in un evangelico miracolo, la legge Mattarella, abrogata nel 2005.

I due aspetti, uccisione del porcellum e resurrezione del mattarellum, erano inscindibilmente legati perché in materia di leggi elettorali, secondo una costante giurisprudenza della stessa corte costituzionale, non può esservi un vuoto normativo e, quindi, non sarebbe stato possibile chiedere solo l’abrogazione della legge vigente.
Sulla base dei precedenti giurisprudenziali la richiesta dei promotori appariva un azzardo e l’esito del giudizio scontato. La sentenza ha puntualmente confermato i precedenti orientamenti della corte.
E’ stata ribadita l’infondatezza della tesi della reviviscenza di norme abrogate a seguito di abrogazione referendaria (già affermata esplicitamente nella sentenza n. 28 del 2011 e implicitamente nelle sentenze nn. 15 e 16 del 2008)) e, in linea di principio, il fenomeno della reviviscenza è stato confinato ad “ipotesi tipiche e molto limitate”. E’ stata una scelta saggia per la garanzia del principio della certezza del diritto che, in caso contrario, ne sarebbe risultato scompaginato. Se si allargasse a dismisura l’ambito della reviviscenza ad ogni abrogazione il legislatore e gli interpreti sarebbero costretti ad una ricerca “archeologica” delle norme che potrebbero eventualmente tornare in vigore.
E’ stata ribadita l’impossibilità di abrogazione totale di leggi elettorali in quanto costituzionalmente necessarie ed è stata confermato che i referendum su questo tipo di leggi possono essere solo parziali.
Dal “combinato disposto”, se così si può dire, di questi due principi è logicamente discesa l’inammissibilità dei quesiti referendari: non si poteva ad essi dare corso perché chiedevano l’abrogazione totale della legge 270 del 2005 sul presupposto infondato del ritorno in vigore della legge Mattarella.       
La sentenza della corte costituzionale è da condividere anche per quel che ribadisce in via generale circa la natura del referendum ex art. 75 della Costituzione che non può divenire “surrettiziamente propositivo”.  A mio avviso, il referendum costituisce una sorta di controllo da parte del corpo elettorale sull’operato legislativo del parlamento. La sua funzione è quella di rimuovere leggi, o parti di esse, non condivise dalla maggioranza dei cittadini. Il referendum è destinato a provocare un vuoto nell’ordinamento giuridico e non ha la forza giuridica di riempire questo vuoto con altre, nuove disposizioni di legge. E se pure, proprio in materia elettorale, sono stati in passato ammessi referendum manipolativi che mediante l’abrogazione di singole norme conferiscono un complessivo, diverso significato ad una legge (tipico esempio quello del 1993 che provocò il passaggio dalla legge elettorale proporzionale a quella maggioritaria), il caso deciso con la sentenza n. 13 presentava caratteri peculiari perché la richiesta referendaria mirava a ripristinare un sistema elettorale del tutto diverso da quello attuale e già soppresso proprio con la legge n. 270 del 2005. Se il referendum fosse stato ammesso, i cittadini che avessero voluto eliminare il porcellum avrebbero dovuto necessariamente volere il ritorno alla legge Mattarella. L’oggetto specifico del referendum più che l’abrogazione della legge vigente sarebbe stata la reintroduzione della legge Mattarella. In definitiva, nel caso la corte si fosse pronunciata per l’ammissibilità saremmo stati di fronte ad una radicale trasformazione dell’istituto del referendum da abrogativo in propositivo. Un’ipotesi che la nostra costituzione non ha contemplato. una macroscopica torsione dell’istituto del referendum da abrogativo a propositivo.
Su un piano più complessivo, mi pare che la sentenza della corte costituzionale ponga un argine alla pratica invalsa fin dal 1991 di intervenire sulla legislazione elettorale utilizzando l’istituto del referendum che, per le sue intrinseche caratteristiche, può operare con un raggio d’azione limitato, non può innovare con piena libertà di scelta e mal si presta ad incidere su una materia tecnicamente complessa come quella elettorale. Giustamente, a mio avviso, l’Assemblea costituente aveva votato una emendamento che inseriva le leggi elettorali tra quelle sottratte a referendum abrogativo. In sede di coordinamento del testo definitivo della Costituzione da sottoporre al voto finale, però, la menzione delle leggi elettorali scomparve dall’art. 75, senza che ne sia stata mai chiarita la ragione.   
L’inammissibilità del referendum ha un’altra conseguenza di natura politica: essa sottrae alla classe politica ogni alibi per eventuali rinvii della revisione della legislazione elettorale e la pone con nettezza di fronte alle sue responsabilità. Sarà necessario mettere mano alla riforma anche per dare una risposta a quei numerosi cittadini, un milione e duecentomila, che sottoscrivendo la richiesta di referendum hanno democraticamente manifestato la loro insofferenza nei confronti del porcellum e non meritano di essere trascurati nelle loro aspettative.
Non si può infatti dimenticare che già nel 2008, nel giudicare ammissibili altre richieste di referendum abrogativi aventi ad oggetto la legge elettorale vigente, la corte segnalò l’esigenza di considerare gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi. Ci si aspettava che la corte inserisse nella sentenza un monito ancor più netto e deciso, ma essa non poteva forse spingersi oltre perché dichiarare troppo esplicitamente che la legge vigente confligge con principi costituzionali, oltre a fuoriuscire dall’ ambito dello specifico giudizio sull’ammissibilità del referendum, avrebbe tolto legittimità al parlamento, per due volte eletto con tale legge con conseguenze politiche ed istituzionali inimmaginabili. Resta il fatto che, avendo la corte negato esplicitamente nella sentenza n. 13 la possibilità che in sede di controllo di ammissibilità dei referendum possano venire in rilievo profili di illegittimità costituzionale della legge oggetto della richiesta referendaria, le leggi elettorali continuano ad essere sottratte alla concreta possibilità di un controllo di conformità alla Costituzione da parte della stessa corte.
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