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L’EQUIVOCO DEL VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO* E-mail
di Bernardo Giorgio Mattarella
03 febbraio 2012
valore laureaUn nuovo feticcio alimenta il dibattito sull’istruzione: quello del valore legale dei titoli di studio, che molti – forse anche il Governo – vogliono abolire. In realtà, non c’è nulla da abolire, perché il valore legale è un insieme di fenomeni diversi: alcuni da conservare, altri da correggere. Se un problema c’è, non lo si risolve con una nuova legge, ma applicando bene quelle che ci sono.

Il valore legale in generale
Il Governo, sull’onda di un dibattito diffuso quanto confuso, ha cominciato a discutere dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Ma che cosa, esattamente, si vuole abolire? Quali norme si vogliono abrogare? O quali introdurre? È difficile rispondere a queste domande, perché la questione è mal posta: il valore legale non esiste come istituto unitario, è un insieme di cose diverse1. Per chiarirlo, facciamo qualche esempio.
Vorreste essere operati da un medico non laureato in medicina? Probabilmente no. La regola secondo la quale determinati professionisti devono laurearsi e poi superare un esame di abilitazione è un effetto del valore legale del titolo di studio. Ecco il primo ambito in cui esso opera: quello delle professioni. Se, invece, ritenere accettabile che vi siano medici (oltre che farmacisti, avvocati ecc.) non laureati, sappiate che questo non succede in nessuna parte del mondo occidentale. A dispetto di ciò che forse avete letto sui giornali, anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti queste categorie – e molte altre – devono laurearsi, prima di affrontare un difficile esame di abilitazione.
Volete che ci si possa iscrivere al liceo senza avere fatto le medie, o essendo stati bocciati all’esame di terza media? Probabilmente no. Ecco un altro positivo effetto del valore legale, che opera questa volta in materia di ordinamenti scolastici e universitari. Anche questo meccanismo esiste in tutto il mondo. Se, invece, siete per l’assoluta libertà di insegnamento e di apprendimento, allora il mulino a vento che dovete abbattere è l’art. 33 della Costituzione, che richiede un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi.
Assumereste un idraulico non laureato in ingegneria idraulica? Probabilmente sì. Nessun problema, gli idraulici non hanno bisogno di alcun titolo di studio, come non ne hanno bisogno i falegnami, i chiropratici e i consulenti filosofici, né di regola i lavoratori dipendenti. Semplicemente, per queste professioni e per l’impiego privato il valore legale non opera, perché non c’è nessuna ragione di farlo operare.

Il valore legale nel settore pubblico
Ancora un esempio. Vorreste essere giudicati da un magistrato non laureato in giurisprudenza? Probabilmente no. Però siamo entrati in un campo decisamente più problematico dei precedenti, quello del pubblico impiego. È vero, infatti, che, ai fini dell’assunzione dei pubblici dipendenti, i titoli di studio contano troppo e che non si fanno le giuste distinzioni tra i diversi titoli, in relazione a dove sono stati conseguiti. Inoltre, i titoli di studio, spesso conseguiti troppo facilmente, danno ingiusti vantaggi nello svolgimento della carriera. Ma questo non vuol dire che si debba abolire alcunché.
Facciamo un esempio. Il vostro comune bandisce un concorso per un posto da impiegato. È richiesta la laurea, ma il bando attribuisce un certo punteggio anche all’esperienza nel settore. Voi partecipate, forti del vostro 108 conseguito in un’università prestigiosa e il vostro sudato dottorato di ricerca (al quale il bando non dà alcun punteggio). Il concorso viene vinto da un candidato ignorante, che si è laureato con 110 in una mediocre università telematica e non ha fatto il dottorato, ma ha lavorato per qualche mese in quel comune, sulla base di un incarico conferito senza concorso. Egli, poi, fa anche carriera: consegue un master, di quelli in cui si paga molto e si studia poco, e con questo titolo – sulla base di previsioni del contratto collettivo e del regolamento del comune, fatte su misura per lui e per quelli che hanno fatto come lui – ottiene una progressione economica: il suo investimento è ben ripagato. Casualmente, è un parente del sindaco.
Poi succede ciò che speravate. Un governo illuminato abolisce il valore legale del titolo di studio: quindi non è più necessaria la laurea per partecipare ai concorsi pubblici. Il vostro comune bandisce un nuovo concorso e voi partecipate, convinti che questa volta andrà diversamente. Infatti va diversamente: con migliaia di partecipanti, il concorso dura alcuni anni; alla fine viene vinto da un altro parente del sindaco, non laureato. Anche lui aveva lavorato per qualche mese al comune, senza aver superato alcuna selezione. Ma lui è un grande appassionato di ornitologia e qualche mese prima il comune aveva deciso di costituire un servizio per la tutela degli uccelli, quindi il bando privilegiava coloro che potessero documentare esperienze di bird-watching. Qualche mese dopo l’espletamento del concorso, il comune si rende conto che nel suo territorio non ci sono molti uccelli da tutelare, il servizio viene soppresso e il vincitore viene assegnato alla segreteria del consiglio comunale. Anche lui farà la sua brillante carriera, con un corso di laurea di quelli riservati ai dipendenti pubblici (ai quali vengono riconosciuti tanti crediti per l’esperienza professionale) e altri titoli di studio a buon mercato, che il comune si premurerà di riconoscere ai fini della carriera.
Decidete di trasferirvi in un altro comune. Il nuovo comune bandisce a sua volta un concorso. Il bando richiede la laurea tra i requisiti, quindi i candidati sono un numero accettabile. Esso, però, affida alla commissione di concorso il compito di valutare il curriculum dei candidati, tenendo conto della sede e del voto di laurea, nonché degli altri titoli di studio. Il vostro 108 viene valutato molto meglio del 110 delle università telematiche, e con il vostro dottorato schizzate in testa alla graduatoria. Ci sono anche una prova scritta a correzione anonima e una seria prova orale. Vincete il concorso. La successiva progressione in carriera sarà affidata essenzialmente al vostro rendimento sul lavoro. Data la vostra capacità, siete destinati a una buona progressione economica e a vincere un concorso per dirigente, che darà il giusto peso ai titoli di studio, all’esperienza e alle prove di esame.
Quale comune ha applicato meglio la legge? Ovviamente il secondo: nessuna legge stabilisce che i titoli di studio debbano essere titoli per l’assunzione o per le promozioni, né che tutti i titoli di studio debbano contare nello stesso modo, né che la progressione in carriera si faccia sulla base dei titoli di studio. In effetti, la legge dice tutto il contrario: vuole che i titoli di studio siano requisiti o titoli da pesare, ma che una parte importante dei criteri di selezione si basino sulla capacità dimostrata dai candidati. Chiede di distinguere. Ma le amministrazioni e le commissioni di concorso scelgono la via più facile, quella del non distinguere.

Pregi e difetti del valore legale
Come mostrato dall’esempio, e soprattutto dall’esperienza, c’è un problema con i titoli di studio nel settore pubblico, ma non lo si risolve abolendo il valore legale dei titoli di studio. Lo si risolve distinguendo tra i titoli di studio. In effetti, alcune delle proposte meno insensate, tra quelle recentemente avanzate, vanno in questa direzione. Ma queste proposte vanno in direzione esattamente contraria all’abolizione del valore legale: vogliono statizzare la funzione di valutazione dei titoli di studio, costruire un sistema di ranking dei corsi di laurea che non ha corrispondenti al mondo (almeno a questi fini) o una gigantesca enciclopedia delle qualifiche nel pubblico impiego, con la definizione, per ciascun posto, dei titoli di studio e dei punteggi delle varie facoltà.
Siamo sicuri che questo sistema possa funzionare? Siamo sicuri che non sarebbe solo una fonte di spesa e di contenzioso? Siamo sicuri che sarebbe esente da errori (che sarebbero molto più gravi degli errori di una singola commissione di concorso)? Siamo sicuri che le amministrazioni malintenzionate non troverebbero il modo per aggirarlo o strumentalizzarlo? Se proprio vogliamo cambiare le norme, non è meglio introdurne qualcuna che stimoli le amministrazioni e le commissioni di concorso a fare le giuste distinzioni (per farlo, non c’è bisogno di una legge)? E siamo sicuri che non ci siano rimedi più semplici (per esempio, la centralizzazione dei concorsi)? Siamo sicuri che non si possa cominciare applicando bene le leggi che ci sono?

* Una versione più ampia e argomentata di questo scritto sarà pubblicata sul Giornale di diritto amministrativo, n. 2/2012.
2. Come chiarito qualche anno fa Sabino Cassese: «il tema del valore legale dei titoli di studio è una nebulosa. Esso non merita filippiche, ma analisi distaccate, che non partano da furori ideologici o da modelli ideali» (Il valore legale del titolo di studio, in “Annali di storia delle università italiane”, 2002, n. 6, p. 9).
  Commenti (3)
Scritto da Lorenzo, il 30-04-2012 18:43
Interessante, un suo collega su La Voce ha proosto qualcosa del genere proprio per limitare le distorsioni del voto di laurea nei concorsi pubblici senza fare una classifica delle università...
no al valore legale della laurea nel pub
Scritto da carmelo lo piccolo, il 06-02-2012 23:02
Sono d'accordo con l'autore: cominciamo ad applicare le leggi che ci sono a partire dall'art.28 del T.U. sul Pubblico Impiego, dove è detto molto chiaramente che i concorsi per l'accesso alla dirigenza debbano essere per soli esami e non per titoli ed esami. Quindi è il risultato delle prove concorsuali che dovrebbero garantire e comprovare la effettiva superiorità del titolo di studio posseduto e non, come accade oggi attribuire in maniera aprioristica ed insindacabile alla laurea una valenza "legale" che serve solo a limitare la concorrenza e la contendibilità del mercato del lavoro
Abolire le cattedre di chi vuole abolire
Scritto da Rapisarda Salvatore, il 11-02-2012 10:29
Gli alunni ed i maestri delle scuole coraniche del liberismo che io definisco anarcocapitalismo (vi è una grandissima differenza) agitavano da tempo questo vessillo dell'abolizione del valore legale del titolo di studio (cfr. fra tutti Cacciari)e continuano a farlo nonostante i disastri della deregulation. 
Il meccanismo argomentativo è sempre lo stesso:trovare ed ingigantire le pecche dell'esistente (Cavallo di Troia) e piuttosto che migliorarlo nell'anelito di un mondo esente da difetti ed imperfezioni lo abbandonano per sostituirlo con uno peggiore.Come conferma l'articolo l'abolizione del valore legale si traduce in meno "potere" agli insegnanti e più potere ai politici nella scelta dei funzionari (meritocrazia?). 
Questi presunti liberali hanno letto A.Smith e le sue mirabili pagine sulla specializzazione del lavoro?  
Mi chiedo: ignoranza crassa o malafede?  
Complimenti per l'analisi che condivido, è difficile essere fuori del coro e ragionare si hanno difficoltà ad ottenere ruoli politici e cattedre universitarie e si rischia la fatwa.

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