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ATTENZIONE ALLA RETORICA DELL’EQUITÀ E-mail
Welfare
di Elena Granaglia
20 gennaio 2012
equitaNegli ultimi mesi, l’equità è diventata il valore clou del dibattito pubblico italiano, capace di unire destra e sinistra, governo e opposizione, sindacati e partiti. La cosa non stupisce.

Già scriveva Hume come le questioni di giustizia distributiva insorgano a causa della scarsità delle risorse: il contesto attuale si dimostra, dunque, particolarmente ospitale al valore. Il pericolo, tuttavia, è che l’equità diventi un mantra tranquillizzante, sotto il quale si cela la difesa dei propri credi se non addirittura dei propri interessi. Il che preoccupa non solo per ragioni di correttezza terminologica. Il pericolo è quello di svuotare un criterio fondamentale per la pratica democratica, accettando come eque posizioni che con l'equità hanno ben poco a che fare, mentre si trascurano le scelte più esigenti che l'equità potrebbe richiedere.

L’idea centrale, al cuore dell’equità, è che le pretese pubbliche siano giustificate sulla base di argomentazioni accettabili per la generalità dei soggetti che potremmo essere: nei termini di Nagel, abbandonando il primo pronome personale per abbracciare il primo pronome plurale o, nei termini di Veca, assumendo il punto di vista dell’individuo chiunque. La ragione che spinge a porsi in questo modo nei confronti degli altri è il convincimento nel valore fondamentale dell’uguaglianza morale di considerazione e di rispetto dovuta a ciascuno. In questo senso, l’equità è il linguaggio della cittadinanza.

Si noti la contrapposizione, fortissima, rispetto ad una visione della politica come mera ricerca del consenso. In questa visione, preferenze e condizioni della contrattazione sono considerate date e l’accordo, se si raggiunge, verte sul sotto-insieme di interessi che, alla luce dei rapporti di forza esistenti, alle parti conviene accettare. Per l’equità, invece, le preferenze non solo vanno giustificate, ma, proprio in ragione dell’uguaglianza di considerazione e rispetto dovuta agli altri, vanno giustificate prescindendo dalle specifiche condizioni in cui ci si trova nei mondi reali. Nel primo caso, si potrebbe acconsentire a scelte cui si è contrari, qualora ciò fosse il prezzo da pagare per ottenere il consenso altrui. Nel secondo, i rapporti di potere potranno essere inevitabili nella presa di decisioni finali. La richiesta, tuttavia, è di giustificare le posizioni avanzate nell’arena pubblica in termini accettabili per tutti (ipotizzando, ovviamente, che gli altri si comportino in modo equitativo).

L’equità non conduce inevitabilmente a posizioni univoche. L’uguaglianza morale di considerazione e rispetto, che ne è alla base, è un valore incompleto, compatibile con specificazioni assai diverse di altri valori, in primis, dell’uguaglianza distributiva. Basti pensare alla possibile compatibilità sia con posizioni alla Rawls, in difesa di distribuzioni ugualitarie di risorse, sia con posizioni alla Sen, in difesa di un’uguaglianza in termini di stare bene. Ciò nondimeno, l’equità è un valore sufficientemente forte da permettere di distinguere insiemi di posizioni inaccettabili da insiemi di posizioni accettabili.

Purtroppo, molte delle posizioni espresse in questi tempi nel dibattito pubblico appaiono largamente inaccettabili. Si consideri l’ambito pensionistico, dove l’equità è ed è stata invocata per difendere sia i diritti acquisiti dei pensionati sia il metodo contributivo. L’equità, però, non solo rifugge dall’appello a diritti acquisiti (l’unico valore dato è l’uguaglianza morale di considerazione e rispetto), ma è a base individualistica. Se le valutazioni si riferiscono a gruppi, devono pertanto riferirsi a gruppi di “uguali” (ad esempio, in termini di vantaggio e svantaggio), mentre il gruppo dei pensionati include soggetti in posizioni assai diverse. Al contempo, l’equivalenza fra quanto si dà e quanto si riceve assicurata dal metodo contributivo concerne più l’efficienza che l’equità (a meno di non limitarsi a definizioni attuariali dell’equità). Contro la logica dell’inevitabilità dei trade off fra efficienza e equità, l’equivalenza potrebbe, certamente, essere difesa anche da una prospettiva equitativa. È, però, solo un tassello che non può esistere senza la simultanea compresenza della garanzia di un reddito adeguato qualora profili di occupazioni instabili e basse retribuzioni impediscano di accumulare contributi sufficienti. L’attuazione di tale garanzia, che rappresenta l’elemento prettamente equitativo, è tuttavia costantemente messa in subordine dai sostenitori del metodo contributivo, nonostante le carenze del nostro sistema di sicurezza sociale in materia (le integrazioni al minimo non solo presentano seri difetti equitativi, ma sono, destinate a cessare).

Si pensi, altresì, ad affermazioni secondo cui è equo che tutti facciano oggi la propria parte, cedendo tutti qualcosa. Nulla, nella prospettiva equitativa, obbliga, però, a tale comportamento. Al contrario, proprio ponendosi in una posizione equitativa, potremmo argomentare che chi oggi stia male nulla dia. Già Locke, peraltro, riconosceva la non simmetria nei comportamenti da richiedere, chiedendo ai ricchi di aiutare i poveri, ma ai poveri solo di non rubare ai ricchi.

Ancora, si pensi ad invocazioni per cui dovremmo pensare un po’ meno all’equità e un po’ di più alla rifondazione di un nuovo patto sociale. Ma, come pensare alla ripartizione dei doveri e dei diritti connessi ad un nuovo patto sociale se non sulla base di una prospettiva equitativa?

Infine, si pensi alla supposta equità delle liberalizzazioni. Se, facendo tabula rasa del presente, si dovesse legiferare in un contesto ideale, le ragioni per attribuire ad alcuni soggetti una rendita derivante dalla mera restrizione dell’accesso al mercato appaiono limitate (ad esempio, in presenza di carenze informative degli acquirenti). L’apertura dei mercati sarebbe, pertanto, difendibile, sebbene, anche in ambito concorrenziale, resti aperta e tutta da affrontare la questione dell’equità degli esiti distributivi. Basti pensare ai rischi di basse retribuzioni e alla pluralità di ragioni che militano contro la piena titolarità dei frutti del gioco di mercato (e, dunque, a favore della tassazione). In un contesto, come l’odierno, in cui le restrizioni all’accesso esistono, le scelte appaiono, però, più complicate. Dovendo tenere conto dei diversi io che oggi potremmo essere, soluzioni che riversino tutti i costi (in particolare, perdite ingenti) su un un sotto-insieme di individui appaiono difficilmente accettabili. Al contrario, la via più ragionevole diventa quella della ricerca di mediazioni fra costi e benefici per i diversi soggetti che potremmo essere (in linea anche con la vecchia idea aristotelica di equità, che richiede attenzione ai casi singoli e ponderazione fra esigenze diverse). In questa prospettiva, vorrei ricordare l’ingegnosa proposta, formulata più di un ventennio orsono da un economista liberale come Franco Romani, di attribuzione di nuove licenze ai taxisti già operanti, al fine di allargare l’accesso al mercato e al contempo limitare le perdite per i taxisti stessi.

In conclusione, l’equità è solo uno dei valori della convivenza civile, che va coniugata con altri valori più sostantivi. Il punto, però, è che nonostante i limiti, è un valore esigente che, richiedendo di prendere il punto di vista degli altri, come noi degni di uguale considerazione e rispetto, investe il cuore della pratica democratica. Non può essere un mantra utilizzabile per tutti gli scopi.
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