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UNA “FAT TAX” PER RIDURRE L’OBESITÀ IN ITALIA? E-mail
di Raffaele Lagravinese
20 gennaio 2012
fat taxAlla fine del 2011 Il Ministero della Salute ha inviato alla conferenza Stato-Regioni una prima bozza sul nuovo Patto per la Salute per il periodo 2013-2015.

Tra le misure allo studio del ministero vi è anche  l’introduzione di  una nuova imposta sui cosiddetti cibi spazzatura (junk food) e un aumento delle accise sugli alcolici, i cui proventi sarebbero destinati interamente a finanziare l’ammodernamento del sistema ospedaliero nazionale.
L’idea di tassare i “junk food”, non è nuova nel nostro Paese ed ha riacceso i riflettori sul problema dell’obesità, fenomeno in forte crescita in tutti Paesi occidentali ed ormai con percentuali preoccupanti anche in Italia.
La sedentarietà insieme ad una cattiva alimentazione sono considerate tra le maggiori cause di malattia e mortalità. Nonostante l’Italia faccia registrare i livelli più bassi in Europa, la quota di obesi è in crescita ed in particolare in età infantile: le stime ISTAT riferite al 2010, riferiscono che  il 35,6% della popolazione italiana è in sovrappeso, ed il 10,3% risulta addirittura obesa. Come mostra la figura 1, la maggior percentuale di soggetti obesi si registra nelle regioni del Centro-Sud, tra cui l’Abruzzo, Molise, Puglia e Calabria, in cui il fenomeno raggiunge valori superiori all’11%. Tra le regioni del nord l’unica regione a presentare valori superiori alla media è l’Emilia Romagna. Approfondendo l’analisi, utilizzando l’indagine multiscopo sulle famiglie italiane dell’ISTAT, si scopre come l’obesità sia maggiormente presente negli strati di popolazione con basso reddito e bassa scolarità.


Figura n.1 Percentuali di Obesi nelle Regioni Italiane- Anno 2010
mappa
Fonte: Istat, Indagine multiscopo sulle famiglie "Aspetti della vita quotidiana"

L'obesità rappresenta un fattore di rischio per diverse patologie cliniche, in grado di incidere significativamente sulla vita dell’individuo. Essa oltretutto può incidere indirettamente sulla produttività lavorativa e può comportare problematiche psicofisiche, manifestandosi sotto forma di depressione.
L’unico studio effettuato finora sui costi dell’obesità, realizzato dalla scuola Superiore di Sant’Anna, quantifica in 8,3 miliardi di euro per anno, i costi totali gravanti sul SSN. Questo dato è l’espressione di tutti i costi, diretti ed indiretti, generati dall’obesità e ci dà la misura di quanto incida sul tessuto socio-economico del Paese con valori  pari a circa il 6,7% della spesa sanitaria pubblica.
La “fat tax” (tassa sui cibi grassi) rientra tra le possibili misure di policy da adottare per combattere l’obesità. Tra i Paesi stranieri che hanno già introdotto nel loro sistema fiscale tale imposta, ritroviamo la Danimarca che a partire dal primo Ottobre 2011 tassa con circa 2,15 euro al chilogrammo tutti i cibi contenenti grassi saturi come il burro, la margarina, e olio d’oliva. Misure analoghe sono state già prese in Svezia, Finlandia e Ungheria dove sono stati introdotti dei tributi addizionali sul cioccolato e patatine fritte.
In Francia esiste già da qualche anno invece, la cosiddetta “tassa sulla Coca Cola” che grava su tutte le bevande zuccherate ritenute Oltralpe come uno dei principali fattori dell’aumento di peso. Da qualche mese invece è stata introdotta anche la “sarkoslim”, una tassa su snack troppo grassi, e cibi dolci e salati attraverso un aumento graduale dell’Iva dal 5,5 al 19%. In futuro è prevista la riduzione dell’IVA su frutta e verdura.
In Gran Bretagna, ad oggi non esiste una vera e propria “fat tax”, ma è allo studio un’imposta aggiuntiva per chiunque volesse aprire sul territorio nazionale un nuovo esercizio commerciale destinato alla vendita di fish and chips, kebab, o di nuovi McDonald's e Burger King. Tale imposta è già stata sperimentata nella piccola cittadina di Oldham, nei pressi di Manchester, che lo scorso anno presentava il poco invidiabile primato di avere un quinto della popolazione obesa. Percentuale che aveva valori addirittura più elevati nella popolazione in età infantile.
Negli Stati Uniti dove il problema dell’obesità ha raggiunto percentuali patologiche, con oltre un quarto della popolazione in stato di obesità, non esiste una vera e propria “fat tax” sugli alimenti. Nello stato di New York ad esempio, sono tassate le bevande gassose, in altre città, come San Francisco invece è vietato regalare giochi ai bambini nelle catene McDonald’s. Attualmente le principali iniziative della Casa Bianca sono  più focalizzate verso un’ opera di sensibilizzazione nelle scuole e a favorire misure fiscali in grado di incentivare l’attività fisica. Stessa misura operata da qualche anno anche in Canada,  dove esiste una “tax credit” per incentivare l’attività fisica non solo nei giovani (come avviene anche in Italia, in cui è possibile detrarre nella dichiarazione dei redditi i costi per la palestra dei propri figli) , ma anche negli adulti con il duplice scopo di disincentivare la sedentarietà e favorire la socializzazione in età avanzata.
Tra i problemi possibili nell’introduzione di una “fat tax” però è necessario sottolineare i suoi effetti regressivi. Infatti tale misura colpisce principalmente le famiglie a basso reddito che consumano cibi meno cari ma di scarsa qualità. Prima di introdurre una “fat tax” quindi, sarà necessario da parte del Governo valutare con attenzione, come utilizzare il possibile gettito in modo progressivo, in modo da alleviare gli effetti di reddito reale sulle categorie più deboli.
Questa verifica sarà tanto più importante in quanto ad oggi le evidenze sul reale potere disincentivante di una tale misura sono scarse. I pochi studi empirici condotti sull’argomento infatti, come quelli di Chouinard  et.  al. (2007) per gli Stati Uniti, ed di  Leicester e Windmeijer (2004)  per la Gran Bretagna, hanno mostrato come l’aumento del 10 percento sul prezzo di alcuni cibi grassi selezionati,  ha prodotto una riduzione del consumo del solo un percento.  Si corre quindi il rischio di introdurre una nuova tassa senza però veder ridurre l’obesità in modo significativo, attuando di fatto una redistribuzione perversa.
  Commenti (1)
sono solo imposte più efficienti
Scritto da Antonio Scialà website, il 20-01-2012 13:32
Onestamente è difficile non pensare, un po' malignamente, che la vera ratio di queste proposte sia quella di tassare con aliquote più alte beni a domanda molto rigida e con costi di produzione molto bassi. Imbellettarle come imposte che mirano a cambiare le abitudine di consumo sembra solo un'operazione di marketing politico per renderle più digeribili al pubblico.

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