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E IL VINCOLO ESTERO? E-mail
Economia reale
di Giorgio Ragazzi
20 gennaio 2012
vincolo esteroDa giugno lo spread – o meglio il tasso d’interesse sul nostro debito pubblico – ha iniziato a salire in modo allarmante e si sono susseguite quattro “manovre” con l’obiettivo di azzerare il disavanzo del settore pubblico nel 2013, nella speranza che ciò avrebbe riportato fiducia sui  mercati.

E’chiaro infatti che, se non vi sarà una sensibile riduzione dei tassi pagati dallo stato, alla lunga aumenterà il rischio di un default e/o un’uscita dall’euro. Tutta l’attenzione, nei dibattiti di politica economica, è stata rivolta dunque al problema del debito pubblico e del rapporto debito/PIL.
Non potendo ridurre più di tanto il numeratore, si invoca una aumento del denominatore: politiche per la crescita che, aumentando il PIL, riducano il peso relativo del debito. Le misure per ridurre il disavanzo hanno però effetti recessivi che rischiano di innescare un circolo vizioso. Ma quand’anche si riuscisse a riportare in crescita il PIL reale, ad esempio incentivando gli investimenti in infrastrutture, ed a far crescere il PIL nominale ad un tasso più elevato del tasso d’interesse sul debito pubblico complice un’inflazione indotta dall’aumento delle accise e dell’IVA,  quand’anche si riuscisse così a stabilizzare e poi ridurre gradualmente il rapporto debito/PIL, potremmo pensare di essere usciti dall’emergenza? No, perché c’è un altro vincolo di cui non si parla ormai più da tempo, quello estero.
Prima dell’euro, si era abituati a considerare il saldo della bilancia dei pagamenti (BoP) come uno dei limiti più rilevanti alla crescita del PIL: oltre certi tassi di crescita la BoP andava in disavanzo e costringeva a politiche monetarie e/o fiscali restrittive per evitare o contenere la svalutazione del cambio. Con l’introduzione dell’euro ci si è per così dire dimenticati del vincolo estero: disavanzi nella bilancia corrente venivano “automaticamente” compensati con afflussi netti di capitale e non era più necessario né possibile, per alcun paese, intervenire sul cambio. Ma da giugno, da quando il mercato ha iniziato a “prezzare” un rischio paese Italia, la situazione è cambiata perché un euro prestato a residenti italiani, pubblici o privati, è percepito come diverso da un euro prestato a residenti tedeschi. Sul mercato finanziaro lo “spread” tra Germania ed Italia è tornato ai livelli precedenti l’introduzione dell’euro: sotto questo aspetto potremmo dire che siamo già tornati alla lira!
Indebitarci ci costa molto di più, ma per coprire il disavanzo di parte corrente siamo costretti ad aumentare il debito netto (pubblico o privato) verso l’estero. Il disavanzo di parte corrente dell’Italia è salito progressivamente da 11 miliardi nel 2004 a 54 miliardi nel 2010 sino a 59 miliardi nei soli primi nove mesi del 2011. Questo disavanzo è stato coperto sinora prevalentemente con indebitamento bancario, oltre che collocando nuovo debito pubblico all’estero;  ma per quanto ancora, ed a che costi, riusciremo a finanziare un disavanzo corrente che viaggia ormai vicino al 4% del PIL?
Anche se riuscissimo a raggiungere il pareggio di bilancio, come riusciremo a ridurre il disavanzo della BoP? Occorrerebbe un fortissimo recupero di competitività sull’estero, senza il quale ci avviteremo in una spirale perversa di tassi d’interesse sempre più alti e progressive cadute del PIL. E’ possibile recuperare tanta competitività restando nell’euro? Mi pare che questo, molto più che il pareggio del bilancio pubblico o la crescita del “denominatore”, dovrebbe essere il punto focale della politica economica  nell’immediato futuro.
Per accrescere la competitività si può intervenire in molte direzioni: minore fiscalità sulle imprese, alleggerimento dei costi burocratici, giustizia civile, ricerca, maggior concorrenza nei servizi, politiche industriali (ad esempio tagliando gli enormi sussidi alle energie rinnovabili) etc. Tutte misure che richiedono tempi lunghi sia per essere introdotte sia per esplicare effetti significativi. Il costo del lavoro resta comunque un fattore determinante. Il Governo punta ad accrescerne la flessibilità ma interventi in questa direzione non possono portare nell’immediato a sensibili riduzioni nel costo del lavoro ed anzi alcune proposte, come quella del senatore Ichino, potrebbero accollare maggiori costi alle imprese. Bisognerebbe piuttosto avere il coraggio di dire al paese che, per restare nell’euro, occorre una pesante “politica dei redditi” che preveda ad esempio il congelamento per alcuni anni di tutti i salari medio/bassi e la riduzione di quelli oltre un certo livello. Una medicina tanto amara è già stata sperimentata con successo da alcuni paesi baltici, e forse potrebbe essere accettata anche dagli italiani se venisse proposta nell’ambito di un grande “patto” che includa anche severi tagli a tutte le grandi sacche di privilegio, a cominciare dai costi della politica. Purtroppo non pare che nemmeno questo governo sia in grado di ottenere granchè in questa direzione.
  Commenti (2)
Scritto da alex serban, il 26-03-2012 15:16
diminuendo il costo del lavoro forse aumenta la competitività, ma si sa benissimo che minor redditi portano a minor consumi e via dicendo! non è forse meglio aumentarli con uno sforzo per aumentare i cosumi? purtroppo, la pazza sfida degli Stati sul piano internazionale ha portato a minor redditi per i lavoratori e meno diritti, e quidni molti altri economisti ritengono che sia qyesta la vera causa della crisi. diminuire ancor di più i redditi significherebbe un collasso dell'economia!e che ne facciamo della sovranità monetaria, che i Paesi della zona euro l'hanno persa! perché non parla anche di questo?
Scritto da stefano fantacone, il 23-01-2012 14:24
come, dopo che tutti abbiamo criticato la Germania per la sua politica di deflazione salariale, adesso proponiamo la stessa ricetta?

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