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AGFLAZIONE, FAME NEL MONDO E CAROVITA E-mail
Internazionali
di Ferdinando Targetti

agflazioneLa "agflazione" è la crescita dei prezzi dei prodotti alimentari. E' un fenomeno globale che si presenta negli ultimi anni e accelera fortemente nel 2007. Le cause principali sono da ricercarsi nell'aumento della domanda dei paesi emergenti e nell'utilizzo dei prodotti agricoli a fini energetici; nell'aumento dei costi di trasporto e dei noli; nella contrazione dell'offerta per cause climatiche e a motivo della politica agricola passata. Gli effetti principali si fanno sentire sul caro vita che colpisce i ceti più indigenti in tutti i paesi e sulle difficoltà di approvvigionamento alimentare di molte economie povere e in deficit di bilancia commerciale.

Queste gravi carenze provocano moti di piazza in molti paesi del mondo e rendono ancora più problematico il raggiungimento degli obiettivi del millennio delle Nazioni Unite di lotta alla povertà e alla fame. Provvedimenti urgenti di aiuto sono reclamati da tutte le principali agenzie internazionali. Sono necessarie politiche agricole appropriate e tra queste la revisione della Politica Agricola Comunitaria.

Nel 1973 la quadruplicazione del prezzo del petrolio provocò una temporanea variazione delle ragioni di scambio tra prodotti energetici e manufatti. In quell’epoca i manufatti erano prodotti quasi esclusivamente nei paesi sviluppati. In questi paesi lo shock provocò una rincorsa dei prodotti "prezzi degli input-salari-prezzi dell’output" che riportò le ragioni di scambio nel 1979 allo stesso livello pre-shock. Il secondo shock petrolifero del 1979 diede origine in parte ad inflazione, in parte a diminuzione della domanda mondiale di energia, in parte a un’offerta di energia maggiore e geograficamente più diffusa (meno soggetta quindi a cartelli). Fu così che l’inflazione internazionale si spense alla fine del decennio. Nel decennio successivo i manufatti cominciarono ad essere in misura crescente prodotti nei paesi emergenti a costi e prezzi molto minori e l’inflazione negli anni ’90 raggiunse livelli storicamente molto contenuta. Oggi la globalizzazione ha prodotto un fenomeno nuovo che prende il nome di "agflazione": La crescita dei prodotti energetici degli ultimi sei anni si è accompagnata ad una crescita dei prezzi dei prodotti alimentari a cominciare dal 2002, ma l’aumento vertiginoso si è avuto nel 2007 con una media di crescita dei prezzi agricoli del 35%. Negli ultimi dodici mesi la crescita media è stata del 50% con delle punte del 70% per il riso, di quasi 90% per la soia e del 130% per il grano. La Banca Mondiale prevede che i prezzi rimarranno elevati per tutto il 2008 e il 2009 e poi inizieranno a scendere, ma gradatamente e ancora nel 2015 resteranno maggiori a quelli del 2004.

 

Le cause sono molteplici, alcuni fattori incidono sull’aumento della domanda internazionale di prodotti alimentari, altri direttamente sui prezzi, altri sull’offerta di tali prodotti. La crescita dell’economia cinese e l’aumento del livello di vita di quella popolazione ha portato ad un maggior consumo di carne per centinaia di milioni di persone. Siccome per ottenere 100 calorie di carne si impiegano 700 calorie di mangimi il risultato dell’aumento del benessere cinese e in parte indiano e il connesso mutamento delle abitudini alimentari ha portato un aumento vertiginoso della domanda di granaglie per mangimi. Poichè la filiera agricola impiega molta energia per far giungere i prodotti al desco del consumatore l’aumento del prezzo del petrolio è una concausa dell’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli. L’aumento della domanda di prodotti alimentari ha portato come conseguenza anche al raddoppio dei noli (alla triplicazione rispetto a due anni fa) per il trasporto di granaglie e quindi ad un aumento dei prezzi dei prodotti finiti. Infine un ultimo fattore va considerato: di fronte alla volatilità dei valori di Borsa e degli immobili la speculazione internazionale ha puntato le sue batterie nell’acquisto di materie prime alimentari facendone aumentare i prezzi.


Oltre a questi fattori imputabili all’aumento della domanda mondiale ve ne sono altri che riguardano la riduzione dell’offerta. Il primo motivo risiede nel fatto che per un lungo periodo i bassi prezzi dei prodotti alimentari hanno indotto a ridurre l’area delle superfici coltivate. Va inoltre aggiunto che l’anno scorso in tutta Europa è stato un anno di grande siccità: in Francia, nei paesi scandinavi, nei paesi dell’Est Europa e in Ucraina. Si aggiunga poi che l’Australia, secondo esportatore mondiale di grano, è stata recentemente colpita da lunghi periodi di siccità. L’accelerazione della domanda di questi ultimi anni ha trovato quindi un’offerta rigida con il risultato di una forte contrazione delle scorte : all’inizio del 2007 le scorte di cereali avevano raggiunto i valori più bassi da 60 anni in qua e analoga situazione si è presentata per il riso, per i semi di soia e per i foraggi per animali. La preferenza mostrata da molti paesi per un lungo periodo di colmare il deficit agricolo con le importazioni è stata una scelta razionale per i singoli paesi, ma si è dimostrata non razionale per il mondo nel suo complesso di fronte a eccessi globali di domanda. Infine l’aumento del prezzo del petrolio ha indotto il governo degli Stati Uniti a consentire agli agricoltori di utilizzare i sussidi agricoli per la produzione di biocarburanti. Circa un terzo del mais americano è destinato a questo scopo. Un’enorme superficie degli Stati Uniti è stata sottratta alla produzione di cibo e destinata alla produzione di carburanti per soddisfare le pressioni della lobby degli agricoltori. Oltretutto nel caso del mais (a differenza dei biocarburanti ottenuti in Brasile dalla canna da zucchero) l’efficienza energetica del procedimento è negativa perché l’energia ottenuta dai biocarburanti è assai inferiore a quella impiegata per la sua coltivazione.


Gli effetti dell’agflazione sono diversi rispetto a quelli della grande inflazione degli anni ’70 del secolo scorso. Infatti lo shock non ha dato origine ad una rincorsa"prezzi degli input-salari-prezzi dell’output". La dinamica dei prezzi di merci e servizi continua a restare contenuta per l’azione deflazionistica esercitata dalla produzione dei paesi emergenti e la dinamica salariale nei paesi sviluppati rimane contenuta dalla modifica che ha subito il mercato del lavoro mondiale in questa fase di globalizzazione. L’agflazione determina quindi non una inflazione generalizzata, ma una redistribuzione del reddito.
 

I paesi esportatori di prodotti alimentari traggono vantaggio dall’aumento dei prezzi, gli importatori netti sono penalizzati. In tutto il mondo l’agflazione penalizza le classi più povere, il cui reddito è speso in maggior misura in beni alimentari. L’agflazione provoca gravi conseguenze su 82 paesi poveri importatori netti di prodotti alimentari (Low Income Food Deficit Countries), per i quali la spesa alimentare arriva a rappresentare il 70-80% della spesa totale. Ancora peggio si trovano i 22 paesi che importano prodotti alimentari ed energetici: in particolare per i paesi del sub-Sahara la bolletta delle importazioni sarà più cara del 50%.


La conseguenza sociale di questa penuria alimentare la si rileva nelle crescenti tensioni che esplodono in molti paesi del mondo: Messico, Egitto, Bengala occidentale, Marocco, Mauritania, Senegal, Niger, Cameron, Burkina Faso, Haiti. Alcuni paesi si sono visti costretti a modificare il loro regime daziario: si va da paesi che hanno ridotto o eliminato dazi alle importazioni di alcuni prodotti alimentari (India, Messico, Indonesia e Marocco), a quelli che hanno imposto dazi all’export (Cina, Argentina e Pakistan), o controllo interno dei prezzi (Cameron, Equador e Perù) o addirittura hanno bloccato le esportazioni di alcuni prodotti (l’India ha bloccato l’esportazione di riso basmati, che è l’alimento base di un miliardo di persone). Quello attuale è il problema più grave che l’economia alimentare globale ha conosciuto dal 1973-74, quando un milione di persone nelle sole Sri Lanka e Bangladesh morirono prematuramente come risultato dei una crisi del riso.


Non stupisce quindi che il Presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, dopo aver dichiarato che l’elevato prezzo del riso rischia di spingere 100 milioni di persone nuovamente sotto la linea della povertà spazzando via in un sol colpo sette anni di progresso, abbia esortato la comunità internazionale ha offrire un supporto immediato all’emergenza. Il direttore del Fmi, Dominique Strauss-Kahn, teme una catastrofe umanitaria e paventa il rischio della fame per centinaia di miglia di persone. Il direttore della Fao, Jacques Diouf, ha lanciato il grido di allarme che "la fame nel mondo rischia di aggravarsi" e ha richiesto un miliardo e mezzo di dollari per affrontare l’emergenza. Si corre il grave rischio di non riuscire a raggiungere il primo degli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite, che è quello di dimezzare entro il 2015 la percentuale di popolazione che vive in condizione di povertà estrema e cioè con meno di 1 dollaro al giorno e che soffre la fame, che sono circa un miliardo di persone. Le Nazioni Unite hanno richiesto 500 milioni di dollari per affrontare l’emergenza del programma alimentare mondiale. Purtroppo in tema di aiuti ai paesi poveri il comportamento dei principali pesi ricchi non è commendevole: dal 2005 si è verificata una riduzione in valore assoluto degli aiuti dei paesi dell’area dell’euro, degli Stati Uniti e del Giappone. In Europa, la Germania e la Spagna si sono comportati in modo virtuoso, mentre il Regno Unito, la Francia e l’Italia hanno al contrario disatteso gli impegni presi con le Nazioni Unite di aumentare gli aiuti e di portarli allo 0.56% del Pil nel 2010 e allo 0,7% nel 2015 e hanno al contrario ridotto questa percentuale. L’Italia in particolare ha la maglia nera, perché quella percentuale non solo è in diminuzione dallo 0,29% del 2004 al 0,19% del 2007, ma è la metà degli altri due paesi. Nelle prossime riunioni della Fao a Roma e del G8 in Giappone all’ordine del giorno dovrebbero essere poste sia le politiche di emergenza, sia quelle di lungo periodo per affrontare i problemi della fame del mondo.


Una misura per temperare la rapidissima ascesa del prezzo del riso deve essere intrapresa anche dagli stessi stati asiatici. La causa scatenante del boom del prezzo del riso è stata la decisone nel novembre 2007 del governo dell’India, il paese che è il secondo maggiore esportatore al mondo di riso, di imporre restrizioni alle esportazioni di riso; a questo ha fatto seguito un controllo delle esportazioni da parte del governo della Thailandia che è il primo esportatore mondiale e poi nel gennaio 2008 anche il governo del Viet Nam ha applicato restrizioni alle esportazioni. Dal lato delle importazioni le Filippine hanno fatto una elevatissima domanda di riso che il mercato ha soddisfatto solo per il 63% spingendo in alto il prezzo del 30% in una settimana. Le Filippine insistono dicendo che rifaranno la stessa cosa il 5 maggio. Fintanto che questi paesi adottano delle politiche di "beggar my neighburgh" la situazione andrà di male in peggio nel breve e nel lungo periodo. Al contrario, come sostiene il Center for Global Development di Washington, Cina, India, Tailandia, Viet Nam, Indonesia, Filippine dovrebbero attuare politiche cooperative di apertura dei loro mercati ad importazioni ed esportazioni di riso per i prossimi mesi. Una volta che il prezzo si è stabilizzato dovrebbero definire politiche di lungo periodo per il commercio del riso.


Per fortuna le prospettive immediate per quello che riguarda i raccolti di grano, soprattutto in Europa e in Russia, sono molto migliori rispetto al passato e infatti i prezzi sui futures del grano sono in netta diminuzione. Tuttavia l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrà essere contrastato stabilmente solo se si opera su più piani. Innanzitutto con un aumento della produzione agricola attraverso una maggiore estensione di terre a coltura. Un esempio di maggior estensione delle terre è dato dalla Commissione europea che quest’anno ha deciso di non far valere l’obbligo di tenere a riposo il 10% delle terre coltivabili (250.000 ettari in Italia). Deve essere inoltre posto un freno negli Stati Uniti e in Europa alla destinazione alla produzione di biocarburanti di terre che potrebbero essere utilizzate per produrre alimenti ed eliminati i sussidi all’agricoltura per questi scopi. In secondo luogo attraverso l’adozione e l’accettazione di nuove tecnologie tra cui non vanno esclusi a priori gli ogm: si ricordi il successo straordinario della rivoluzione verde nella drastica riduzione della fame in India a cominciare dagli anni ‘60. Anche per la produzione di biocarburanti va incentivata la ricerca cosiddetta di seconda generazione che riguarda nuove specie, nuovi procedimenti e l’utilizzo di terre marginali non adatte alla produzione agricola. Altre riforme riguarderanno la Pac (Politica Agricola Comunitaria). Ad esempio la politica delle quote è stato uno strumento adottato dalla Pac per tenere alti i prezzi e quindi i redditi degli agricoltori riducendo l’offerta potenziale. Il caso più noto riguarda le quote latte, che anni fa furono considerate troppo limitative dai produttori italiani. In presenza di scarsezza di offerta e di prezzi internazionali crescenti questo sistema dovrebbe essere modificato subito senza aspettare la scadenza del 2015.


Venendo infine al caso italiano possiamo riassumere in quattro principi la politica contro il carovita di cui l’agflazione è un forte propellente. Il primo principio è quello come si è detto di aumentare l’offerta agricola a scopi alimentari e non intraprendere per ora la via dei biocombustibili e limitare la loro produzione a casi marginali. Il secondo principio è quello di una politica della concorrenza, di una politica volta a ridurre la lunghezza della filiera alimentare e di una politica di diffusione della grande distribuzione privata e cooperativa. Il terzo principio è quello del sussidio dei consumatori più indigenti attraverso lo strumento della redistribuzione fiscale. Il quarto principio è quello della contrattazione sindacale decentrata che, in modo non automatico, vedrebbe inserire l’aumento del costo della vita nelle aree in cui avviene la contrattazione come rilevante riferimento contrattuale. La politica del controllo dei prezzi andrebbe invece limitata solo alla funzione di monitoraggio e informazione al pubblico dove può trovare i prodotti a più buon mercato.

 

Ferdinando Targetti

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