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RIFORME DEL WELFARE, STRUTTURA DEMOGRAFICA E PREFERENZE DELLA POPOLAZIONE E-mail
Welfare
di Francesco Ferrante
13 gennaio 2012
riforma welfareIl dibattito sulle riforme del welfare, e specificamente la tendenza a confrontare i diversi sistemi di protezione sociale secondo la logica del benchmarking, non tiene conto delle differenze tra il livello di istruzione della popolazione italiana e quello dei paesi presi a modello, in particolare quelli del Nord Europa.

Per quali motivi il livello di istruzione dovrebbe avere un peso essenziale nell’orientare il dibattito? La ragione è semplice: il livello di istruzione della forza lavoro è un elemento fondamentale per il successo di quei modelli. Queste conclusioni riguardano sia la questione della durata della vita lavorativa (età di pensionamento) sia quella relativa alle modalità di protezione dei lavoratori (flexsecurity).
E’ noto che l’Italia si caratterizza per livelli medi di istruzione sensibilmente inferiori rispetto alla media europea e in particolare nordeuropea (fig. 1). Questo dato si accompagna, oltre che a tassi di occupazione (fig. 2) e di attività inferiori alla media, ad un’elevata età media della popolazione e ad una più bassa propensione al proseguimento degli studi oltre la scuola secondaria superiore. Ne consegue che il turn over generazionale non garantirà nei prossimi anni tempi veloci di recupero del gap di istruzione esistente. I test sul possesso delle competenze di base degli adulti (ALL: Adult literacy and life skill survey, IALS: International adult literacy survey) segnalano inoltre che la quota di popolazione italiana che ne è deficitaria è superiore rispetto a quella degli altri paesi.
Dati e analisi robuste evidenziano che l’occupabilità degli individui, soprattutto in fase adulta, è fortemente correlata al livello e al tipo di istruzione ricevuta (tabelle 1-3;  Hanushek, Woessmann & Zang, 2011). Ciò dipende da diversi fattori, non ultima l’evidenza che livello e tipo di istruzione influenzano la possibilità di riqualificare i lavoratori attraverso la formazione: essa si riduce al ridursi del livello di istruzione dei lavoratori e al crescere del grado di specificità di quest’ultima.
Da ciò derivano implicazioni evidenti sia per la durata fisiologica della vita lavorativa sia per quanto riguarda la possibilità e convenienza a riqualificare, soprattutto in fase adulta e nel caso di formazione di tipo professionale, i lavoratori occupati o licenziati. La ridotta propensione delle PMI italiane ad investire in formazione della forza lavoro, palesata dai dati, non è unicamente il frutto di vincoli legati alla dimensione delle imprese, ma anche l’effetto della ridotta produttività di un investimento destinato a lavoratori mediamente poco istruiti. Il progressivo accorciamento del ciclo di vita delle tecnologie e della conoscenza, che si contrappone all’allungamento del ciclo di vita lavorativa, rende sempre più stringente questo vincolo e pone sfide che non riguardano solo l’Italia.
Il livello di istruzione, nella sua interazione con i tratti culturali1 che caratterizzano una data popolazione, ha un impatto anche sulla capacità degli individui di affrontare il rischio occupazionale e il conseguente costo psicologico. D’Orlando & Ferrante, (2009) e D’Orlando, Ferrante & Ruiu, (2011), ad esempio, mostrano come i modelli di tutela basati sulla protezione sul lavoro piuttosto che sugli ammortizzatori sociali prevalgano tuttora nei paesi OCSE, caratterizzati congiuntamente da minori livelli di istruzione ed elevato fatalismo della popolazione (Italia, Grecia, Portogallo).
La flessibilità microeconomica, in sintesi, non è un dato normativo ma comportamentale, legato alle caratteristiche degli individui e delle popolazioni.  Tutto ciò mette in discussione la possibilità di applicare all’Italia, allo stato attuale e senza sostanziali correttivi, modelli di protezione sociale basati sul lifelong learning e sull’occupabilità sino a tarda età.  Queste considerazioni sono rilevanti su almeno tre piani: costo sociale, fattibilità e tempi di implementazione delle riforme del welfare e del mercato del lavoro. L’adozione di modelli di welfare non adeguati alla struttura demografica né coerenti con le preferenze collettive comporterebbe elevati costi sociali e ridotti gradi di fattibilità sul piano socio-politico, oltre a gravi rischi per la coesione sociale. Sul piano dei tempi le riforme dovrebbero agire gradualmente,  per tenere conto della minori capacità di adattamento delle generazioni meno giovani e istruite rispetto alle nuove: da questo punto di vista appare del tutto fisiologico un certo grado di asimmetria nella protezione offerta ai giovani più istruiti rispetto agli anziani meno istruiti e, quindi, di dualismo nel mercato del lavoro.  La flessibilità andrebbe comunque compensata attraverso retribuzioni più elevate, contrariamente a quanto è successo in questi anni a causa di una deregolamentazione non governata e della presenza di un tessuto imprenditoriale incline ad utilizzare gli spazi di flessibilità per comprimere il costo del lavoro piuttosto che per realizzare strategie di riqualificazione del valore aggiunto (innovazione, internazionalizzazione).
Con ciò non si vuole sostenere che non sia opportuno adottare assetti  di regolamentazione  più flessibili, adatti ad affrontare i mari perigliosi della concorrenza globale; per tornare a crescere, infatti, occorre favorire una profonda ristrutturazione del nostro sistema produttivo che  necessita di un’elevata mobilità dei lavoratori tra imprese e settori.
Scopo di questa nota è evidenziare come appaia del tutto fisiologica l’opposizione a riforme del welfare e del mercato del lavoro che si ispirino pedissequamente a modelli basati su condizioni assenti nel nostro paese. Si tratta dunque di agire in maniera eclettica e realistica, riconoscendo la presenza dei vincoli presenti, al fine di iniettare elementi di flessibilità in modo graduale e compatibile con la struttura demografica della popolazione e con le sue preferenze.  
Il ritardo nei livelli di istruzione e formazione non è l’unico tratto che distingue l’Italia dai paesi presi a modello. Il mercato del lavoro italiano si caratterizza anche per la presenza di forti asimmetrie di genere e territoriali (tab. 3), che sono in parte il riflesso di ritardi nei livelli di istruzione e di fattori culturali.  Le politiche assistenziali, del lavoro, dell’istruzione e della formazione andrebbero disegnate in maniera coerente, tenendo conto anche di queste di specificità che potrebbero ridurre l’efficacia di eventuali misure basate sulla sostanziale omogeneità delle fattispecie regolate.
L’insieme dei fattori considerati induce a ritenere che solo un pacchetto di interventi tra loro coordinati può risultare oltre che efficace anche fattibile. I pilastri di un pacchetto di misure ispirate a criteri di sostenibilità e fattibilità, in grado di favorire i processi di ristrutturazione produttiva richiesti appaiono essere:
1) L’introduzione di un sistema di ammortizzatori sociali di tipo universalistico, eventualmente esteso a forme di lavoro autonomo riconosciute come meritevoli di tutela;
2) Misure volte a facilitare l’ingresso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro;
3) L’introduzione di un contratto unico di inserimento con livelli di protezione crescenti, eventualmente legati anche al tipo di mansioni/titolo di studio, per i nuovi assunti;
4) La calendarizzazione della graduale eliminazione dell’obbligo di reintegro previsto dall’articolo 18 e la sua sostituzione con un’adeguata indennità che funga da disincentivo a comportamenti opportunistici (tranne nei casi di comportamenti discriminatori);
5) Una lotta al sommerso senza quartiere con una duplice finalità:  garantire l’applicazione effettiva del quadro di regolazione e ridurre la concorrenza sleale che attualmente spiazza le imprese e i comportamenti virtuosi;
6) Interventi volti a ridisegnare i sistemi di istruzione e di formazione in maniera coerente coi vincoli sopra evidenziati.

Riferimenti
F. D'orlando, F. Ferrante, G. Ruiu (2011), Culturally-based beliefs and labour market institutions, Journal of Socio-Economics, vol. 40; p. 150-162.
F. Ferrante, F. D'orlando (2009). The demand for job protection: some clues from behavioral economics, Journal of Socio-Economics, vol. 38; p. 104-114.
H. Hanushek e. A., Woessmann and Zhang l. (2011), General education, vocational education, and the labor-market outcomes over the life cycle, «NBER Working Paper», n. 17504.


Fig. 1. UE: distribuzione della popolazione per titolo di studio
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Fig. 2. UE: tasso di occupazione per titolo di studio (2010). Fonte: Eurostat
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Tab. 1. Italia: tasso di attività per titolo di studio e classe d’età, 2010. (Fonte: Istat)
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Tab 2. Italia: tasso di occupazione per titolo di studio e classe d’età, 2010. (Fonte: Istat)
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Tab. 3. Italia: tasso di occupazione per circoscrizione territoriale, genere e titolo di studio, 2010. (Fonte: Istat)
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1. Si prescinde qui da quei tratti potenzialmente responsabili di comportamenti opportunistico dei lavoratori, che secondo alcuni autori, renderebbero il modello di flexsecurity non sostenibile finanziariamente.
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