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TASSARE I FRUTTI DELL'EVASIONE FISCALE PASSATA, OPPURE ELIMINARE L'EVASIONE FISCALE FUTURA? E-mail
Welfare
di Sergio Ginebri
23 dicembre 2011
evasione fiscaleStiamo attraversando un passaggio cruciale, che modificherà non solo la rappresentanza politica, ma anche le modalità di produzione e ridistribuzione del reddito, e l’offerta di beni pubblici. Condivido il proposito di Grillo e Silva di delineare un nuovo patto sociale. Ma quali debbono esserne gli elementi costitutivi? E soprattutto, quali sono i costi sociali del nuovo patto?

Grillo e Silva1 suggeriscono che il nucleo del nuovo patto sociale dovrebbe essere costituito da due elementi: rapido allungamento della vita lavorativa e tassazione sui patrimoni. Questi due interventi rafforzerebbero la “dimensione assicurativa” del patto sociale, offrendo una soluzione agli accresciuti rischi dell’attività economica causati dalla globalizzazione. Inoltre, l’immediato e generalizzato allungamento della vita lavorativa aumenterebbe la competitività del sistema produttivo italiano. Infatti, aumentando l’età di pensionamento degli individui si possono ridurre i versamenti contributivi, e quindi il costo del lavoro, senza intaccare i trattamenti ricevuti dai pensionati.

Pur provando simpatia per il loro proposito, trovo difficile condividere la loro scelta di ancorare il nuovo patto sociale a un nuovo radicale intervento sul sistema pensionistico e all’introduzione della tassazione patrimoniale. Le mie osservazioni hanno a che fare sia con la praticabilità politica delle loro proposte, che con la loro desiderabilità ai fini della ristrutturazione e della crescita del sistema economico italiano.

Affronto per primo il tema che conosco relativamente meglio: il sistema pensionistico. La loro proposta di un intervento così radicale da trasformare la previdenza da costoso sistema collettivo di assicurazione della vecchiaia a leva di supporto della competitività nazionale è originale e istintivamente accattivante. Ma potrebbe funzionare soltanto a due condizioni. Innanzitutto, alla riduzione dei contributi previdenziali dovrebbe corrispondere una pari e immediata riduzione del costo del lavoro unitario, a parità di retribuzione diretta unitaria. In secondo luogo, i requisiti anagrafici e contributivi di pensionamento andrebbero tutti e immediatamente incrementati, sacrificando ogni residuo spazio per la determinazione individuale dei tempi di ritiro dal lavoro e di erogazione del trattamento pensionistico pubblico. In assenza di entrambe queste condizioni l’intervento assumerebbe un carattere molto diverso da quello prospettato. Se si riducessero i contributi e si trasferissero un pari ammontare di risorse ai lavoratori, non si produrrebbe alcun aumento della competitività del sistema produttivo, almeno nell’immediato. D’altra parte, se non si aumentassero forzosamente e per tutti i requisiti di pensionamento si creerebbe un forte disequilibrio tra entrate e uscite del sistema previdenziale pubblico, vanificando di fatto il proposito di rafforzamento della competitività del sistema produttivo. Inoltre, se i contributi si riducessero senza un pari aumento dei requisiti di pensionamento, si creerebbero le condizioni di una riduzione del peso della previdenza pubblica, in favore di un probabile sviluppo della previdenza privata, sia in forma individuale che collettiva. Ma non sembra questo l’obiettivo della proposta.

Realizzare le due condizioni sopra descritte creerebbe conflitti sociali facilmente immaginabili. Si tratta di convincere gli individui ad accettare un modello di distribuzione del tempo della propria vita tra lavoro e riposo deciso politicamente e con pochissimi elementi di flessibilità. Tutto questo dovrebbe essere accettato non semplicemente per adeguarsi a indicazioni politiche europee e uniformarsi a orientamenti comuni, imposti dalle dinamiche demografiche. L’obiettivo del progetto, infatti, è proprio quello di anticipare e andare oltre gli orientamenti degli altri paesi europei e fondare la rinnovata competitività e coesione del nostro sistema produttivo e sociale su un immediato incremento dei tempi di lavoro, al di là di quanto stia già avvenendo negli altri paesi nostri competitori.

Ma al di là dei dubbi sulla praticabilità politica di una proposta così rivoluzionaria, la questione che vorrei porre è un’altra. Ma è veramente di questo che abbiamo bisogno? Per rifondare il patto sociale, rafforzare la competitività, rilanciare la crescita non sarebbe meglio affrontare innanzitutto le cause della attuale situazione critica. E quali sono queste cause? E da dove originano i nostri problemi attuali? Delineare alcune risposte a queste domande mi permetterà di aggiungere qualche considerazione finale a proposito del secondo basilare elemento del patto sociale proposto da Grillo e Silva: l’imposta patrimoniale.

Per suggerire risposte a quesiti talmente impegnativi, mi avvalgo con gratitudine di un paio di interventi comparsi recentemente. Parto dal breve saggio di Michele Salvati2 che esprime una visione molto netta sull’origine della crisi e del ristagno economico italiano. La fonte dei nostri problemi non va cercata nell’inerzia politica degli ultimi quindici anni, e nemmeno nei guasti prodotti dall’ultima stagione della Prima Repubblica. Anche se il debito pubblico esplode negli anni ottanta, i presupposti della sua crescita vanno ricercati negli anni settanta, gli anni del centro-sinistra. È la stessa tesi che sostenevano Giavazzi e Spaventa qualche anno fa3. All’inizio degli anni settanta vengono realizzate grandi riforme sociali, che hanno configurato lo stato sociale italiano nei decenni successivi: l’innalzamento dell’età scolastica, la riorganizzazione del sistema ospedaliero, l’ancoraggio dei trattamenti pensionistici alla crescita delle retribuzioni. La realizzazione di quelle riforme crea un disequilibrio nelle finanze pubbliche, che non viene mai più colmato, nonostante le riforme fiscali realizzate a partire dalla metà degli anni settanta. In definitiva, all’origine dei problemi odierni c’è l’incapacità di auto-finanziare un moderno stato sociale di tipo europeo.

E come è possibile che una crisi fiscale che risale a 40 anni fa si sia trasformata nell’attuale ristagno del sistema produttivo? Su questo sono illuminanti le riflessioni sviluppate su questo sito da Roberto Tamborini4, che pone l’accento su tre cause tra loro concatenate: esplosiva combinazione di eccesso di pressione fiscale ed evasione endemica, stato primitivo del settore dei servizi, nanismo delle imprese italiane associato a scarsa attitudine imprenditoriale di molti dei loro titolari. Dall’analisi di Tamborini emerge che il sistema produttivo ha bisogno di un urgente processo di ristrutturazione, che induca la selezione delle imprese o dei sistemi di imprese migliori e che li aiuti a rafforzarsi e crescere.

In definitiva, le analisi di Salvati e Tamborini evidenziano la centralità della questione fiscale. La diffusa evasione e la diseguale distribuzione del carico fiscale tra le imprese contribuiscono a spiegare la crescita del debito, ma anche l’inefficienza e l’inadeguato sviluppo di interi settori del nostro apparato produttivo, e quindi il ristagno economico. In definitiva, la ristrutturazione del sistema produttivo è la priorità: elemento essenziale, anche se non esclusivo, di questo progetto è l’eradicazione dell’evasione fiscale.

Sotto questo profilo l’introduzione di norme che rendano ordinaria l’attività amministrativa di raccolta e incrocio delle informazioni sulle imprese a fini fiscali e che scoraggino l’uso del contante assume una connotazione molto netta: la fine dell’evasione è soprattutto una essenziale condizione per uscire dal ristagno, avviare una fase di ristrutturazione, recuperare la crescita economica.

Ma se questa è la prospettiva, allora l’obiettivo di rilanciare la crescita rischia di cozzare con l’introduzione di una patrimoniale, soprattutto nel caso di una patrimoniale straordinaria. Per chiarire questo punto occorre partire con il sottolineare che l’eradicazione dell’evasione fiscale ha considerevoli costi. L’opera di occultamento di guadagni e compensi ha sì permesso ad alcuni di accumulare considerevoli fortune, ma per moltissime imprese rimane la condizione necessaria per la loro sopravvivenza. Combattere l’evasione significa provocare la chiusura di quelle imprese e costringere una grande quantità di soggetti a modificare la loro attività economica. Tutto questo ha rilevanti costi sociali, così come ogni progetto di ristrutturazione dell’apparato produttivo.

Proprio per la presenza di tali costi, è necessario un nuovo patto sociale per la crescita, che abbia al centro la questione fiscale. E qui mi ricollego finalmente alla proposta di Grillo e Silva di affidare un ruolo preminente nel nuovo patto sociale alla tassazione patrimoniale. La mia tesi è che il nuovo patto sociale non possa fondarsi contemporaneamente sull’eradicazione dell’evasione e sulla tassazione patrimoniale, soprattutto se straordinaria. La mia argomentazione si basa sul presupposto che negli ultimi decenni si sia determinata una concentrazione patrimoniale fra coloro che erano coinvolti nel diffuso fenomeno dell’evasione fiscale. Non mi riferisco qui soltanto a chi ha usato l’evasione per aumentare un reddito che sarebbe stato comunque notevole, ma soprattutto a coloro la cui impresa sopravvive soltanto grazie all’evasione. Costoro, non avendo contribuito al finanziamento del sistema pubblico di protezione sociale, hanno necessariamente accumulato patrimoni per provvedere privatamente alla loro vecchiaia.

Ora, fondare il nuovo patto sociale per la crescita sia sull’eradicazione dell’evasione che sull’introduzione di una tassazione patrimoniale, soprattutto se straordinaria, significherebbe colpire due volte gli stessi soggetti. Questo renderebbe il nuovo patto molto più costoso per alcuni. Inoltre, ridurrebbe la loro capacità di adattarsi al necessario processo di ristrutturazione produttiva o ritirandosi definitivamente dall’attività lavorativa, oppure investendo per il rilancio della loro attività su basi più solide. Tutto ciò, indebolirebbe la praticabilità economica, sociale e anche politica del processo di ristrutturazione.

In sintesi, il nostro apparato produttivo ha bisogno di una profonda ristrutturazione per recuperare efficienza, competitività e capacità di crescita. La via maestra in questa direzione conduce alla questione fiscale e all’eradicazione della evasione. Farsi carico dei costi sociali di un tale ambizioso progetto di ristrutturazione produttiva sconsiglia di porre al centro del nuovo patto sociale la tassazione patrimoniale, soprattutto se straordinaria. In due parole, dobbiamo scegliere se vogliamo eliminare l’evasione fiscale futura e rilanciare la crescita, oppure tassare i frutti dell’evasione passata.

1. Michele Grillo e Francesco Silva, Le condizioni di un nuovo patto sociale, nelmerito.com, 18 novembre 2011.
2. Michele Salvati, Tre pezzi facili; Bologna, il Mulino; 2011
3. Francesco Giavazzi, Luigi Spaventa, “Italy: The real effect of inflation and disinflation”, Economic Policy 8; 1988.
4. Roberto Tamborini, Il naufragio, nel merito.com, 17 giugno 2011.

  Commenti (1)
Evasione passata e futura
Scritto da Alessandro Santoro, il 23-12-2011 18:01
Dissento su due punti. 
Il primo: la tesi secondo cui il nostro debito pubblico nasce con le riforme degli anni Settanta. Vorrei ricordare che secondo la stima di Alesina e Marà (in La finanza pubblica italiana di Monorchio, 1993) il rapporto debito/pil italiano sarebbe stato pari all'80% (anziché al 120% di allora) se l'evasione italiana fosse stata pari a quella inglese. E non esiste nessuna relazione (nè teorica, né empirica, in particolare per il caso italiano) tra l'evasione e il livello di tassazione. 
In secondo luogo dissento sull'idea di eradicazione dell'evasione. Come ho cercato di spiegare con altri interventi su nelmerito.com, date le caratteristiche del nostro sistema produttivo, è credibile solo una riduzione graduale e lenta che riconduca l'evasione da patologica a fisiologica. E questa riduzione è, per certi versi, già in corso, o quantomeno ha avuto delle accelerazioni forti, nel corso degli ultimi 15 anni (si vedano i dati dell'Agenzia delle entrate sull'evasione dell'iva, riportati nella recente relazione Giovannini).

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