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COME SI GERMANIZZA L'EUROPA E-mail
Europa
di Francesco Farina
16 dicembre 2011
germanizzare europaNessuno si faceva illusioni. Andando all’osso, il supervertice europeo si è concluso con la vittoria del metodo intergovernativo. Non che le decisioni assunte dai 26 membri dell’Unione europea (nel caso in cui tutti i paesi non-euro, Regno Unito escluso, si accoderanno ai 17 dell’Eurozona) siano del tutto chiare.

Come si configura, ad esempio, anche alla luce della più volte proclamata “indipendenza” della banca centrale, la divisione di ruoli fra la BCE e il duo Merkel-Sarkozy insediatosi al comando (più la prima che il secondo) della nave dell’euro nella tempesta?

Certo, in questi giorni si è guadagnato ancora tempo di fronte all’incalzare dei mercati. A cominciare dalla banca centrale di Francoforte, che ha svolto il suo compito in “piena autonomia”: tasso di interesse ridotto all’1%, allungamento della durata dei prestiti ed abbassamento della riserva obbligatoria delle banche, rifinanziamento dell’EFSF (l’attuale fondo salva –stati) per altri 500 miliardi di euro da trasferire poi nel 2013 all’European Stability Fund (il nuovo fondo salva-stati), etc.. Però, siamo così sicuri che questi miliardi basteranno a “garantire” la solvibilità di due grandi paesi come Italia e Spagna? Perché non annunciare che la BCE si porrà come una sorta di intermediario fra mercato finanziario e EFSF, dichiarandosi disponibile ad acquistare quantità illimitate delle sue emissioni, in modo da superare il problema della mancata prerogativa di “prestatore di ultima istanza”? L’impressione è che il Governatore Draghi sia più preoccupato di non scontentare la Merkel – fermamente contraria ad una BCE sospettabile di finanziare il “piè di lista” dei governi - che della reazione dei mercati di fronte ad annunci palesemente prudenti e quindi poco rassicuranti.

Così pure, i diktat rivolti dalla “diarchia” ai governi dell’Eurozona sembrano più diretti a “fare ammuina” che a delineare una nuova governance macroeconomica dell’Eurozona. Gli esempi non mancano: il “bollo di conformità” della Commissione europea sui bilanci pubblici nazionali, ovvero l’annunciato controllo di Bruxelles sull’applicazione di regole automatiche, con immediata correzione di ogni deviazione dallo 0,5% quale massimo livello del rapporto deficit/Pil strutturale. Ci si può chiedere: che rapporto c’è con il vincolo attuale, che vuole che nel “medio termine” il rapporto debba essere zero, cioè impone già ora quel pareggio di bilancio che ora si vuole inserire pomposamente nelle Costituzioni nazionali? Forse i mercati si sentiranno sollevati dal potere invocare lo “scioglimento” degli stati “costituzionalmente” insolventi? Perché prevedere un iter di ratifica che dovrebbe concludersi a marzo, quando si poteva trovare - nelle pieghe dei Trattati - il modo di giungere ad una più rapida approvazione? Al di là di queste domande senza risposta, è nato di fatto un governo autonominatosi - la diarchia intergovernativa Berlino-Parigi - che ordina alla Commissione di Bruxelles – depositario del metodo comunitario - di controllare il rispetto delle decisioni da essa prese. Inutile aggiungere che degli Eurobonds naturalmente non c’è traccia. Se tutto procederà secondo piani, l’l’Europa si avvia verso un sistema federale di tipo presidenziale, senza però essere una federazione. Non solo perché manca l’unione politica, ma anche perché il controllo sui bilanci pubblici preserva dall’azzardo morale dei governi, ma è tuttavia assente un elemento consustanziale ad una federazione: i trasferimenti perequativi. Questa tipica funzione top-down, svolta del bilancio pubblico centralizzato di ogni federazione – e che nell’Eurozona potrebbe essere assolta da un appropriato disegno degli Eurobonds - è indispensabile per favorire il superamento dei divari di reddito pro capite degli stati più arretrati, funzione tanto più essenziale nei prossimi anni di crescita poco sotto, o poco sopra, dello zero.

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