Home arrow Fisco arrow LA CHIESA E L'ICI
LA CHIESA E L'ICI E-mail
Fisco
di Ruggero Paladini
16 dicembre 2011
chiesa iciEra inevitabile che i provvedimenti del governo sugli immobili portassero ad un ritorno di fiamma della polemica sulla (non) Ici della Chiesa, con relativo risveglio dei cromosomi guelfi e ghibellini di cui abbonda il dna italico. Perché noi sì e loro no?

In realtà in questa questione vi sono aree chiare ed aree grigie. Vediamo di ricordare velocemente le prime per poi concentrarsi sulle seconde.
La legge istitutiva dell’Ici (1992) esentava alcune categorie d’immobili, tra cui quelli destinati al culto, nonché quelli destinati esclusivamente ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive (se di proprietà di enti non profit). Pertanto chiese di ogni confessione, ospedali o scuole sono chiaramente esentati dall’imposta; recentemente la Cassazione ha chiarito che quello che conta è la reale destinazione dell’immobile. Pertanto un garage a Milano utilizzato come moschea è stato dichiarato esente ancorché classato come immobile commerciale. Altrettanto evidente che se un ente religioso possiede degli appartamenti, su questi dovrà versare l’imposta.
Passiamo ora all’area grigia: essa è data, ad esempio, da tutte quelle strutture ricettive che funzionano in modo non diverso dai normali alberghi, dove comuni cittadini possono alloggiare e consumare i pasti, trascorrendo anche periodi di vacanza più o meno lunghi. Tali immobili sorgono spesso accanto a edifici di culto, a volte adiacenti ad essi. In molti casi l’Ici relativa a tali strutture non è stata versata. Si argomenta che la finalità di queste attività commerciali è comunque servente rispetto a quella propria dell’ente, finalità che rientrano nell’elenco sopra ricordato. Un esempio può essere quello dell’ospitalità a pagamento offerta da un convitto di suore ai parenti di un paziente ricoverato in un vicino ospedale.
Il problema che si pone è quello della violazione di regole europee in tema di concorrenza, costituendo questa esenzione, qualora considerata legittima, un aiuto di Stato. Su questo i radicali hanno richiamato da tempo l’attenzione della Commissione di Bruxelles, che di recente ha (ri)avviato l’istruttoria per violazione delle regole comunitarie. Ma in realtà i dubbi sulla legittimità dell’esenzione dovevano essere presenti anche nella Chiesa, tanto è vero che nel 2005 un decreto legge di Berlusconi proponeva una modifica della legge, specificando la validità dell’esenzione per le attività “pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto”. Il decreto non fu poi convertito, ma lo stesso concetto trovò collocazione in un successivo decreto collegato alla finanziaria 2006, dove l’esenzione “si intende applicabile alle attività indicate a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse”. Nel 2006 subentra il governo Prodi; nella conversione del DL 223 un emendamento votato da parlamentari di ambo i lati stabilisce che l’esenzione vale per tutte le sedi con attività “non esclusivamente commerciali”.  
In sostanza la materia del contendere è proprio l’area grigia delle attività di tipo commerciali, perché è pacifico che, se mi reco in un edificio a pregare, a farmi curare o a studiare, l’edificio non debba versare l’Ici, o dal prossimo anno l’Imu. Ora conviene tornare all’esempio dei parenti di un paziente ricoverato in una clinica gestita da un ente religioso. In assenza di una struttura ricettiva i parenti si recherebbero in un albergo nelle vicinanze della clinica. Non vi è dubbio che i proprietari dell’albergo siano tenuti a pagare l’imposta. Il fatto che l’ente religioso possieda una struttura ricettizia di tipo alberghiero, non può avere come conseguenza l’estensione dell’esenzione dall’imposta. In sostanza quando nell’immobile si svolge un’attività che potrebbe essere effettuata da un qualunque operatore “profit”, il trattamento dell’immobile non può dipendere dal fatto che proprietario di esso sia un ente religioso. Ovvio che se nell’immobile vi è una cappella, questa parte sarà esclusa dall’Ici, o Imu.   
In conclusione vi sono strutture con attività commerciale che nella visione guelfa sono attratte dall’esenzione per attività socialmente meritevoli, mentre nella visione ghibellina, che a me sembra quella corretta, non lo sono. Quanti siano questi immobili è impossibile dire; le stime della perdita di gettito oscillano da circa 100 milioni della commissione Antonini a cinque volte tanto. In seguito ad un’interrogazione del consigliere radicale Marco Cappato è emerso che a Milano 52 immobili di proprietà di enti religiosi versano l’Ici, e 49 no. Inoltre a carico di 23 enti religiosi non risulta nessuna Ici.
Una proposta ragionevole è stata avanzata da Marco Causi1: in occasione dell’introduzione dell’Imu si potrebbe dare vita ad una sorta di censimento di tutti gli immobili esenti, introducendo “l’obbligo di dichiarazione anche per i soggetti esenti, dando poi sei mesi di tempo per redigere tali dichiarazioni e per costruire l’anagrafe di questo patrimonio”.

1. L’Unità 12-dicembre.
  Commenti (1)
ricercatore, politiche fiscali
Scritto da Fernando Di Nicola, il 16-12-2011 16:43
A me pare che la precisa ricostruzione fatta da Paladini non lasci dubbi: il problema dell'ICI sugli immobili destinati al culto ed altri usi meritori non Ŕ di tipo interpretativo. E' evidente infatti che nell'emendamento al DL 223/2006 viene invertita la logica dell'esenzione: non Ŕ esente chi opera esclusivamente nei settori meritevoli, ma chi opera in settori non esclusivamente commerciali. In pratica, l'uso misto diventa esente proprio con quell'emendamento. Che andrebbe superato, magari per fissare una tassazione intermedia, magari forfetaria pro-quota.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >