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PENSIONI, PREVISIONI, TRASPARENZA COMUNICATIVA. E-mail
di Clara Busana, Antonio Salera
09 dicembre 2011
pensioni2.jpgSiamo tutti grati ai colleghi che in questi giorni si stanno assumendo il pesantissimo onere di elaborare da posizione di governo una manovra economica che non può certo essere indolore e che più volte è stato ricordato vuole coniugare rigore, sviluppo ed equità.

Vorremmo tuttavia aggiungere che un requisito altrettanto importante è la trasparenza della comunicazione su quello che si intende fare e su quali siano le probabili conseguenze. Da questo punto di vista, sul complicato tema delle pensioni pensiamo si possa dire/fare qualcosa di più. E’ assai probabile che su molti altri temi oggetto della manovra si potrebbe dire lo stesso, ma ovviamente noi trattiamo il tema che conosciamo meglio.

Per alcuni giorni, ad esempio, non abbiamo capito come si sarebbe veramente applicata la nuova e modesta indicizzazione ai prezzi dei trattamenti pensionistici. Da economisti avevamo difficoltà a credere che sarebbe stata applicata solo alle pensioni fino al doppio del minimo e se eri “sopra” di un euro peggio per te. E’ noto infatti che in questo modo si possono verificare fenomeni di re-ranking: chi avrebbe la pensione più elevata senza inflazione si potrebbe trovare, solo per quell’euro in più, ad essere più povero di chi entra nella soglia del doppio del minimo (960 euro mensili), se l’inflazione si verifica. Una volta letto il testo del decreto legge ci siamo convinti che invece è proprio così, anche se soglia massima non è il doppio del minimo, bensì il doppio del minimo cui si aggiunge l’eventuale importo dovuto all’indicizzazione. Come dire che il re-ranking non ci sarà a 960 euro, ma con un’inflazione, al 2%, per esempio, sarà a 974,4 euro.

Probabile che di più non si potesse fare, ma la comuicazione è farcita di quei bizantinismi linguistici di cui la chiarezza comunicativa farebbe volentieri a meno.

Si potrebbe dire che si tratta di un linguaggio di legulei cui non ci si può sottrarre, ma altri indizi ci portano ad essere assai attenti.

Sempre in tema di pensioni, la tesi del ministro Fornero è che l’applicazione di un regime contributivo anche a quella quota di lavoratori fino ad oggi interamente legati al sistema retributivo (avendo più di diciotto anni di anzianità contributiva al momento dell’introduzione della riforma Dini) oltre a garantire una maggior equità tra le generazioni, avrebbe un effetto modesto sull’entità della pensione degli stessi associato ad un significativo minor esborso per il sistema nel suo complesso. Sulle diverse accezioni del termine equità non vogliamo entrare in questa sede, accettiamo qui l’idea che l’equità tra le generazioni sia perseguibile rendendo simile il “premio pensionistico” inteso come rapporto tra pensioni percepite e contributi versati, ora più elevato per il sistema retributivo rispetto a quello contributivo. Normalmente le simulazioni su chi ci perde e chi ci guadagna le fanno i giornalisti economici, ma nel caso che ha sollecitato la nostra attenzione l’articolo “Più equità con il contributivo pro-rata per tutti”, pubblicato sul sole 24 ore del 10 ottobre e ampiamente ripreso anche da altri quotidiani, è proprio di Fornero insieme a Coda Moscarola. L’articolo e’ inoltre associato ad una tabella elaborata da Borella e Coda Moscarola, un team afferente al Cerp, ente di cui la Fornero è coordinatore scientifico. I nostri rilievi sulla tabella di supporto non vogliono essere un petulante esercizio critico, ma vogliono solo evidenziare come uno strumento, come una tabella, che dovrebbe aiutare il comune cittadino a capire un punto rilevante, può essere fuorviante se si appoggia su assunzioni e previsioni non troppo realistiche.

Nell’articolo si fa riferimento alla situazione di un lavoratore dipendente del settore privato nato nel 1958, appartenente alla categoria dei “salvati” che hanno per ora diritto ad una pensione calcolata interamente attraverso il metodo retributivo).

Le assunzioni esplicitamente espresse riguardano: l’anzianità contributiva -20 anni al 31/12/1995-; la dinamica retributiva reale -costante e pari al 2,5% annuo-; il reddito al 2010 -30 mila euro-; la maturazione dei 40 anni di anzianità nel 2018 e il tasso di crescita reale del Pil – costante ed al 2%-.

Partendo da queste assunzioni gli autori determinano il valore della pensione annua che il lavoratore otterrebbe a sistema attuale vigente, qualora decidesse per il pensionamento non appena soddisfatto il requisito minimo di anzianità contributiva (40 anni). Con il sistema delle finestre si afferma che potrebbe ricevere la pensione dal 2019.

Il valore calcolato viene poi messo a confronto con tre alternative possibili, tutte legate ad un’ipotesi di fissazione dell’età minima pensionabile a 63 anni (che comporterebbe, nell’esempio considerato, uno slittamento di 2 anni del ritiro dall’attività lavorativa) e calcolate con tre sistemi di calcolo differenti: una continuazione del retributivo, il pro-rata contributivo e il contributivo puro.

Infine, viene calcolata la quota di maggiore beneficio pensionistico rispetto ai contributi versati legati alle diverse alternative.

Dal confronto emerge che, a fronte di differenze minime nel valore della prestazione pensionistica calcolata come estensione del retributivo (29.523 euro) rispetto al pro-rata contributivo (28.999 euro), il vantaggio in termini di minore “regalo” rispetto ai contributi versati sarebbe sensibilmente inferiore (dal 43% al 33%).

Ma c’è qualcosa che non va e qualcosa che è obiettabile.

Innanzitutto appare oscuro come un lavoratore nato nel 58 e con 20 anni di anzianità contributiva al dicembre 95, maturi i 40 anni di anzianità nel 2018: in teoria tale requisito dovrebbe essere raggiunto a fine 2015. Di conseguenza, nella tabella, l’anzianità di pensionamento al 2019 dovrebbe essere 42 e non 40. La medesima considerazione vale per la simulazione degli scenari alternativi: al 2021 l’anzianità contributiva dovrebbe essere pari a 44 e non a 42. La questione non è banale, perché il valore della pensione retributiva (e conseguentemente l’entità del “premio” pensionistico) è fortemente legato al livello delle retribuzioni degli ultimi anni di attività. I confronti presenti nell’articolo, e le relative considerazioni valgono, dunque, tra due ipotesi che prevedono entrambe un allungamento della vita lavorativa.

Inoltre, assumere che il tasso di crescita salariale reale sia costante lungo tutto l'arco della vita lavorativa appare il frutto di una scelta precisa e difficilmente generalizzabile alla media della popolazione attiva. Per quanto riguarda il pregresso assumere un dinamica reale del 2,5% implica considerare una carriera molto dinamica (quella effettiva è stata assai più contenuta- mediamente dello 0,6%), ed è fin troppo noto che le carriere dinamiche sono assai premiate dal calcolo retributivo sulla media delle remunerazioni finali rispetto ai contributi effettivamente versati.

Se guardiamo al futuro, invece, la scelta di mantenere un tasso del 2,5% annuo reale contrasta con altre previsioni di lungo periodo, Ipotizzando che gli incrementi di salario rispecchino interamente gli incrementi della produttività per occupato, al 2020 in base alle previsioni più recenti della Ragioneria Generale dello Stato la crescita salariale si attesta all’1%. Inoltre il tasso di crescita di lungo periodo del PIL reale del 2% della simulazione, si confronta con le previsioni della stessa Ragioneria Generale dello Stato dello 1,5% Ancora più basse le previsioni di EPG-WGA, rispettivamente lo 0,8 per il Pil e lo 0,7 per i salari. L’assunzione troppo generosa sul Pil porta a sopravvalutare trattamenti pensionistici basati sul contributivo, ma quella ancor più generosa sulla dinamica salariale enfatizza il “premio” del retributivo.

Insomma, come in tutte le simulazioni le implicazioni che derivano dalla scelta dei valori futuri dei parametri economici è cruciale; chiaro che qui si tratta solo di un articolo divulgativo, ma forse a maggior ragione la trasparenza è d’obbligo. Preventivamente quello che chiediamo al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, è la massima trasparenza, tema cui ha più volte dimostrato nei suoi lavori scientifici e nella sua attività pubblicistica essere di grandissima sensibilità. Siamo fiduciosi.

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