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GLI INTERVENTI SULLE PENSIONI E-mail
di Luca Beltrametti
09 dicembre 2011

pensioni.jpgUn sistema pensionistico a ripartizione assomiglia ad una grande petroliera in navigazione: occorre tempo per rallentare, accelerare e cambiare rotta. La sua grande inerzia deriva dalla massa delle promesse fatte in passato: una riforma seria ed equa non può produrre risparmi immediati; risparmi nel breve periodo si possono ottenere solo tradendo qualche aspettativa ormai fortemente radicata.

In tempi normali quindi non si dovrebbero pretendere effetti immediati sul bilancio pubblico da interventi sulle pensioni. Elsa Fornero non si è trovata ad agire in tempi normali: l’attuale Ministro ha dovuto agire in condizioni drammatiche e con un tempo limitatissimo.

In questo contesto occorre valutare i singoli provvedimenti ma anche il quadro di insieme. A tale proposito si può notare che la manovra Monti per la prima volta colpisce le generazioni più anziane più duramente rispetto alle generazioni più giovani: non solo la manovra sulle pensioni ma anche la più pesante tassazione degli immobili ha infatti aspetti distributivi tra le generazioni: si consideri infatti1 che la percentuale di famiglie che vive in una casa di proprietà sale dal 40% circa dei nuclei con capofamiglia con meno di 30 anni ad oltre l’80% dei nuclei con capofamiglia con più di 65 anni. A questo aspetto (così come al blocco dell’indicizzazione delle pensioni, vedi seguito) si associano gravi problemi sociali dal momento che è diffuso il fenomeno di nuclei familiari che – pur proprietari dell’abitazione – hanno redditi prossimi alla soglia di povertà. Il riequilibro tra generazioni è certamente doloroso, deve essere attuato con grande cautela, ma complessivamente mi sembra necessario.

Con riferimento alle pensioni, vari interventi compongono un disegno complessivamente organico e condivisibile:

  • L’eliminazione progressiva della disparità di trattamento tra generi (a favore delle donne) con convergenza dell’età di pensionamento mi sembra cosa positiva. Il pensionamento anticipato delle donne non era tuttavia un puro “privilegio” da momento che costituiva un pezzo di un patto sociale (implicito) più ampio: alle giovani madri si offriva poco aiuto per partecipare alla forza lavoro, alle figlie e nuore si offriva poco aiuto nella cura di anziani non autosufficienti… e riconosceva loro una sorta di “risarcimento” al momento del pensionamento. In tempi normali sarebbe stato possibile superare questo modello arcaico, iniquo ed inefficiente offrendo alle donne contropartite in termini di servizi che permettessero una vera parità di genere. In tempi drammatici come i nostri si è proceduto ad una “disdetta unilaterale” di quel patto implicito. Sarà necessario tenere a mente questo quando i tempi più duri saranno superati e si potrà provare a costruire un modello di sviluppo nuovo: l’anomalia italiana è non solo la spesa pensionistica ma anche la bassa partecipazione delle donne alla forza lavoro: interventi che aumentino la parità di genere nei tassi di occupazione possono rappresentare politiche per lo sviluppo non solo economico ma anche civile del Paese.

  • Il progressivo innalzamento dell’età pensionabile (non solo per le donne) avviene in una cornice nella quale – nello spirito della riforma del 1995 - la libertà di scelta individuale viene rispettata e si agisce su incentivi allo scopo di rendere tali scelte compatibili con la sostenibilità finanziaria del sistema.

  • Il progressivo aumento della contribuzione di artigiani e commercianti riduce le differenze rispetto ai lavoratori dipendenti. Insieme ad analoghi interventi su lavoratori agricoli e casse professionali si disegna un sistema pensionistico meno eterogeneo e più solido.

  • L’applicazione del metodo contributivo di calcolo della pensione in misura “pro-rata” anche ai lavoratori che all’1/1/1996 avevano più di 18 anni di contribuzione aumenta l’equità del sistema riducendo le differenze nei tassi di rendimento basate su differenze nell’anzianità contributiva.

Il blocco per il biennio 2012/13 dell’indicizzazione delle pensioni di importo superiore a €935 costituisce l’aspetto più controverso e criticabile della manovra presentata dal Governo al Parlamento. Come è noto, l’iniquità di questo intervento dipende dalle seguenti circostanze: a) colpisce persone che non hanno possibilità di variare la propria offerta di lavoro per reagire alla diminuzione di reddito reale; b) l’entità del sacrificio richiesto è indeterminata ex ante e dipende anche da fattori casuali esterni all’economia italiana che abbiano impatto sull’inflazione; c) l’entità del sacrificio non è progressiva. Questo intervento è anche “beffardo”: uno dei pregi di un sistema pensionistico a ripartizione (come è l’Inps) rispetto ad uno a capitalizzazione (come sono i fondi pensione privati) consiste proprio nella superiore capacità del primo di offrire un’indicizzazione delle prestazioni. In linea teorica, un fondo a ripartizione potrebbe addirittura “agganciare” le prestazioni non solo all’indice dei prezzi ma anche alle dinamiche dei salari associate alla crescita della produttività del lavoro. Ciò creerebbe un legame tra giovani ed anziani nel quale si riconosce a questi ultimi una parte del merito dei guadagni di produttività conseguiti dai giovani grazie anche a precedenti investimenti in capitale fisico ed umano finanziati dalle generazioni anziane.


Come si è detto, Elsa Fornero non ha agito in tempi “normali”. I tempi “normali” sono durati decenni e per decenni si sono tollerate cose che non avremmo dovuto tollerare: privilegi, disuguaglianze arbitrarie di trattamenti, promesse chiaramente insostenibili e quindi inique dal punto di vista intergenerazionale. Come spesso succede nella storia, le colpe del passato sono pagate oggi da persone che non hanno alcuna responsabilità diretta; ciò è motivo di amarezza e di grande rimpianto per le tante occasioni perse nel passato, anche recente.



1. Vedi M. Baldini, La casa degli italiani, Bologna, Il Mulino, 2010.


  Commenti (1)
Scritto da laura Dragosei, il 12-12-2011 13:52
Condivido in pieno quando si parla di assurdi privilegi e promesse insostenibili che sono state fatte pagare ai più deboli della catena, cioè ai giovani, in termini di mancanza di prospettive previdenziali. 
Basti vedere gli importi medi delle nuove pensioni liquidate nel 2010 pari in media a 2.400 euro mensili per i dipendenti pubblici e a oltre 2.000 euro mensili per alcuni fondi speciali dell'INPS (elettrici, trasporti, volo, telefonici) a un età media di 59 anni.

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