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GENERALIZZAZIONE DELL’ART. 18 VS INDENNITÀ TRANSATTIVA QUANDO IL LICENZIAMENTO HA RAGIONI ECONOMICHE E-mail
di Marcello Pedrazzoli
09 dicembre 2011
lavoro.jpgPropongo una combinazione imposta alla luce della legislazione comparata e che credo virtuosa: la generalizzazione del principio dell’art. 18, Statuto e, come contraltare in caso di giustificato motivo oggettivo di licenziamento, la previsione di un diritto che il lavoratore a sua scelta può esercitare.
Premetto motivazioni minime della proposta. La «tabuizzazione» dell’art. 18 è ormai tanto profonda che bisogna imprimervi un segno positivo. Il riscontro offerto dai paesi europei paragonabili al nostro mostra che le legislazioni dei nostri vicini hanno a cuore, molto se non principalmente, il problema della calcolabilità dei costi del licenziamento e fanno di tutto per realizzarla.

In altri ordinamenti (segnalo Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo), quando il giudice accerta l’illegittimità del licenziamento, ne consegue per legge o la reintegrazione, e/o l’indennizzo. Quale dei due rimedi debba essere adottato viene in concreto stabilito dal giudice, che tiene conto del tipo di motivo sottostante al licenziamento, delle risultanze processuali, del comportamento tenuto dalle parti nonché della situazione dell’azienda.

In Italia, quando il licenziamento si riferisce ad un rapporto di lavoro a tempo indeterminato nelle unità al di sopra di una certa dimensione (semplificando, in quelle sopra i 15 addetti, la cd. area forte, costituita in Italia da circa la metà dei dipendenti, e cioè grosso modo da 9 milioni di lavoratori), la legge impone al giudice, quale che sia il tipo di motivo del licenziamento, di ordinare al datore la reintegrazione del lavoratore nel posto, nonché di condannare sempre il datore ad un risarcimento stabilito in una misura corrispondente alla retribuzione globale di fatto che l’illegittimamente licenziato avrebbe dovuto percepire. Poiché le cause di lavoro durano mediamente un anno e più nelle tre-quattro circoscrizioni di Tribunale più virtuose, ma anche più di quattro anni nelle peggiori (e questi tempi considerano solo il giudizio di primo grado), l’entità di tale risarcimento è incerta, dipendendo dalla micidiale e imprevedibile lunghezza del processo. Con la legge n. 109 del 1990 è stato poi consentito al lavoratore di «barattare» la reintegrazione con una ulteriore indennità - 15 mensilità che si aggiungono al risarcimento detto – per cui la reintegrazione è diventata da vent’anni la foglia di fico di una «monetizzazione» totale della perdita del posto. Con il risultato complessivo che, per fattori esogeni nell’area della cd. tutela forte non è più prevedibile in Italia, neppure alla lontana, a quali spese vada incontro l’imprenditore per gli effetti perversi dell’art. 18, se egli resta soccombente nel contenzioso sul licenziamento, tanto più in grado d’appello.

Nel mondo postindustriale e dell’economia globalizzata degli ultimi decenni i licenziamenti sono solo o quasi di tipo oggettivo (ovvero disposti per ragioni economiche, organizzative, aziendali, produttive). In Italia questa forza d’urto si infrange sull’art. 18, Statuto, che presenta un meccanismo remediale visibilmente sintonizzato sui licenziamenti per motivi soggettivi, quelli discriminatori e/o disciplinari, che non raggiungono l’uno per mille dei casi di licenziamento. Per evitare che il contenzioso comporti la imprevedibilità suaccennata dei costi anche per i licenziamenti di tipo oggettivo, da tempo in molti ordinamenti europei sono stabilite regole specifiche per essi, differenziate da quelle che presiedono ai licenziamenti per ragioni discriminatorie e disciplinari. Per un verso si sono ormai omogeneizzate in Europa, le discipline in materia di licenziamenti collettivi (che si imperniano anche da noi - l. n. 223 del 1991 – sugli obblighi di comunicazione alle controparti sindacali e agli organi amministrativi, in modo che le misure espulsive e il loro impatto sociale siano controllate ed attenuate). Ma pure le discipline sul licenziamento individuale dimostrano che il lavoratore licenziato per ragioni economiche può chiedere e ottenere - ad esempio in Germania, Austria, Spagna, Portogallo e finanche, in parte, in Gran Bretagna - un’indennità prefissata per legge; indennità che costituisce il prezzo a priori pagato dal datore se, nell’esercizio della libertà di impresa, dispone la soppressione di posti di lavoro e ha una valenza sociale. In tal modo, il lavoratore deprivato di un bene essenziale, fruisce almeno di un ammortizzatore, immediato e incontroverso, che preclude altresì, transattivamente, l’insorgere di una controversie sulla misura datoriale.

Alla luce di questi riscontri e motivi propongo anzitutto di aggiungere all’art. 18, Statuto alcuni commi, nei quali viene regolato il diritto del lavoratore licenziato per ragioni economico-aziendali ad ottenere comunque un’indennità, invece di nulla e/o invece di essere costretto a inabissarsi in una ingorgata strada giudiziaria per invalidare licenziamenti che, nella stragrande maggioranza dei casi, conseguono all’esercizio legittimo di potere imprenditorile. Temperato e forse esorcizzato da una siffatta possibilità alternativa il dissesto causato dall’art. 18, non sarebbe più fuori luogo generalizzare il discusso principio stabilito in questa norma; di tal che la reintegrazione e la condanna al risarcimento corrispondente alle retribuzioni perdute trovino applicazione a tutti i rapporti di lavoro, a prescindere dalla dimensione aziendale. In tal modo verrebbe meno una profonda, troppo intensa, disparità di trattamento nell’area cd. debole; ma questo non sfavorirebbe le unità minori perché nel contempo la previsione di un indennizzo a priori nell’assolutamente prevalente licenziamento economico, indurrebbe il lavoratore colpito a richiedere l’indennità, evitando la fortunosa via giudiziaria. Se poi questa dovesse essere intrapresa, il processo viene nella proposta accelerato per un verso imponendo un termine di soli 90 giorni per introdurre l’azione dopo l’impugnazione del licenziamento; per un altro verso facendo gravare sullo stato il peso del risarcimento del danno a favore del lavoratore trascorsi due anni dalla sua estromissione illegittima dal posto.

Con sguardo conclusivo d’insieme, nella proposta viene quindi riaffermato per tutti i lavoratori il diritto inviolabile della persona (art. 2, Cost.), se e quando è lesa da una misura imprenditoriale illecita. Ma nel contempo si attua un ragionevole bilanciamento fra i beni tutelati negli artt. 4 e 41 Cost., in quanto alla libertà di impresa, seppur legittimamente esercitata, accede l’obbligo di indennizzare il lavoratore colpito con la perdita del posto.

[In nota si può leggere la proposta di articolato1]

 

 


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