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In attesa dei risultati
della “due giorni” di vertici europei, una riflessione a più
ampio raggio. Nella nebbia sul futuro dell’Europa una sola cosa
appare con nitidezza: ammesso che la crisi dell’Eurozona sarà
superata, oggi non è il “metodo comunitario” di Bruxelles, ma
sono i governi dei paesi “forti” - il “metodo intergovernativo”
di Berlino e Parigi - alla guida dell’integrazione europea. Fra i
tanti segnali in tal senso che negli ultimi tempi si sono accumulati,
basterà citare il fatto che a tenere in pugno il destino
dell’Eurozona di fronte all’assalto dei mercati finanziari non è
il presidente del Consiglio europeo van Rompuy, oppure il presidente
della Commissione europea Barroso, ma l’iniziativa dei leader
nazionali di Germania e Francia.
Nella ormai copiosa
letteratura sull’integrazione europea la funzione propulsiva verso
politiche sovranazionali è stata tradizionalmente attribuita al
“metodo comunitario”. La realizzazione delle politiche europee
mediante il metodo comunitario è stata descritta come l’”oscillare
di un pendolo”: anni di forte impulso sono stati seguiti da anni
di sostanziale blocco - se non di arretramento - del processo di
integrazione. Il bilancio della tecno-struttura di governo di
Bruxelles, accanto a molte luci, presenta molte ombre. La Commissione
è infatti riuscita ad esercitare una spinta propulsiva
sull’integrazione economica europea soltanto nelle fasi favorevoli
della congiuntura, nelle quali il “mutuo vantaggio” degli stati
aveva modo di prevalere sul conflitto fra gli interessi nazionali.
Il suo impulso si è
rapidamente esaurito una volta che la pressoché totale scomparsa
delle politiche nazionali di stabilizzazione (rimane solo lo
strumento della politica fiscale, quasi totalmente imbrigliato dal
Patto di stabilità e crescita: PSC) ha fatto sì che i ritardi di
efficienza produttiva della periferia si traducessero totalmente –
in assenza di politiche di contrasto – in una perdita di
competitività con i paesi più forti. Il PSC venne esclusivamente
pensato come supporto alla BCE, con l’obiettivo di frenare le
politiche discrezionali espansive per impedire che l’indisciplina
fiscale mettesse a rischio la custodia della stabilità monetaria. Se
i singoli stati non sono mai stati in grado di orientare alla
crescita le manovre fiscali è accaduto anche perché il rispetto dei
vincoli del PSC ha imposto politiche fiscali di stabilizzazione –
ad esempio, una restrizione fiscale anche a fronte di una caduta del
PIL - che prodocono effetti deflazionistici. La crisi dell’Eurozona,
la più grave lungo il cammino della costruzione europea, ha
rinfocolato i conflitti fra paesi forti e paesi deboli, facendo
emergere in tutta la loro gravità le debolezze della strategia
dell’integrazione.
La fragilità
istituzionale dell’Eurozona non ha solo origine nello scarso
spirito comunitario mostrato dai governi europei, nella loro non
volontà di cedere pezzi rilevanti di sovranità a Bruxelles, ma è
anche il frutto dei limiti culturali che hanno segnato il metodo
comunitario. Ad esempio, non si può dire che la Commissione europea
abbia con chiarezza individuato e implementato le corrette politiche
per la crescita e la coesione. Sarebbe troppo lungo rimarcare quanto
negativamente abbia pesato la teoria macroeconomica dominante
nell’avere di fatto demandato alle sole forze di mercato il compito
di colmare i divari territoriali. Non è un caso che, dopo avere
constatato i numerosi difetti dei fondi strutturali e di coesione ad
inizio anni 2000 - si pensi al Rapporto Sapir (2004) - non si sia mai
realizzata una sostanziale revisione delle politiche di sostegno.
Dopo avere realizzato la convergenza nominale, sarebbe occorso
monitorare la bilancia commerciale dei paesi dell’Eurozona (il
bilancio da portare in pareggio è anche quello dell’interscambio
con l’estero) e sostenere con adeguate politiche comunitarie la
“rincorsa” dei paesi periferici al più elevato reddito pro
capite dei paesi più avanzati.
Le istituzioni di
politica macroeconomica che affiancano il lavoro della Commissione -
la BCE e le autorità fiscali nazionali assoggettate al rispetto
delle regole del PSC - sono inadatte a perseguire l’obiettivo di
lungo periodo che nella teoria della crescita si chiama “convergenza
reale”. I paesi periferici si sono così trovati a dovere
fronteggiare un progressivo peggioramento della propria competitività
nei confronti delle economie più solide dell’Eurozona senza una
strategia di crescita comune. Quando è scoppiata la crisi
finanziaria e la crescita da lenta è
divenuta negativa, i mercati internazionali hanno messo in dubbio la
solvibilità fiscale dei governi ed hanno cominciato a decumulare –
uno dopo l’altro – i titoli pubblici degli stati della periferia.
Se i governi dei paesi periferici avessero potuto contare su tassi di
crescita meno esigui, capaci di “alimentare” i surplus primari
necessari a garantire la solvibilità fiscale, la restituzione del
debito pubblico sarebbe divenuta “credibile” e l’Euro avrebbe
potuto resistere agevolmente alla tempesta partita negli Stati Uniti
dai sub-prime.
Il “metodo
comunitario”, la Commissione europea in testa, ha dunque fallito
perché facendo il guardiano del rispetto del PSC ha guardato alla
difesa nel breve periodo della raggiunta convergenza nominale -
ovvero la fine della politica dei “deprezzamenti competitivi” con
il passaggio all’Euro ed il ridimensionamento dei differenziali
d’inflazione con la Germania - senza preoccuparsi di promuovere
adeguatamente la convergenza reale.
Il notevole divario di
costo del lavoro per unità di prodotto che penalizza la capacità di
crescere della “periferia” – la cosiddetta divergenza reale -
si è così aggravato. L’origine delle difficoltà della periferia
ad allinearsi ai livelli di efficienza produttiva di Germania non
risiede solo nel ritardo tecnologico dei sistemi produttivi dei paesi
periferici - e nella “diversità istituzionale”, i vincoli del
mercato del lavoro e i benefici di Welfare orientati al
riconoscimento dei diritti sociali conquistati negli “anni d’oro”
della crescita elevata, quando erano “sostenibili”. Ha infatti
contato anche una concezione delle istituzioni di politica economica
poco lungimirante.
Quello che il
coordinamento fiscale dell’Eurozona avrebbe dovuto fare è chiedere
alla periferia un deciso impegno all’attuazione di riforme dirette
a rafforzare i fattori di crescita delle economie nazionali. Non
quindi le semplici guidelines previste dal PSC – finalizzate
al rispetto dei limiti del 3% e del 60%, mal concepiti - ma la
contrattazione di impegni precisi di bilancio, dando in cambio
l’incentivo di un piano di spesa comune diretto a fornire un esteso
supporto infrastrutturale per il catching-up dei
più arretrati paesi periferici nei confronti della cosiddetta Core
Europe.
D’altro canto, il
metodo inter-governativo non ha meriti da vantare. Al contrario,
proprio i due “poteri forti”, Germania e Francia hanno
tranquillamente violato il Patto nel 2003-04 ed hanno imposto il
primato dei governi impedendo alla Commissione di comminare la
sanzione prevista. Il problema è che quello che i due “poteri
forti” stanno ora cercando di imporre ai paesi a rischio di
insolvenza è di nuovo, unicamente, l’impegno a risanare il
bilancio pubblico. Il duo Merkel-Sarkozy non si discosta
dall’indirizzo deflazionistico finora impresso dal PSC alla
governance macroeconomica dell’Eurozona e subordina il
sostegno finanziario ai debiti sovrani all’accettazione di vincoli
del PSC ancora più stringenti.
In altre parole,
l’obiettivo è ancora una volta soltanto la disciplina fiscale, non
la convergenza reale. L’estenuante lunghezza delle trattative
europee ha il solo scopo di alzare il prezzo per accordi che
sottraggano l’autonomia di politica fiscale ai governi dei paesi
periferici, obbligandoli, ad esempio, in cambio dell’ampliamento
del finanziamento del fondo salva-stati, ad accantonare ogni anno
entrate fiscali da destinare all’abbattimento del debito.
Il motivo per cui manca
la volontà di rilanciare il metodo comunitario, rafforzando il
bilancio comune con l’obiettivo della crescita e della coesione fra
le economie europee, è lo stesso che induce la Germania a bocciare
ogni assunzione di responsabilità della BCE nel restituire
solvibilità ai governi nazionali. In altre parole, se Francoforte
accentuasse i suoi interventi di sostegno al debito pubblico dei
paesi sotto attacco – fosse anche solo per interposto fondo
salva-stati – finirebbe per violare quel confine che in Europa è
invalicabile - ma che è da molto tempo piuttosto sbiadito negli
Stati Uniti - fra politica monetaria e politica fiscale.
La previsione che in
molti oggi fanno, senza avere il coraggio di dirlo ad alta voce, è
che la Germania concederà il “salvataggio” delle grandi economie
in crisi (Italia e Spagna) solo all’ultimo minuto. Il motivo è che
la Germania per prima non può permettersi gli sconvolgimenti che
conseguirebbero alla fine dell’Euro a 17 paesi. Più il tempo passa
e più la malattia si propaga da stato a stato, rendendo sempre più
ingente il costo del “salvataggio” – come del resto è già
clamorosamente accaduto con il virtuale default al 50% del debito
della Grecia. I due leader concepiscono il “salvataggio” come la
“carota” da offrire in cambio del bastone dei “tagli” di
bilancio concordati con i paesi “forti”. Al contrario, il
“salvataggio” dovrebbe essere un impegno al di fuori della
contrattazione con i paesi periferici, motivato dal solo obiettivo di
spegnere l’incendio che minaccia la “casa comune”. Lo strumento
principe per il “salvataggio” dovrebbe consistere nel
quantitative easing da parte della BCE. Poco
importa se i Trattati non permettono che venga ufficialmente sancita
la funzione di “prestatrice di ultima istanza”. Sarebbe
sufficiente che tutti gli stati dell’Eurozona possano considerare
l’Euro come la propria moneta e non come una moneta straniera. Per
ottenere ciò e disinnescare quindi il rischio sistemico, non
occorrono gli Eurobonds, basta il suddetto intervento della
BCE: se non diretto, dato il vincolo all’acquisto del debito nel
mercato primario, almeno indiretto, con il finanziamento illimitato a
EFSF che potrebbe poi emettere debito per raccogliere i fondi da
prestare a banche e governi.
Il quantitative
easing della BCE consentirebbe ad una grande economia
come l’Italia di non correre il rischio di perdere l’accesso al
mercato (finanziarsi all’8%, con un tasso di crescita negativo
almeno per tutto il 2012, equivale a trovarsi in breve tempo senza
più compratori per il proprio debito). E’ probabile che lo scoglio
dei rinnovi del debito nel febbraio-aprile 2012 verrà superato
brillantemente, ma ciò accadrà dopo una gravosa manovra da 30.000
miliardi, che taglierà le gambe a qualsiasi ripresa dell’economia
reale. Il rifiuto di estendere la garanzia della BCE dalle banche ai
governi spiega perché l’EFSF non sia stato rifinanziato: la
necessità di farlo per un importo molto ingente, tale da coprire un
eventuale default di Italia e Spagna, avrebbe comportato
l’impegno della BCE alla garanzia di finanziamento illimitato. La
volontà di non “premiare” l’indisciplina fiscale dei governi
ha comportato il rifiuto di acquisto delle emissioni dell’EFSF da
parte della BCE.
Ciò non vuol dire che
gli Eurobonds non servano. Tutt’altro. A mano a mano che i
governi dell’Eurozona faranno approvare dai Parlamenti nazionali i
surplus di bilancio richiesti da Germania e Francia, diverrà sempre
più forte il pericolo che l’effetto deflazionistico delle
politiche restrittive condotte a livello nazionale venga poi
aggravato dall’impatto deflazionistico “importato” dalle altre
economie dell’Eurozona. Gli Eurobonds sono quindi
indispensabili non tanto per estendere la garanzia di tutti gli stati
dell’Eurozona ai debiti sovrani nazionali - garanzia che
probabilmente scaturirà dall’intervento della BCE - quanto per
l’altra loro funzione: finanziare con emissioni con “garanzia”
comunitaria progetti di infrastrutture e programmi di beni pubblici
diretti a rilanciare la crescita nelle economie periferiche,
controbilanciando gli effetti deflazionistici dei “tagli” di
bilancio pubblico nazionali. La loro emissione sarebbe la vera
“carota”: sostenere la crescita europea, solo antidoto alla
caduta del PIL nelle economie dell’Eurozona nel 2012. Agitando i
rischi di un”Europa dei trasferimenti”, Germania e Francia non
intendono concedere questo tipo di unione fiscale, e impongono lo
scambio fra la garanzia sul debito della BCE e la camicia di forza
dell’unione fiscale “alla tedesca”, cioè deflazionistica.
L’addio all’Euro non avverrà domani a causa del debito pubblico,
potrebbe avvenire dopodomani a causa della stagnazione.
Crisi delle istituzioni comunitarie Scritto da Riccardo Colombo, il 09-12-2011 18:52 E' bene parlare delle istituzioni comunitarie. Non penso, tuttavia, che la crisi della Commissione sia dovuta al patto di stabilità, come mi sembra dica l'autore. Penso che la crisi della Commissione sia l'effetto di una volontà degli Stati di relegare Bruxelles ad un ruolo marginale: da qui la nomina di Barroso. Sulla crisi della Commissione ha pesato poi, da parte delle forze di sinistra, l'accusa di deficit di democrazia, accusa che, come spesso succede nella sinistra, ha origine in velleità e visioni irrealistiche. La riflessione sulle istituzioni comunitarie dovrebbe, poi, riguardare il Parlamento europeo: il grande assente. Che cosa sta facendo ? Parla di Europa o è solo il luogo di ricerca di finanziamenti e privilegi ?
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