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IL DISORDINE MONDIALE, IL FUTURO DELL’EUROPA E I PROGRAMMI ELETTORALI* E-mail
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squilibri globaliTra pochi anni il mondo potrebbe essere diverso, anche radicalmente diverso, da come oggi lo conosciamo. Gli equilibri geopolitici, i sistemi socio-economici, i rapporti di potere, i modi di vivere potrebbero cambiare significativamente. E questo processo di cambiamento potrebbe essere violento e improvviso, guidato da una crisi capace di travolgere le deboli capacità di governo che il mondo occidentale oggi sembra in grado di porre in atto.
*Articolo pubblicato anche su menabò di Etica ed Economia

Potrebbe essere così o forse no. Ma questa prospettiva non sembra aver trovato adeguata eco nella campagna elettorale appena conclusa. Non è facile sapere se questo dipenda dalla convinzione che si tratti di evento assai poco probabile (e questo chi può saperlo?) o, invece, ineluttabile (e questo sarebbe grave per la "politica"). Potrebbe anche prevalere la convinzione che non sia affare nostro (e questo, di nuovo, sarebbe preoccupante per la politica) oppure che alla politica non possiamo chiedere di gettare lo sguardo oltre il breve termine e, possibilmente, verso i problemi complessi, da cui, purtroppo, dipende la qualità della nostra vita futura – e forse anche presente, perché si vive meglio sapendo che c’è chi consapevolmente pensa al futuro comune.

Quale che sia il motivo, questo silenzio non appare incoraggiante. E non lo è anche perché sfuggendo a questi problemi, si perde una buona occasione per porsi, forse in modo rinnovato, il problema dell’Europa, della sua identità futura e della posizione italiana rispetto a quel progetto interrotto che sembra la costruzione europea. E così facendo si perde anche, probabilmente, un’opportunità per collocare il decisivo problema del rinnovamento della politica in un più vasto e credibile contesto. Proviamo a sviluppare queste riflessioni.

Le difficoltà che si profilano a livello mondiale, e che coinvolgono in modo particolare gli Stati Uniti, sono di diversa natura. Ci sono difficoltà finanziarie, innescate dalle nota questione dei mutui "subprime", ma ci sono anche difficoltà di natura strutturale, note da tempo, alle quali spesso ci di riferisce facendo uso del termine "global imbalances".

Il 1991 è l’ultimo anno nel quale la bilancia commerciale americana è risultata in pareggio. Da 17 anni gli Stati Uniti importano più di quanto esportino e la differenza è andata costantemente crescendo sia in termini assoluti che come quota del Pil. Infatti, il deficit delle partite correnti dal 2.5% del Pil nel 1998, è passato al 4% nel 2000 e ora si aggira attorno al 5% malgrado il forte deprezzamento del dollaro.

Il necessario corrispettivo di questo squilibrio è un forte afflusso netto di capitali verso gli Stati Uniti, alimentato soprattutto dai risparmi provenienti dall’Asia, ove le bilance commerciali sono generalmente in attivo e spesso per valori estremamente rilevanti. E’, in particolare, il caso della Cina, dove l’attivo è dell’ordine del 10% del Pil. I "global imbalances" consistono largamente in questo. Da un lato il paese leader dell’economia mondiale che consuma molto, risparmia poco e importa molto; dall’altro un’area del mondo in forte espansione che esporta molto, consuma relativamente poco e risparmia molto, acquisendo attività finanziarie e reali proprio nel paese leader. Al di là delle conseguenze sugli assetti proprietari, una situazione di questo tipo appare, appunto, poco equilibrata.

Le preoccupazioni espresse da tempo, a questo riguardo, da alcuni analisti sono state considerate eccessive da coloro che hanno individuato nella situazione ora indicata un ordine non troppo dissimile da quello che ha governato il mondo negli anni successivi alla II guerra mondiale, che è stato fissato, come è noto, a Bretton Woods. Allora, i deficit americani permisero all’Europa e al Giappone affidare alle esportazioni, collocate sul mercato americano, il compito di sostenere un processo di crescita, decisivo per elevare il tenore di vita delle loro popolazioni. Oggi la situazione si ripeterebbe a vantaggio della Cina e di altri paesi asiatici. Questo ordine apparente, denominato da alcuni Bretton Woods II, non poggia, però, su basi solide e rischia di piegarsi sotto il peso di eventi esterni sfavorevoli. In realtà, in qualche misura, questi eventi sfavorevoli possono essere prodotti dallo stesso insieme di circostanze che genera quell’ordine.

Il sostegno alla domanda di consumo, che costituisce uno dei fattori determinanti del deficit commerciale americano, si alimenta anche di un ricorso esteso all’indebitamento privato che espone il sistema, sotto diversi profili, a rischi finanziari consistenti – naturalmente tanto più severi quanto meno efficace è l’attività di regolamentazione. Almeno in parte, il fenomeno dei "subprime" va collocato all’interno di questa peculiarità dell’economia americana.

Questi scossoni finanziari sono, naturalmente, tali da minare le basi quelle quali poggia l’ordine dei "global imbalances". Ad aggravare la situazione concorrono fattori quali il gravosissimo fardello della guerra Irachena i cui costi sono stimati da autorevoli studiosi, tra i quali Stiglitz, nell’ordine di 3 trilioni di dollari oppure i prezzi del petrolio e delle materie prime, sostenuti dalla domanda dei paesi asiatici e, ancora di più, dall’aspettativa che questa domanda continuerà ininterrotta nel tempo. Non entrerò nel dettaglio di questi meccanismi, e delle loro inevitabili relazioni con l’andamento del dollaro e l’incredibile apprezzamento dell’euro. Vorrei però sottolineare l’importanza di tenere distinta la questione della probabile evoluzione della crisi finanziaria in atto, dagli squilibri globali pre-esistenti, con le loro implicazioni per la questione dell’ordine economico mondiale.

La dinamica futura della crisi che colpisce i mercati finanziari e, soprattutto, le banche non può essere facilmente prevista. I precedenti storici segnalano rischi gravissimi di contagio e il riferimento principale è, al solito, il periodo successivo al grande crollo dell’ottobre del 1929 a Wall Street. Le similitudini con quel periodo non sono poche, ma anche le differenze sono rilevanti. Tra le prime va ricordato che, anche allora, vi furono problemi di speculazione immobiliare che qualche analista considerò, anzi, la causa di fondo della successiva, drammatica caduta dei corsi dei titoli. Anche allora le banche furono poste sotto pressione e le quattro successive ondate di fallimenti che ebbero luogo tra l’autunno del 1930 e la fine del 1932 svolsero un ruolo decisivo nel propagarsi della crisi finanziaria e, soprattutto, nel suo ramificarsi in crisi propriamente economica. Senza questi sviluppi la produzione industriale in Usa non sarebbe di certo potuta cadere del 46.8% come avvenne nei quasi 4 anni di durata della depressione vera e propria. E questo consente anche di comprendere le differenze della situazione odierna. Un fattore sicuramente aggravante della crisi fu, allora, oltre che la grande frammentazione del sistema bancario, la scarsa perizia di chi guidò la politica monetaria nel contrastare la grave crisi di liquidità che si veniva profilando. Alcuni studiosi di impostazione monetarista – e in particolare Milton Friedman – hanno assegnato un ruolo decisivo a questi errori di management della moneta, al punto da considerare la morte del governatore Strong la causa della depressione, in quanto con la sua scomparsa venne meno l’uomo che disponeva, secondo questa interpretazione, della capacità necessaria per la corretta gestione della politica monetaria.

Oggi i responsabili delle principali Banche Centrali non difettano di competenza né mancano gli strumenti. Le mosse tempestive di Bernanke, capo della Federal Reserve americana, ne sono una prova - al di là di talune critiche forse ingenerose di cui sono state oggetto. Il problema consiste, semmai, nell’assenza di una strategia coordinata a livello mondiale che permetterebbe di rendere maggiormente efficaci le manovre adottate in isolamento. Questo coordinamento è fortemente auspicabile e le autorità Europee farebbero bene a porre con maggiore forza il problema.

Se tutto questo rende, almeno in parte, meno probabile un’evoluzione particolarmente disastrosa della crisi in corso di certo non elimina del tutto i rischi. Ma - e questo è il punto a cui ho fatto cenno in precedenza – la questione dell’ordine mondiale resta largamente estranea al fatto che il corso degli eventi nell’immediato futuro sia di un tipo piuttosto che di un altro. In altri termini, il problema degli "squilibri globali" si pone indipendentemente da questa crisi sebbene ciò non voglia dire che quest’ultima sia priva di effetti sulla probabile soluzione che si potrà dare a quel problema. E’, infatti, facile prevedere che un periodo di serio e doloroso regresso economico porterà con se modifiche e riforme che disegneranno uno scenario economico, politico e istituzionale molto diverso.

Ma anche se, come è sperabile, le cose seguissero nell’immediato un corso più favorevole, l’esigenza di introdurre elementi profondamente nuovi negli equilibri mondiali dovrebbe essere affrontata con la necessaria attenzione e tempestività.

Ed è proprio con riferimento a questa prospettiva che si pone, con particolare forza, il problema del ruolo dell’Europa, della sua identità. Il nuovo ordine, al quale si fa riferimento, non riguarda soltanto la posizione nello scacchiere dei commerci internazionali e il livello del reddito. Il problema non è chiedersi se e quando il Pil della Cina, totale o pro-capite, supererà quello degli Stati Uniti. La questione riguarda il modello di capitalismo che potrà affermarsi in vaste aree del mondo e la sua compatibilità con equilibri mondiali meno fragili di quelli nei quali viviamo da molti anni.

Le difficoltà statunitensi possono essere interpretate in vario modo e di sicuro non possono essere ricondotte, senza decisive qualificazioni, all’economia di mercato. Non si tratta, cioè, di commettere l’errore opposto a quello che i troppo entusiasti sostenitori del modello americano, anche in casa nostra, hanno commesso di recente, additando quel modello, spesso interpretato con qualche libertà, come l’unico da seguire, forse anche l’unico possibile. Tuttavia i difetti di un sistema che Robert Reich, attuale consigliere economico di Obama e già ministro di Clinton, definisce "supercapitalismo" non possono essere taciuti. Questi difetti sembrano riconducibili tutti a una scelta di fondo: rendere massima la crescita economica nel breve termine.

Proprio rispetto a questo, l’occasione sembra quanto mai propizia per precisare i contorni del sempre troppo vago modello sociale europeo, colto anche nei suoi aspetti di integrazione con le altre aree economiche mondiali. Questioni cruciali e controverse, quali il grado ottimo di regolazione dei mercati, il rapporto tra sistemi produttivi e modelli di welfare, flessibilità e sicurezza del lavoro potrebbero essere affrontate oggi con una consapevolezza maggiore e, forse, con maggiore libertà da condizionamenti ideologici e dalla non sempre giustificata attrazione esercitata da modelli spesso raccontati con parzialità e insufficiente fedeltà alla verità delle cose. D’altro canto, nella nuova situazione internazionale, avrebbe un valore enorme porre con forza il problema del completamento politico dell’Unione Europea. Un processo straordinariamente impegnativo ma anche straordinariamente adeguato alle sfide che si hanno di fronte.

Tutto ciò può essere fatto a condizione che si riconosca, preliminarmente, l’importanza dell’Europa e, per quello che ci riguarda, si affermi senza tentennamenti l’impegno italiano a contribuire al suo rafforzamento e alla sua evoluzione. Nella campagna elettorale si è parlato poco di Europa, ma questo non vuol dire che i programmi elettorali fossero tutti egualmente silenti rispetto al problema.

Nel programma del Popolo delle Libertà, la parola Europa – salvo errori – ricorreva una sola volta: per affermare che occorre chiedere all’Europa di mettere un freno alle immigrazioni clandestine.

Ben più ampia la presenza dell’Europa nei programmi del Partito Democratico e della Sinistra Arcobaleno. In particolare, il Partito Democratico auspica un’Europa che sia massima e non la minima indispensabile e ritiene che essa costituisca la risposta a quanti ritengono che la globalizzazione sia ingovernabile. La Sinistra Arcobaleno critica l’Europa di Maastricht e della Banca Centrale Europea e invoca un’Europa più democratica, anche nella conduzione della politica monetaria.

Senza entrare nel merito delle singole affermazioni, non è priva di significato questa diversa attenzione per l’Europa. Allo stesso tempo, occorre considerare che forse si potrebbe avere più coraggio, facendo del rafforzamento dell’Europa e dell’avvio di un serio processo di unificazione politica il perno di un radicale rinnovamento oltre che il vessillo di una speranza di cui si avverte il bisogno. Chi ha a cuore il rinnovamento della politica e il rafforzamento della sua capacità di dare risposta ai problemi collettivi dovrebbe misurarsi fin da subito con la sfida, difficile e lunga, di disegnare e percorrere questa nuova pista verso il futuro.

 

                                                                                                                                                      Maurizio Franzini

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