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IL NUOVO REATO DI CAPORALATO NELLA MANOVRA D'AGOSTO E-mail
Lavoro
di Michele Di Stefano
25 novembre 2011
reato caporalatoLo scorso 7 febbraio i segretari generali della Flai-Cgil  e della Fillea-Cgil  hanno inviato al parlamento una bozza di proposta di legge volta ad introdurre nell’ordinamento il reato di caporalato. Il legislatore ha recepito il segnale e nell’articolo 12 del D. L. n° 138/2011 ha disciplinato il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Nel corso degli ultimi anni i riflettori dei sindacati e del Legislatore hanno fatto luce sul cd. caporalato del XXI secolo, la frusta moderna che lascia dei segni indelebili nella mente e sul corpo degli schiavi di nuova generazione. Il protagonista di questa forma di sfruttamento dell’uomo e del suo lavoro è il caporale, ossia un uomo spesso di origine straniera, che, in un contesto di criminalità organizzata internazionale, recluta la forza lavoro nei paesi dell’est Europa ma non solo, la conduce negli agri delle regioni prevalentemente del sud Italia, all’interno di locali dismessi, malandati e insalubri, privi di servizi e confort, di cui illegalmente si è impossessato e la “vende” ai proprietari terrieri. Mediante le informazioni acquisite dagli ingannevoli annunci di offerte di lavoro in Italia, pubblicati nei giornali locali e in siti internet, gli immigrati intraprendono contatti diretti con coloro che poi si riveleranno i loro futuri “padroni” e, giunti nel bel paese, ad attenderli sarà, in sostituzione della prospettata occupazione dignitosa, la riduzione in schiavitù. I malcapitati, che sono costretti a faticare nei campi dall’alba fino a notte inoltrata per una manciata di euro al mese - da cui i caporali sottraggono una somma destinata al pagamento dell’affitto dei sudici casolari in cui vengono segregati, quelle poche ore concessegli per la soddisfazione dei bisogni primari - non denunciano la disastrosa situazione in cui vivono per paura di ripercussioni sulla propria famiglia in patria.
Il monitoraggio di questo fenomeno induce la CGIL a redigere una bozza di proposta di legge  intenta a codificare il reato di caporalato, che sancisce la tipicità della condotta dei rei (caporale e beneficiario del lavoro intermediato) i quali, nell’esercizio della “compravendita” di forza lavoro, sfruttano lo stato di bisogno e di necessità in cui versano i disoccupati di lunga durata, i clandestini, gli svantaggiati in genere ovvero esercitano nei loro confronti raggiri o comportamenti intimidatori. Al suo verificarsi consegue l’applicazione delle pena detentiva e dell’ammenta nel cui calcolo rileva l’esistenza delle circostanze aggravanti del reclutamento dei minori, di un numero di lavoratori superiore a tre e della sottoposizione degli sfruttati a prestazioni pericolose o a trattamenti personali degradanti. Alla irrogazione delle sanzioni penali si aggiunge il divieto di partecipazione a gare d’appalto pubbliche, ai benefici concessi dallo stato o da altri enti pubblici, la confisca dei beni, del denaro e delle altre utilità di cui i condannati non possono giustificare la provenienza e di cui risultano titolari a qualsiasi titolo in valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato. Mediante un rinvio al D. Lgs. n° 231/2001, l’articolato prevede inoltre la responsabilità amministrativa della persona giuridica, società, associazione, a beneficio della quale la persona fisica ha commesso l’illecito, anche se materialmente dal suo compimento l’organizzazione non ha conseguito dei concreti vantaggi.
La proposta CGIL individua la fonte del problema - concretantesi nella presenza in Italia di un notevole numero di lavoratori stranieri, irregolari, disposti a lavorare in condizioni estenuanti - ed  è dotata degli strumenti idonei a prosciugarla quando colloca, accanto alla deterrente norma di diritto penale, la predisposizione di politiche di reintegrazione sociale dirette ad insegnare agli immigrati la lingua italiana e gli standard minimi di tutela che consentono di distinguere le offerte di lavoro regolare dalle situazioni di sfruttamento.
Il nucleo della bozza di proposta di legge è stato recentemente fatto proprio dal Legislatore italiano che, nell’articolo 12 della manovra d’agosto (D.L. n° 138/2011, convertito in legge lo scorso 14 settembre), ha introdotto il nuovo reato di caporalato. La norma inserisce all’interno del libro II, titolo XII, Capo III, del codice penale gli articoli 603 bis e 603 ter. Il primo, che abbandona la logica plurisoggettiva del delitto, presente nell’articolato ispiratore, identifica il reo solo in colui che recluta la mano d’opera e nulla dice sulla responsabilità del soggetto che dal lavoro intermediato trae vantaggio. Altro elemento di novità è l’analitica identificazione degli indici dello sfruttamento nella violazione della normativa in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro che espone il lavoratore a pericoli per la propria salute, sicurezza, incolumità, nel suo impiego in luoghi insalubri e degradanti e nell’erogazione della retribuzione in misura inferiore alla soglia minima garantita dall’art. 36 Cost. . Secondo il dettato dell’articolo 603 ter la condanna per il delitto, contro la persona, di caporalato determina l’irrogazione delle pene accessorie dell’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche o delle imprese, dell’impossibilità di stipulare o concludere contratti di appalto, sub appalto, di forniture di opere, beni e servizi, con la p.a., l’esclusione per un periodo  di anni  2, estendibili a 5 in caso di recidiva, dai finanziamenti e agevolazioni erogati a livello nazionale e comunitario. Nel testo di legge, incomprensibilmente, scompare la previsione di quei percorsi di reintegrazione sociale, formativi, informativi, d’istruzione, di cui alla proposta CGIL e indispensabili al contenimento del nuovo caporalato.
L’analisi evidenzia che durante questo ultimo anno il maggiore sindacato e il Legislatore si stanno impegnando a “cospargere, negli agri della nostra penisola, i pesticidi idonei ad indebolire la radice malata da cui i campi sono affetti”. Tuttavia la sua completa estirpazione richiede ulteriori tecniche di intervento quali l’introduzione di politiche dirette a ridurre la pressione fiscale e contributiva, in modo da rendere il lavoro regolare più concorrenziale rispetto a quello sommerso, ad accelerare e snellire le procedure ed i tempi di smaltimento delle richieste di autorizzazione all’assunzione di lavoratori stranieri, insieme all’effettivo monitoraggio del territorio, utile a garantire - con l’utilizzo di una massiccia presenza sui luoghi di forze dell’ordine ed ispettori del lavoro - l’accertamento della corretta applicazione della legge. Non meno importante è la subordinazione dell’accesso degli imprenditori agricoli ai preziosi fondi nazionali e comunitari alla prova dell’applicazione ai propri dipendenti dei contratti di categoria, attraverso l’annuale esibizione all’ispettorato del lavoro dei registri di paga e delle fatture di consegna della merce, documenti da cui leggere la trasparenza delle condotte, mediante l’incrocio dei dati relativi agli utili d’esercizio e al costo del lavoro, pena la restituzione dei benefici già conseguiti e l’interdizione dal ricevimento di quelli futuri.
Queste misure, insieme all’adozione delle indicate tecniche repressive e preventive appaiono il modo più accreditato per cercare di sconfiggere il mostro che si sta impadronendo delle campagne italiane e tornare a garantire al lavoratore della terra la tutela di posizioni costituzionalmente garantite.
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