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UNIVERSITÀ E RICERCA INTERNAZIONALE E-mail
di Mario Menegatti
18 novembre 2011
universita e ricercaLa recente proposta dell’Anvur (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) in merito ai criteri per la valutazione di candidati e commissari delle nuove abilitazioni scientifiche per i ruoli della docenza universitaria (professore ordinario e professore associato) è stata oggetto di alcune critiche nelle parti in cui essa suggerisce di fare riferimento, nel confronto fra i candidati, ad indicatori che considerino esclusivamente le pubblicazioni sulle riviste scientifiche internazionali “qualificate”1 o che attribuiscano loro un peso maggior nella valutazione rispetto alle pubblicazioni a carattere nazionale.
 
L’argomento utilizzato per criticare tali indicazioni è che sia scorretto attribuire un punteggio ad una pubblicazione sulla base della sua collocazione editoriale nazionale o internazionale e che solo una lettura attenta e una valutazione nel merito di ciascuna pubblicazione da parte della commissione nazionale che assegnerà le abilitazioni possa garantire un giudizio realmente equo sulla produzione dei candidati.
Queste osservazioni sono solo in apparenza condivisibili e l’orientamento  dell’Anvur, ancorché non perfetto, presenta molti più elementi positivi di quanto gli sia stato riconosciuto. Diversi argomenti in tal senso meritano di essere riportati.
In primo luogo è opportuno premettere che il fatto che il progresso delle conoscenze umane avvenga oggi in un contesto in cui il confronto (in tutti i settori della scienza, tranne forse rarissime eccezioni) supera i confini delle nazioni dovrebbe essere ormai un dato indiscutibile nel mondo globalizzato in cui tutti viviamo. L’idea, quindi, che i ricercatori siano spinti (anche tramite opportuni incentivi nella valutazione della loro produzione scientifica) a partecipare a questo confronto non dovrebbe stupire ma anzi essere apprezzata.
La pubblicazione di articoli sulle riviste dei grandi editori scientifici internazionali avviene, inoltre, tramite processi di selezione dei contributi che si affidano al giudizio di due o più revisori esterni, che vengono scelti fra gli esperti dell’argomento oggetto dell’articolo e la cui identità è sconosciuta all’autore del lavoro. Il numero degli articoli proposti per la pubblicazione che supera questo filtro è molto ridotto (per le riviste più importanti anche meno del 5%)  e, anche nel caso di accettazione, la preparazione della versione finale del contributo richiede comunque modifiche e miglioramenti, sulla base delle indicazioni dei revisori, che rendono spesso necessari molti mesi di lavoro aggiuntivo.
Il processo di valutazione e selezione che ho appena descritto chiarisce inequivocabilmente che i contributi pubblicati su riviste scientifiche internazionali qualificate hanno già sostenuto un processo di valutazione “nel merito” relativa ai contenuti del lavoro. Non solo. Qualora se ne confrontino le caratteristiche, tale processo sarà, nella maggior parte dei casi, più efficiente rispetto a quello attuabile dalla commissione nazionale che assegnerà le abilitazioni. La commissione nazionale sarà, infatti, chiamata a valutare un numero molto elevato di lavori (tutte le pubblicazioni di tutti i candidati) in un ridotto periodo di tempo. Ancorché composta da docenti del settore, essa sarà, inoltre, in molti casi certamente meno competente sui singoli argomenti trattati nei diversi lavori rispetto agli esperti selezionati  dalle riviste, che sono scelti in modo specifico per ciascun argomento e da una platea più ampia per l’assenza di vincoli sulla loro nazionalità.
I singoli contributi di un ricercatore, accettati da diverse riviste scientifiche internazionali, sono stati, infine, esaminati e giudicati da soggetti differenti. Una valutazione da parte di una unica commissione nazionale, che non fosse in alcun modo vincolata a tenere conto della collocazione dove ciascun lavoro è stato pubblicato, legherebbe, invece, il destino di ciascun candidato al mero giudizio dei commissari, senza dargli nessuna garanzia che il maggiore o minore riconoscimento ottenuto dai suoi lavori nella comunità scientifica internazionale sia tenuto in considerazione. Questo sì  non il modo più equo per selezionare i futuri docenti della nostra Università.

1. In particolare alle riviste scientifiche comprese nei due grandi database internazionalmente riconosciuti:  Scopus e ISI.
  Commenti (2)
Scritto da Mario Ricciardi, il 19-11-2011 11:32
Negli ultimi anni c'è una letteratura crescente - penso tra gli altri, ai lavori di Donald Gillies o, tra gli italiani, di Alberto Baccini e Giuseppe De Nicolao - che suggerisce una certa cautela nell'attribuire effetti inequivocabilmente positivi ai metodi di valutazione cui si ispira l'Anvur. Tra l'altro, non si capisce perché tanta fretta nell'adottare i "criteri e parametri" quando le voci critiche e gli inviti alla cautela si stanno moltiplicando anche tra gli addetti ai lavori e tra i responsabili delle agenzie di altri paesi che svolgono un ruolo analogo a quello dell'Anvur. Ciò detto, venendo al punto specifico della lingua, mi pare che ci siano tre problemi che Menegatti sottovaluta: 
 
(i) ci sono ambiti disciplinari, non necessariamente marginali, specie nelle humanities (penso a discipline come la storia dell'arte o il restauro), in cui l'Italia vanta ancora una posizione di rilievo nella comunità scientifica internazionale. 
 
(ii) ci sono ambiti disciplinari, anche in questo caso non necessariamente marginali, nei quali le pubblicazioni in italiano sono destinate a rimanere ancora a lungo - almeno fino a quando ci sarà una nazione italiana - indispensabili. Per discipline del genere sarebbe strano postulare la superiorità di pubblicazioni in altre lingue - ammesso che ci siano - rispetto a quelle in italiano. La valutazione andrà fatta necessariamente tra le pubblicazioni nella nostra lingua, e attribuire un peso maggiore a quelle in una lingua diversa avrebbe un effetto distorsivo. Pensare che il dibattito scientifico sulla storia del Risorgimento o sul diritto di famiglia italiano si svolga in inglese e' davvero ardito. 
 
(iii) anche per le discipline, come l'economia o la filosofia, che rispondono meglio al quadro delineato da Melegatti, mi chiedo se sia saggio fissare incentivi rigidi che, nel lungo periodo, potrebbero procurare una fuga progressiva da riviste di buona qualità pubblicate nella nostra lingua. Possiamo permetterci una cultura pubblica in cui il compito di mediazione con il dibattito internazionale svolto da riviste italiane di buona qualità non venga più svolto? Mi pare che anche su questo si dovrebbe riflettere con attenzione.
La battaglia di retroguardia dell'ANVUR
Scritto da Giuseppe De Nicolao website, il 18-11-2011 21:30
Gli indicatori bibliometrici (e in particolare le citazioni) offrono informazioni che, se usate con cautela, possono aiutare il giudizio dei valutatori. Ciò che desta perplessità è la proposta di usare regole automatiche basate su indicatori numerici. L'articolo di Menegatti ignora completamente il dibattito internazionale sui pericoli di questo approccio e gli episodi, anche clamorosi, di studiosi e riviste che hanno raggiunto indici stellari mediante accorgimenti "astuti". Per avere una visione più completa del problema, consiglio di leggere 
 
"I numeri tossici che minacciano la scienza" 
http://www.roars.it/online/?p=339 
 
ed anche altri articoli apparsi su www.roars.it 
 
Contrariamente alle apparenze, è l'ANVUR che combatte una battaglia di retroguardia caldeggiando soluzioni che vengono accantonate anche nelle nazioni dove sembravano destinate ad affermarsi. Nel Regno Unito, lo studio pilota finalizzato a predisporre le regole del prossimo programma nazionale di valutazione della ricerca, il cosidddetto REF (Research Excellence Framework), è giunto alla seguente conclusione: 
 
"Bibliometrics are not sufficiently robust at this stage to be used formulaically or to replace expert review in the REF". 
http://www.hefce.ac.uk/pubs/hefce/2009/09_39/ 
 
In Australia, uno degli aspetti più controversi dell’ ERA 2010 (Excellence of Research in Australia), era la classificazione delle riviste in quattro fasce di qualità. Il sistema non ha funzionato ed il governo lo ha ammesso pubblicamente. Il ministro Carr ha dichiarato che 
 
"There is clear and consistent evidence that the rankings were being deployed inappropriately … in ways that could produce harmful outcomes" 
http://minister.innovation.gov.au/carr/mediareleases/pages/improvementstoexcellenceinresearchforaustralia.aspx 
 
Nella nuova edizione dell’ERA australiano, piuttosto che affidarsi a criteri automatici, verrà rafforzato il ruolo dei comitati di valutazione della ricerca che utilizzeranno le competenze specifiche dei loro settori per formulare i loro giudizi.

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