Home arrow Politica e Istituzioni arrow AUGURI AL GOVERNO TECNICO MA LA POLITICA IMPARI LA LEZIONE
AUGURI AL GOVERNO TECNICO MA LA POLITICA IMPARI LA LEZIONE E-mail
Politica e Istituzioni
di Marco Leonardi
18 novembre 2011
governo tecnicoE così avremo un governo tecnico che dovrà affrontare i principali problemi dell’Italia a tempo di record e con una maggioranza speriamo non troppo riottosa. La politica italiana e le idee dei riformisti sembrano poter prevalere solo quando l’emergenza detta i tempi e la politica si nasconde dietro un governo tecnico. Intendiamoci, meno male che ora abbiamo un governo tecnico e dei gentiluomini alla guida.

Ma in qualunque altro paese non mi risulta si debba arrivare a dichiarare il totale fallimento della politica per attuare delle riforme che da tempo tutti considerano necessarie. C’e’ un difetto di coraggio nella politica italiana che la rende ostaggio delle scelte sbagliate fatte in precedenza. I partiti politici, complice un quadro di legge elettorale e di sistema dei partiti ancora incerto dopo 20 anni quasi dal referendum sul maggioritario, non sono capaci di schierarsi e di ottenere il consenso per le scelte necessarie. In tutti i paesi l’arte della politica è anche quella di “addolcire la pillola” se ci sono scelte difficili da fare, ma da noi è diventata l’arte di “non scegliere”. Per cui ora inevitabilmente scelgono i mercati finanziari e il governo tecnico.
Ci sono almeno due grandi questioni dove il nostro sistema politico è rimasto bloccato di fronte alla necessità di rovesciare le scelte sbagliate fatte in precedenza. Tutto il sistema politico è rimasto bloccato dal timore di perdere voti su due scelte di primaria importanza per l’economia italiana: la questione del lavoro e della revisione dell’articolo 18, la questione delle tasse e dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa.
Prendiamo le parti del centrosinistra: il centrosinistra è rimasto ostaggio di una grande vittoria e di una grande sconfitta. Sulla questione dell’articolo 18 e dei necessari cambiamenti alle leggi sui licenziamenti, il PD è rimasto ostaggio della vittoria contro Berlusconi del 2003 – la famosa manifestazione di Cofferati in Piazza San Giovanni contro le leggi sul lavoro del governo Berlusconi. L’articolo 18 è un formidabile simbolo politico cui il centrosinistra non vuole rinunciare. Eppure è anni ormai che si sa che l’articolo 18 come tale – che obbliga (invece di lasciare facoltà) il giudice al reintegro sul posto di lavoro di un lavoratore che ha subito un licenziamento per ingiusta causa – esiste solo in Italia. Perfino i tedeschi nel 2003 ai tempi di Schroeder abolirono il loro articolo 18 e riorganizzarono il loro sistema di welfare di conseguenza. Quelle leggi furono il volano della crescita attuale della Germania. Nel 2003 noi invece di trovare un compromesso ragionevole di revisione di un sistema che non funziona più e che protegge pochi a danno di molti, sconfiggemmo Berlusconi in piazza e dal quel momento in poi siamo ostaggi di quella vittoria. L’articolo 18 è diventato un irragionevole tabù che non si può toccare neanche se in cambio si propongono contratti unici o flexsecurity che più che compensano la perdita. In Germania l’articolo 18 lo hanno abolito ma non c’e’ “libertà di licenziare”, abolire l’articolo 18 non è necessariamente di destra se l’ha fatto anche il socialdemocratico Schroeder.
La seconda questione riguarda le tasse e l’ICI. In questo caso il centrosinistra è rimasto vittima di una grande sconfitta che ne ha bloccato l’iniziativa politica. Da quando Berlusconi vinse le elezioni del 2008 dichiarando -all’ultimo minuto in una trasmissione TV- che avrebbe abolito integralmente l’ICI sulla prima casa, parlare di reintroduzione dell’ICI è diventato un altro irragionevole tabù della politica.
Eppure non c’e’ paese al mondo che abbia un sistema di federalismo municipale che non sia basato su una tassa di proprietà che per forza di cose include la prima casa. Fare il federalismo municipale senza l’ICI è quasi impossibile, i sindaci devono continuare a chiedere i soldi a Roma e finiscono per non essere responsabili di quel che spendono. L’abbandono dell’ICI costringe solo ad inutili e costose acrobazie per tassare solo le seconde case, che in molti comuni semplicemente non esistono. Per di più l’Italia è un paese fortunato in cui l’80% delle famiglie possiede almeno una casa, e la casa è un bene le cui tasse difficilmente si possono evadere. Un’ICI ragionevole sulla casa di proprietà è una tassa equa che permette al federalismo municipale di funzionare e ai sindaci di essere eletti per quanto hanno tassato i loro concittadini e per come hanno speso i proventi della tasse. Anche in questo caso maggiori tasse ICI possono essere compensate con minori tasse IRPEF  o IRAP, non è necessario passare per quelli che vogliono aumentare a tutti i costi le tasse.
Ebbene su queste due grandi questioni - articolo 18 e ICI - neanche il PD ha saputo dire una parola chiara, eppure gli argomenti sono chiari e limpidi ed evidenti. Così evidenti che ora saranno affrontati dal governo tecnico. Auguri dunque al governo tecnico e una speranza che la nostra politica impari la lezione: ICI e articolo 18 non sono questioni di emergenza, sono il pane della politica di tutti i giorni. Si può forse concepire un governo tecnico per un’emergenza tale da dover mettere una tassa patrimoniale una-tantum e non ripetibile. È difficile giustificare un sistema che deve rifuggire dalle proprie scelte anche per quel che gli compete nel giorno per giorno.
  Commenti (1)
nel merito dell'art. 18
Scritto da Antonio ScialÓ website, il 25-11-2011 10:42
Caro Marco, concordo che abrogare l'art. 18 non significa introdurre la "libertÓ di licenziare", ma sarebbe altrettanto falso affermare che l'art. 18 implica la "impossibilitÓ di licenziare" per le imprese, nÚ tantomeno che la sua presenza nello Statuto dei Lavoratori inibisca significativamente le decisioni di assunzione delle imprese. Io penso che non debba essere un tab¨, ma neanche equiparato ad un macigno che frena il buon funzionamento del nostro mercato del lavoro. Peraltro, se da un lato la CGIL ne hanno fatto un tab¨, dall'altro Confindustria e Sacconi l'hanno identificato come la madre di tutte le riforme del mercato del lavoro. Se Ŕ vero che nell'attuale formulazione il giudice Ŕ obbligato a disporre il reintegro, Ŕ anche vero (se non ricordo male) che nella riforma che venne proposta dalla destra non si trasformava questo obbligo in una facoltÓ, bensý si rimuoveva del tutto la possibilitÓ del reintegro in luogo della sanzione pecuniaria. 
Per concludere, vorrei poi ricordare che l'art. 18 si applica quando il giudice ritiene che il licenziamento sia avvenuto senza giusta causa. In molti casi il reintegro ha un valore simbolico e psicologico (per gli altri lavoratori) che, a mio avviso, va preservato. Ad esempio, se un imprenditore licenzia un lavoratore perchÚ quest'ultimo rompe le scatole sulle misure di sicurezza, non ritieni che il reintegro sia la miglior sanzione che segnali agli altri lavoratori che si pu˛ denunciare senza temere di dover cambiare lavoro? Non ritieni che la sanzione pecuniaria (per quanto elevata) non sia un deterrente sufficiente per evitare comportamenti sbagliati da parte delle imprese?

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >