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Europa
di Roberto Tamborini
30 settembre 2011
bivioGli ultimi mesi hanno visto un netto peggioramento del quadro economico-finanziario mondiale. Dopo l'incredibile sceneggiata americana sull'autorizzazione all'aumento del debito pubblico (una lezione su cui devono meditare gli zeloti delle camicie di forza costituzionali sulla politica economica), l'epicentro è ora chiaramente collocato in Europa, come ha mostrato al mondo intero la fallimentare trasvolata atlantica del ministro americano Geithner, accolto come l'ambasciatore dello Stato libero di Bananas. Ora il cammino dell'euro e dell'Unione è a un bivio decisivo, e tutto dipende da Germania e Italia.

La corda a cui si sta impiccando l'Unione monetaria europea è fatta assai più di cattiva ideologia e politica, che di economia. Tecnicamente, non esiste una crisi fiscale dell'euro. Il potere d'acquisto interno ed esterno della valuta europea è stabile. I conti pubblici della gran parte dei paesi dell'euro, e dell'Ume nel suo insieme, non presentano problemi allarmanti. L'aumento di disavanzo e debito nel biennio 2009-10 è stato fisiologico in considerazione della necessità di politiche sia anticicliche sia straordinarie (salvataggi bancari ecc.). Secondo i dati della Commissione europea (Rapporto sulla finanza pubblica 2011), il 2011 si chiuderà con un disavanzo fiscale medio del 4,3% del Pil (UK 8,6%, USA 10%), e un rapporto debito/Pil del 87,9% (UK 84,2%, USA 98,3%). Tranne la Grecia, e in misura minore Irlanda e Spagna, fino a qualche mese fa nessun paese ha manifestato difficoltà di rifinanziamento della spesa pubblica, di pagamento degli interessi e di rimborso del debito in scadenza.  Dieci dei diciassette membri chiuderanno l'anno con un avanzo primario vicino al pareggio o in surplus (l'Italia avrà il surplus maggiore pari al 2,1% del Pil)1. Complessivamente, la situazione presente e prospettica è più solida di quella degli Stati Uniti (che hanno gravissimi squilibri finanziari di numerosi Stati), della Gran Bretagna e del Giappone.
Nel corso dell'anno, si è però creata una situazione di crescente avversione  al rischio su alcuni debiti sovrani oltre quello greco, in particolare dell'Italia, come registrato dall'impennata dei differenziali d'interesse (spread). Il rapido aumento del costo del debito imposto dagli investitori può essere una causa di crisi fiscale dei debitori maggiori, e quindi di tutta l'Unione monetaria. Non c'è un problema di entità complessiva del debito Ume, ma della sua distribuzione interna. E' questo il problema che finora le istituzioni e i governi europei non sono riusciti a capire, affrontare e disinnescare.

Il contagio greco
Il contagio è un fenomeno finanziario ben noto, ma difficile da comprendere e, soprattutto, governare. Fondamentalmente il contagio corre lungo due conduttori. Uno è strutturale, ossia i canali d'interrelazione tra operatori finanziari. L'altro è immateriale, consistendo di aspettative più o meno razionali della contagiosità di un evento. In un'area finanziaria fortemente integrata come quella europea, i fattori strutturali di contagio sono molto forti. Per esempio, il debito greco è nella mani di una gran quantità d'istituti finanziari nel resto d'Europa: la crisi della Grecia diventa la crisi dei suoi creditori. In questo contesto, è razionale aspettarsi che ci sia contagio e agire di conseguenza, ossia vendere i titoli dei creditori della Grecia e chiedere premi di rischio più elevati. Tuttavia, in questo modo, il contagio si realizza per davvero e, probabilmente, è più virulento.

Quando scoppia un incendio, la sua estensione e l'entità dei danni dipendono in buona misura dal comportamento dei pompieri. Il fatto che tutte le persone in pericolo si accalchino verso le uscite di sicurezza, aumentando di molto la probabilità di tutti e di ciascuno di perire, è irrazionale, ma è un fenomeno difficile da controllare, soprattutto mediante annunci ed esortazioni. Come scrisse Paul De Grauwe molti mesi fa, i pompieri prima spengono l'incendio, poi la polizia cerca i colpevoli e li punisce. In Europa è stato fatto il contrario.

Non mi avventuro qui in un'analisi tecnica dettagliata; mi limito a indicare alcune linee guida di buon senso. Per impedire, o limitare, il contagio bisogna agire sul focolaio e sui due conduttori. Il focolaio greco era relativamente piccolo, sia come incidenza sul Pil europeo che sulla ricchezza finanziaria complessiva; si poteva metterlo sotto controllo con vari strumenti tecnici ampiamente sperimentati (garanzie, aiuti condizionali, ristrut­turazione, allungamento delle scadenze, ecc.). Dal lato strutturale, occorreva chiudere le porte antincendio, ossia isolare con garanzie e altri strumenti i creditori, privati e pubblici, della Grecia. In genere, questi interventi possono essere sufficienti per ridurre le aspettative di contagio, e quindi l'eventualità del contagio stesso. Invece, poco, male e tardivamente è stato fatto. La buona notizia del G20 che metterebbe a disposizione 3 mila miliardi di garanzia per i creditori della Grecia (poi rimessa in discussione) non è del gennaio 2010, ma del 26 settembre 2011. Il contagio si è sviluppato e ha colpito paesi, come Spagna e Italia, in misura eccessiva rispetto ai loro "fondamentali".

Dalle banche agli Stati. Perché?
In linea di principio il contagio avrebbe dovuto investire prima di tutto i detentori del debito greco, cioè istituti finanziari privati collocati soprattutto in Francia, Germania, Regno Unito, e, in misura minore, Italia e Spagna. Ciò effettivamente è avvenuto e ha costituito uno dei fattori di caduta dei loro valori azionari nel corso del 2010 e 2011. Ma come spiegare i crescenti attacchi selettivi ai debiti pubblici?
Se scorrete le informazioni di stampa di questi mesi trovate la motivazione ricorrente secondo cui se fallisce la Grecia allora tocca a tutti gli altri "Piigs" (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna). Perché? Io non ho mai trovato una spiegazione convincente basata solo sui fondamentali. Prendiamo l'Italia. Il peggioramento dei conti pubblici del nostro paese è stato tra i più contenuti dell'Unione (dal 2,7% del 2008, al 5,4% del 2009, al 4,5% del 2011; la Spagna ha registrato 4,2%, 11,1%, 9,2%). L'alto debito e la bassa crescita stanno con noi da dieci anni, ma fino a metà 2011 non abbiamo mai pagato spread esorbitanti. Cosa è successo ai nostri fondamentali in questi quattro mesi? Una spiegazione potrebbe essere che il contagio greco delle banche può dar vita all'aspettativa di costosi salvataggi di Stato, con conseguente peggioramento dei conti pubblici. Ma le banche italiane non sono state molto danneggiate dalla crisi originaria, e non sono le più esposte con la Grecia. E comunque non si capisce la ratio di attaccare sia le banche sia chi dovrebbe salvarle. Il contagio greco della finanza pubblica di altri paesi non è facilmente spiegabile per via strutturale. Occorre guardare anche ai fattori che governano  anzi, che hanno mal governato  le aspettative e la psicologia degli investitori.

La psicologia a briglia sciolta
"I mercati" non esistono. Esiste una moltitudine di operatori finanziari, più o meno piccoli, più o meno influenti, che prendono decisioni complesse e rischiose. I mercati finanziari non sono né  il regno della pura razionalità ed efficienza, né quello di alcuni grandi poteri che dominano il mondo. Talvolta, forse spesso, funzionano male proprio perché si trovano in una terra di mezzo dove le forze della psicologia di massa possono prendere il sopravvento sulla razionalità economica. Governare i mercati significa non solo tenere in ordine i fondamentali, ma anche prevenire questi fenomeni. Perché a quel punto, e io credo che ci siamo dentro, il compito dei governi e delle istituzioni diventa difficilissimo: bisogna fare "quello che ci chiedono i mercati", giusto o sbagliato che sia. Su questo fronte, il governo italiano è stato ed è semplicemente pessimo; ma il contesto europeo non aiuta.
La psicologia finanziaria indica che quando complessità e incertezza aumentano significativamente, aumentano anche il "peso del presente" e "il peso degli altri" nelle decisioni individuali. In altri termini, gli operatori si espongono solo a breve o brevissimo termine, e sono molto condizionati dalle opinioni collettive (fads and fashions, fole e mode, in gergo). Se un'opinione coagula sufficiente consenso a vendere o a comprare diventa irrazionale non accodarsi. In questi mesi di fads and fashions ne sono girate parecchie, senza un chiaro e verificato fondamento scientifico e razionale. Per esempio "l'Italia è la prossima della lista", oppure "se fallisce la Grecia crolla l'euro", oppure "il problema sono i disavanzi con l'estero", oppure "il problema è la crescita", e via dicendo. Le autorità di governo e controllo (e in qualche misura anche gli economisti opinion maker) possono avere questo potere d'indirizzo delle opinioni, che può essere esercitato con oculatezza per stabilizzare il mercato, o almeno per non destabilizzarlo. Io credo che il contagio greco abbia parecchio a che fare con un uso irresponsabile di questo potere.

Istituzioni irresponsabili
Le sorti dell'Ume sono nelle mani di due istituzioni, la Bce e i governi nazionali. La prima è responsabile della moneta, i secondi della finanza pubblica. Nessuna delle due è statutariamente responsabile, e quindi entrambe sono irresponsabili, rispetto al complesso dei beni pubblici di governo dell'economia che caratterizzano il disegno istituzionale delle moderne economie di mercato.
E' ormai chiaro a tutti che i Trattati dell'Ume nascono con questo difetto strutturale molto grave, come non pochi studiosi avevano avvertito, tacitati come quinte colonne dell'indisciplina fiscale. Abbiamo tirato a campare (non benissimo) per dieci anni, ma al primo serio terremoto di sistema l'edificio si è lesionato gravemente. Non venne nemmeno concepito che ci potesse essere una crisi mondiale con un conseguente aumento generalizzato dei debiti pubblici. La storia della nascita dell'Ume è intricata come tutte le storie europee, ma è alla fine si è trattato del punto di sintesi di due "opposti estremismi": i "tecnocratici", che puntavano a sottrarre il governo dell'economia alla discrezionalità dei poteri e degli interessi dei politici, e i "politicisti", aggrappati al vessillo della sovranità nazionale. La vera soluzione intelligente, due istituzioni sovranazionali per la politica monetaria e per quella fiscale, equivalenti ed equidistanti, non piaceva a nessuno dei due partiti, e non se ne fece nulla. Essi hanno alimentato una continua tensione nel funzionamento dell'Ume, ma, come spesso accade tra opposti estremisti, si sono appoggiati gli uni agli altri nel puntellare lo status quo.

Ideologie a briglia sciolta
In queste vicende l'ideologia ha un peso maggiore di quel che si pensa, come si rese conto Keynes durante le sue lunghe battaglie pubbliche degli anni '30. Le idee economiche, o politiche, hanno bisogno di una visione del mondo per nascere e affermarsi, ma diventano ideologia nociva quando, da strumento per interpretare e governare la realtà si sostituiscono alla realtà stessa diventando un dogma da applicare con fede e non con ragione.
I "falchi" della Bce sono ben lieti di trincerarsi dietro ai Trattati e all'idea della responsabilità fiscale esclusiva degli Stati per sfruttare totalmente lo spazio esclusivo di politica monetaria "indipendente" più ampio e meno accountable di tutto il mondo occidentale. La dottrina secondo cui la Bce non deve MAI comperare direttamente titoli di Stato dei paesi membri ha lo stesso valore scientifico di affermazioni come "la proprietà privata è un furto". Dire che quella norma sta scritta nei Trattati europei non cambia le cose: i Trattati possono essere sbagliati, e infatti lo sono, come è risultato chiaro nella drammatica situazione che stiamo vivendo.  
Una lettura equilibrata dell'analisi economica porta a concludere che ci sono situazioni in cui il finanziamento dei disavanzi pubblici è nocivo per la stabilità monetaria e finanziaria, altre in cui è utile o necessario. Durante una crisi economico-finanziaria profonda come quella che stiamo vivendo, occorre cambiare il libro delle istruzioni. Garantire il finanziamento ordinato e stabile del settore pubblico è una condizione necessaria per stabilizzare sia l'economia reale, sia quella finanziaria per la quale i titoli di Stato costituiscono l'unica base solida per ricostruire la piramide del rischio e ricominciare a finanziare il sistema economico. E' quello che ha fatto, e continuerà a fare, la banca centrale americana di concerto col Tesoro, e che Washington ci esorta a non sabotare in nome del mondo intero. Ciò non significa ignorare la sostenibilità del debito, sottoponendola anche al giudizio dei creditori. Ma al miracolo "non keynesiano" di una restrizione fiscale che trasforma una recessione in crescita, non crede più molto neanche chi l'aveva predicato. Al contrario, i reiterati annunci, minacce, ricorsi, piazzate a mercati aperti, per porre fine al "regime keynesiano" troppo presto e troppo brutalmente hanno, con tutta evidenza, destabilizzato il sistema, un risultato difficilmente riconducibile ai doveri istituzionali della Ume. "I policy maker europei sembrano intenzionati a defraudare i paesi debitori di quel clima di cui avrebbero gran bisogno" (P. Krugman, La Repubblica, 27 settembre).

Il problema della mancata soluzione intergovernativa alla crisi fiscale della Grecia è di natura più complessa, sia per ragioni tecniche che politiche. Ma è del tutto evidente che si è trattato di uno dei moltiplicatori (se non il principale) del contagio greco e della sua amplificazione a crisi sistemica dei debiti sovrani. Il braccio di ferro sulla legittimità di aiuti, per non parlare di salvataggio, della Grecia (piccola e poco costosa) ha creato (con qualche ragione) la psicosi collettiva degli investitori della fallibilità di tutti i debitori (grandi e molto costosi).  Per rimanere sul piano della riflessione generale, la vicenda ha mostrato per intero i danni che può oggi produrre la vuota ideologia della sovranità-responsabilità nazionale su cui si sono attestati "tecnocratici" e "politicisti" (largamente a scapito dei secondi).

Mai come oggi, i governi nazionali sono subordinati ai mercati, alle tecnocrazie europee e internazionali. Il conseguente tradimento delle promesse di difesa degli interessi nazionali li indebolisce anche sul fronte elettorale interno. Gli stessi interessi nazionali, che esistono e sono legittima parte del gioco democratico, non coincidono più coi confini nazionali. Lasciar fallire la Grecia, o l'euro, significa danneggiare pesantemente l'economia tedesca, francese, italiana.

Integrazione economica e finanziaria significa anche venir meno dei fondamenti "nobili", etici ed istituzionali, dell'avversione ai sistemi di assicurazione e salvataggio, sia di enti privati o statali. Primo, non è semplice (spesso è sbagliato o ipocrita) ricondurre la situazione di un paese alle sue esclusive responsabilità: le crisi si esportano e s'importano con grande facilità, insieme alle merci e ai capitali, e la virtù non è stata distribuita nel mondo una volta per tutte. Non occorre ricordare da dove è partita l'attuale destabilizzazione mondiale. Forse occorre ricordare il precedente europeo degli anni '90, quando la politica monetaria della Bundesbank impose i costi della riunificazione tedesca a tutti gli altri, facendo saltare il Sistema monetario europeo con conseguente recessione continentale. Secondo, ci sono casi in cui la somministrazione del fallimento come medicina dell'etica capitalistica colpisce e danneggia una moltitudine di soggetti non responsabili: Lehman Brothers docet. I costi sociali, incluse equità e giustizia, sono quasi sempre molto maggiori dei benefici, figuriamoci quando ci sono di mezzo intere nazioni. Si obietta che se non si somministra sempre la medicina, o se si offre un'assicurazione, si crea "azzardo morale" (mi comporto male perché tanto sono assicurato). Questo è un argomento serio, e anche molto chic, ma è un po' abusato, perché spesso è usato per chiudere la discussione. L'azzardo morale esiste ed è il pane quotidiano delle compagnie assicurative; esse prosperano da qualche secolo perché hanno imparato a gestire e regolare il fenomeno. Cerchiamo di trarne qualche lezione perché è chiarissimo che la minaccia d'impartire severe lezioni agli insolventi, in tutti i casi di rilevante interesse collettivo, non è credibile.

Conclusione?
La prima Grande Crisi del XXI secolo sta costringendo l'Europa a decidere il proprio futuro. Se i fatti in corso sono la dimostrazione che la creazione della moneta unica fu un azzardo irrazionale, perché i cittadini dei paesi europei non sono pronti alla solidarietà fiscale, perché i dirigenti politici non sono in grado di crearla, e quindi un'autorità economica europea sovranazionale non è realizzabile, allora tutto questo rimarrà un sogno senza futuro e stiamo solo perdendo tempo e molto, molto denaro. Oppure è possibile che il feticcio dell'esclusiva responsabilità fiscale di ciascuno Stato cadrà quando la crisi ne avrà reso evidente e insopportabile la disparità tra costi e benefici.

Ho detto all'inizio che ora tutto dipende da Germania e Italia. Infatti, creare la solidarietà fiscale in fondo significa contrarre un patto matrimoniale di scambio tra regole di comportamento (rule sharing) e condivisione "della buona e della cattiva sorte" (debt sharing e risk sharing). Niente regole senza solidarietà, niente solidarietà senza regole; quindi niente Unione. In questo momento storico, la Germania e l'Italia rappresentano le "due Europe" che devono dire sì a questo patto, l'unica vera riforma dei Trattati che può salvare l'Unione e darle un futuro. Sorgerà una classe dirigente realmente europea, consapevole e all'altezza di questo compito? Gli storici ci dicono che facciamo un passo avanti solo quando stiamo per cadere. Speriamo sia questa l'eredità benevola di questa crisi spaventosa, e largamente autoinflittaci.

1. L'avanzo primario è il saldo tra prelievo fiscale e spesa pubblica al netto degli interessi, e rappresenta un importante indicatore della capacità di riduzione del debito).
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