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CRISI ECONOMICA E RISANAMENTO FINANZIARIO: LA MORSA CHE STRINGE IL SUD E-mail
Mezzogiorno
di Luca Bianchi, Stefano Prezioso
30 settembre 2011
crisi sudI dati recentemente diffusi dalla SVIMEZ nel suo Rapporto annuale ci possono aiutare a capire come questa crisi abbia impattato sui diversi strati sociali e sui territori del Paese. Si tratta di informazioni molto utili anche alla luce della manovra che il Governo ha recentemente varato di cui è importante valutare l’equità e la sostenibilità economica e sociale.

Nel corso del 2011, la crisi che ha colpito il sistema finanziario mondiale, divenuta particolarmente acuta con riferimento al debito sovrano di alcuni paesi dell’Euro-zone, si è trasmessa all’economia reale. Il progressivo peggioramento delle condizioni macroeconomiche ha determinato, recentemente, una generale revisione al ribasso delle stime di crescita del Pil. La SVIMEZ, congiuntamente all’IRPET, stima che nel 2011 il PIL Italiano dovrebbe aumentare dello 0,6%, valore inferiore a quelli previsti dal Fondo Monetario per gli altri maggiori paesi europei: Germania: +2,7%, Francia: +1,7%, Spagna: +0,8%. Per quanto riguarda il contributo offerto dalle varie componenti della domanda aggregata alla dinamica complessiva del PIL nazionale, il sostegno proveniente dall’export, così come già verificatosi nella prima parte dell’anno, dovrebbe risultare preponderante, nonostante gli scambi a scala globale si valuti aumentino, nell’anno in corso, del 7%, ovvero poco meno della metà del progresso registrato nel 2010 (14,4%). E’ questo un indizio piuttosto preciso di come le altre due principali componenti della domanda - consumi e investimenti, sostanzialmente determinate dalle condizioni interne al sistema economico nazionale - siano decisamente “ferme” in tutto il Paese. A livello territoriale, le tendenze delineate risultano più nette in virtù della diversa composizione dell’economia che vi è tra le due principali macro-aree del Paese (Centro-Nord e Mezzogiorno). Le previsioni realizzate dai due Istituti indicano, sempre per il 2011, una crescita del Pil pari allo 0,8% nel Centro-Nord e dello 0,1% nel Sud. La differenza è essenzialmente da attribuire al fatto che, in presenza di un grado di apertura sull’estero nelle regioni centrosettentrionali (24,5%) di entità più che tripla rispetto al corrispondente dato meridionale (7,6%, al netto dei prodotti energetici), è la prima area a trarre beneficio in misura assai maggiore da una congiuntura determinata in larga parte dalla componente estera. Ma l’aspetto per certi versi più preoccupante è che le stime relative al 2011, al di là dello loro minore o maggiore accuratezza, fanno seguito ad un 2010, segnato da una ripresa dell’attività economica, nel quale il differenziale di crescita tra le due macro-aree è risultato ancora maggiore, e pari per l’esattezza a 1,5 punti percentuali (Centro-Nord: +1,7%; Sud: +0,2%). E’ su questa situazione di crescita relativamente minore, e in particolare prossima allo zero nel Sud, che si innestano le tre manovre avviate dal Governo tra il maggio 2010 e il ferragosto 2011.
A partire dal giugno di quest’anno, i crescenti timori sulla tenuta dei conti pubblici hanno indotto il Governo a varare in tempi ravvicinati due manovre correttive (dl 98/2011, dl 138/2011), i cui effetti si aggiungono a quella approvata nel 2010 (dl 78/2010), con l’obiettivo di pervenire ad un sostanziale azzeramento del deficit nel 2013. L’entità complessiva delle tre manovre correttive, tra minore spese e maggiori entrate, è imponente venendosi a commisurare in quasi 80 mld. di euro, e dovrebbe garantire il raggiungimento dell’obiettivo di finanza pubblica1. Nella tabella sottostante è riportata una stima di come la manovra si ripartisce territorialmente. Come si può osservare, l’incidenza percentuale della manovra sul Pil è, in tutti e tre gli anni considerati, superiore nel Sud. Questo effetto è riconducibile al fatto che, in base alle nostre valutazioni, l’importo complessivo delle tre manovre dovrebbe essere composto per una quota di poco superiore al 50% da maggiori entrate e per la parte restante da riduzioni di spese. Ora, mentre la entrate tendono, ad eccezione del 2011, a ripartirsi in maniera proporzionale al peso di ciascuna area sul PIL nazionale, le spese, essendo più legate ai bisogni dei cittadini, tendono a suddividersi in base alla quota della popolazione. Quest’ultima, nel Sud (34,6%), è maggiore del peso che la medesima area ha sul Pil (23,6%), determinando, così, lo “squilibrio” sopra richiamato nella distribuzione territoriale degli effetti cumulati delle tre manovre. In particolare, ciò risulta particolarmente vero all’interno di una manovra (complessiva) di finanza pubblica dove le minori spese riguardano, per oltre il 40%, tagli ai consumi collettivi (sanità, istruzione, ecc.) che sono tra le variabili più direttamente correlate alla localizzazione della popolazione. In definitiva, l’impatto cumulato delle tre manovre, sebbene improcrastinabili, incide nel Sud per oltre il 6% del Pil a fronte del 4,7% nel Centro-Nord; l’effetto recessivo implicito nella manovra è quindi comparativamente maggiore nelle regioni meridionali. Poiché attualmente l’unica componente della domanda che appare tirare è, come visto, quella estera, strutturalmente debole nel Mezzogiorno, lo scenario che va delineandosi è tale da determinare un allargamento del divario di crescita a sfavore del Sud, area che già adesso è a crescita “zero”. Ma vi è di più. In questo contesto, è lo stesso saggio di crescita del PIL nazionale ad essere frenato. Ciò dipende dall’assenza di una azione in grado attivare il potenziale di crescita del Paese, che noi continuiamo a ritenere sia presente soprattutto al Sud. La mancanza di una politica per il denominatore del rapporto debito/PIL, sintetizzabile nell’assenza di interventi volti a salvaguardare la dinamica degli investimenti, rappresenta l’elemento di maggiore preoccupazione. Occorre chiedersi come mai, neanche in una fase così difficile non si è riusciti a incidere significativamente sulle pensioni di anzianità (concentrate per due terzi nelle regioni del Nord) mentre, oltre al taglio delle risorse del FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate), si rischia di bloccare gli investimenti, sia quelli che dipendono dall’attività economica, per via di aspettative negative, che quelli decisi dall’operatore pubblico. L’irrigidimento del Patto di Stabilità Interno senza distinzione tra spese correnti e in conto capitale (i.e. per lo sviluppo) rischia di pregiudicare non solo, nel Sud, gli investimenti ordinari ma anche lo stesso co-finanziamento nazionale dei Fondi comunitari.
Esiste dunque un rischio concreto che, come avvenuto in Grecia, gli effetti del risanamento possano essere in parte azzerati da una spirale di recessione che, partendo dal Sud, può condizionare il risultato complessivo italiano. La lettura della situazione economica del Sud ci aiuta a capire i rischi di un impianto di politica economica che non riesce a tenere insieme, in un quadro di equità, l’obiettivo di riduzione del deficit con quello di rilanciare la crescita.

Tabella: Impatto manovre per aree regionali
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1. Si ricorda che, nel 2010, il rapporto defcit/pil si è attestato al 4,6%. In valore assoluto, l’indebitamento netto è risultato pari a circa 71 mld. di euro.
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