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COSA DEVONO FARE GLI INDUSTRIALI PER SALVARE IL PAESE E-mail
Economia reale
di Emilio Barucci
30 settembre 2011
industrialiIn questo periodo stanno succedendo cose strane. L’euro è sull’orlo del baratro, il governo e il Parlamento sono ai minimi termini quanto a credibilità e capacità di agire, confindustria si scopre movimentista: invoca le dimissioni del governo (di centrodestra) e proclama di voler ‘‘salvare il paese’’. Bene, di fronte al disastro, una presa di coscienza da parte della classe imprenditoriale rappresenta sicuramente un fatto positivo.

Gli industriali sostengono che ‘‘l’Italia non è un paese in liquidazione’’. In effetti è vero, ha ancora una struttura industriale forte che a livello europeo si colloca solo dietro la Germania per capacità di esportare. Si tratta di un’anima operosa fatta di piccole imprese ma anche di qualche migliaio di medie-grandi imprese che hanno pienamente accettato la sfida della concorrenza internazionale. Se la classe imprenditoriale italiana intende essere parte attiva di un’operazione salvataggio deve però anche assumersi le proprie responsabilità per come sono andate le cose. Tre sono le questioni cui deve rispondere.

In primo luogo non si può invocare l’intervento della politica a piacimento secondo il motto ‘‘poco Stato se le cose vanno bene, intervento dello Stato se le cose vanno male con una socializzazione delle perdite’’. Per capirsi, non si può invocare un processo di liberalizzazioni e di privatizzazioni per poi chiedere l’intervento pubblico nelle infrastrutture (senza metterci un euro) e per garantire il credito in situazioni di difficoltà (andando ben aldilà dei meriti del privato). Occorre uscire dagli equivoci e riprogettare istituzioni di governo dell’economia coerenti, e non aggiustarsele a piacimento.

In secondo luogo, le forze imprenditoriali si sono fatte suggestionare a lungo dal progetto politico delle forze di centrodestra che si è contraddistinto per una totale inazione sul fronte dello sviluppo del paese, deregolamentazione selvaggia, crescita della diseguaglianza e distruzione delle istituzioni. Solo ora ci si rende conto che questo progetto politico ha massacrato il paese? Confindustria sembra oramai cosciente dell’errore di valutazione, ha addirittura aperto sulla patrimoniale, aspettiamo proposte concrete anche sulla lotta all’evasione e sulle politiche dei redditi.

In terzo luogo occorre che le forze vive del paese – come gli imprenditori - facciano la loro parte. Gli imprenditori devono tornare a fare il loro mestiere, cioè investire, rischiare in proprio cercando di agganciare la parte più dinamica della domanda dei mercati internazionali. Per fare questo occorrono soprattutto investimenti che siano in grado di rilanciare la produttività dell’economia. Negli ultimi venti anni –come documentato ampiamente su questa rivista - questo non è successo, la quota degli investimenti delle imprese è diminuita stabilmente, i profitti non reinvestiti sono cresciuti, l’indebitamento è cresciuto, le imprese hanno rincorso la rendita (nei servizi) o hanno risposto alla concorrenza dei paesi emergenti sfruttando il basso costo del lavoro. Una strategia miope che ha fatto sì che il manifatturiero vitale si stia contraendo a vista d’occhio.

Insomma, la campanella è suonata per tutti. E’ finito il tempo in cui si diceva che andava tutto bene perché abbiamo tanti telefonini e che bastava tagliare il carico fiscale e deregolamentare il mercato del lavoro per rilanciare l’economia, occorre che ognuno torni a fare il proprio mestiere all’interno di un quadro di regole certe e coerenti. Se così stanno le cose, solo assumendosi le proprie responsabilità sul recente passato, le forze imprenditoriali potranno essere credibili uscendo dalla vana retorica sulla strategia per la crescita di cui francamente non se ne può più.
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