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RIFLESSIONI INTORNO AL “CASO PENATI” (PARTE II): QUALI RIMEDI SONO A DISPOSIZIONE DELLA SINISTRA? E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Sacconi
16 settembre 2011
caso penati 2Nella prima parte ho definito la corruzione in generale e ne ho identificato due tipi, mostrando quattro ragioni per cui il tipo di corruzione che tocca gli esponenti della sinistra è così nocivo per la sinistra stessa. In particolare esso sembra dimostrare l’impossibilita dell’azione collettiva volta alla produzione di beni pubblici.
 
Fortunatamente però, rovesciando il ragionamento, possiamo anche trovare la cura alla corruzione. Il modello opposto a quello degli incentivi privati selettivi è infatti una politica basata sull’adesione a una piattaforma morale ed ideale, connessa ad alcune credenze normative e di fatto, e ad alcune narrazioni esemplari, da cui discendono alcune opzioni programmatiche fondamentali - ciò che altrove  ho chiamato un’ideologia.
Il problema per il PD è il suo deficit di “ideologia” - e il caso Penati lo dimostra (si ricordino la concessione di fondi provinciali per le “ronde”, la retorica nordista e le polemiche anti “anime belle” pro-immigrati, il fascino per le società autostradali, le vacue polemiche a sinistra).
Non dico ovviamente che tutte le ideologie siano buone.  Quella comunista ad esempio non lo era, e comunque non era più in grado di svolgere la funzione per cui un’ideologia concorre alla soluzione del problema di cooperazione e coordinamento dell’azione collettiva per la  produzione di beni pubblici.
Tuttavia nessuno – meno che mai il PD - può fare a meno di un’ideologia, perché essa risponde al fatto che la razionalità umana è limitata e l’informazione sul futuro incompleta. Ciò richiede di usare concetti (idee) astratti e generali per poter trattate informazioni imprecise su stati del mondo non noti (ad esempio le conseguenze delle politiche), e poterli assimilare ad una classe di fatti noti, nel senso che soddisfano (oppure no) un dato principio. Questo è fondamentale per la reputazione del partito presso i suoi aderenti ed elettori. E’ impossibile per un elettore giudicare ogni singolo atto e proposta nei dettagli. Tuttavia nel più ampio numero di casi – in cui la conoscenza è limitata - egli può utilizzare le informazioni di cui dispone per confrontarle con l’ideologia, e quindi decidere se il partito cui dava fiducia continua a meritarla, cioè ha “buona reputazione”.  
Ma c’è un aspetto dell’ideologia così intesa che è ancora più importante. Se deriva da un patto costitutivo imparziale tra i membri del partito, essa consente di risolvere il problema  della corruzione in quanto è fonte di motivazioni che spingono a partecipare all’azione collettiva senza bisogno degli allettamenti privati ottenuti mediante la corruzione. In proposito l’economia comportamentale e sperimentale dimostra che (a) se agenti parzialmente egoisti come chiunque altro concordano su un principio etico generale (ad es.  un principio di giustizia sociale e di equità distributiva) in modo imparziale, poiché astraggono dalla loro posizione immediata, (b) posto che ciascuno di loro si aspetti che gli altri agenti rispondano reciprocamente conformandosi, (c) essi sviluppano anche un desiderio di conformità, benché questo non sia sostenuto direttamente dall’interesse materiale. Insomma, principi ideali generali e astratti di giustizia, se concordati in modo imparziale e non forzato, e se sostenuti da  aspettative di reciproca conformità, generano motivazioni all’azione che sono efficaci nel guidare il comportamento.
In fin dei conti è semplice: se abbiamo un’ ideologia condivisa e ci aspettiamo che tutti gli altri partecipanti facciano la loro parte, allora desideriamo metterla in pratica. Ciò è fonte di soddisfazione, che può ripagare (magari solo parzialmente) il costo dell’azione collettiva, anche senza che otteniamo alcun incentivo personale. Se tuttavia ci aspettiamo che la reciproca conformità degli altri venga meno, allora questa motivazione intrinseca si annulla (ecco il possibile effetto catastrofico della vicenda  di Penati sul PD milanese).
Insomma, la debolezza  della “costituzione” valoriale, culturale e programmatica fondamentale del PD - un partito che ha saltato la fase del “patto costituzionale condiviso” pensando che un po’ di leaderismo e le primarie potessero bastare -  è insieme causa ed effetto del diffondersi di fenomeni di malcostume nel suo corpo. Una parte della la cura sarebbe perciò  lavorare a una tale piattaforma culturale, valoriale e programmatica condivisa, come fonte di soddisfazione intrinseca  per i suoi stessi aderenti.
2.    Oltre ai principi occorrono tuttavia le regole. Il PD è giustamente fiero di avere adottato un suo codice etico. Ma è buono quel codice? Indicherò tre difetti principali, che non lo rendono efficace come base da cui derivare comportamenti preventivi contro la corruzione, suggerendo quindi alcuni miglioramenti.
Primo: piuttosto che ancorare  la discrezionalità  dei dirigenti politici a un insieme di principi di etica pubblica, quali l’imparzialità e l’impersonalità, l’equità, il benessere generale ecc., si limita ad affermare l’ “autonomia della politica”. Se essa è intesa in modo equivalente  all’indipendenza dagli interessi particolari, allora è solo un testo mal formulato. L’autonomia è la caratteristica dell’agente morale in generale (in senso kantiano). Ma ciò che dovrebbe caratterizzare il politico è non dipendere nelle sue scelte discrezionali da interessi particolari, per essere così vincolato solo dai principi universali e astratti di un’etica pubblica accettabile imparzialmente ed impersonalmente (secondo l’uso pubblico della ragione, e in questo senso capace di garantire l’autonomia morale). Inneggiare “all’autonomia del politico” può avere un significato pratico tutt’affatto diverso.
Secondo. Bisogna saper applicare i principi nelle situazioni critiche in cui il rapporto con i vari interlocutori sociali portatori di interessi (stakeholder) può mettere in dubbio quell’imparzialità, indipendenza ed equità. E’ inutile fingere che tali situazioni non esistano. Un partito, specie se i suoi rappresentanti accedono a funzioni di governo, avrà sempre a che fare con la composizione degli interessi. Il problema è che nell’esercizio della legittima discrezionalità il dirigente politico o amministratore pubblico metta in pratica principi e regole di equo bilanciamento, che siano preventive contro l’abuso di autorità, la collusione con interessi nascosti e la mancanza di diligenza nel perseguire gli interessi pubblici. Il codice del PD (per non parlare degli altri partiti che neppure ne hanno uno ….) fa finta che questa funzione di equo bilanciamento, e quindi le regole per questi rapporti, non esitano.
Analogamente riduce la gestione degli endemici conflitti di interesse potenziali, alla sola  dichiarazione ex ante delle possibili fonti di interessi in conflitto. Paradossalmente poi non si occupa del fund raising a favore del partito, e quindi non prevede nulla contro la tendenza a fare raccolta fondi in modo eticamente questionabile da parte di vari singoli dirigenti, che sfocia con grande facilità, se non nella corruzione, nell’apparenza di comportamenti impropri.
Inoltre, non offre nessuna guida per affrontare essenziali questioni del genere seguente:  come può un amministratore pubblico locale ottenere il sostegno volontario da parte di imprenditori per interventi a favore delle sue politiche di coesione sociale o di sviluppo locale? In che nodo può evitare che esse appiano o, peggio,  abbiamo la natura di “do ut des” in vista di favori che gli imprenditori otterranno al momento di decisioni d’autorizzazione dei loro affari? E se gli imprenditori sono naturalmente interessati a migliorare la loro reputazione nella comunità locale, al fine di facilitare le proprie attività economiche in relazione con l’amministrazione, in che modo tale motivazione strumentale può essere messa  al sevizio della comunità  locale e non dell’illecito guadagno dell’amministratore pubblico?  
La pubblicità e trasparenza delle donazioni alla città, la loro finalizzazione a precisi interventi pubblici dichiarati e verificabili, il non coinvolgimento degli stessi soggetti in parallele contrattazioni. Oppure, nel caso di soggetti interessati a scelte dell’amministrazione (autorizzazioni, appalti e concessioni, regolamentazioni), la contabilizzazione esplicita degli impegni presi dall’impresa a sostegno della  coesione sociale e della protezione ambientale tra gli oneri che l’imprenditore è disposto a sostenere per rendere eque e d’interesse generale le relative autorizzazioni. Così da configurare una condivisione dei benefici tra l’impresa e la comunità locale (o l’internalizzazione da parte dell’impresa dei costi sociali e ambientali che essa produrrebbe) per le attività che le istituzioni della comunità stessa permettono di svolgere sul proprio territorio. Ebbene tutti questi temi dovrebbero trovare risposta ed essere risolti con proposizioni univoche e chiare.
Rispondendo a queste domande il codice etico del PD sarebbe il contraltare ai codici etici e alle politiche di responsabilità sociale delle imprese. L’idea generale sarebbe favorire la “buona cittadinanza di impresa” (anche dei costruttori), invece che la corruzione dei funzionari pubblici.
Terzo, mancano (anche nello statuto) adeguati criteri di indipendenza e terzietà delle commissioni di garanzia che sono chiamate ad attuare il codice etico. In linea di principio dovrebbero essere composte da persone con competenze etiche adeguate, che non vivono di politica, che non hanno nel recente passato ricoperto cariche di partito, e che si impegnano per almeno un certo numero di anni dopo l’incarico di garanzia a non accedere a cariche politiche o amministrative, in modo da evitare il fenomeno delle “porte girevoli”. In compenso dovrebbero avere capacità di iniziativa autonoma nella promozione della conoscenza, attuazione e verifica della conformità al codice etico, cui i dirigenti dovrebbero essere tenuti a collaborare, attraverso le realizzazione di attività di formazione, “audit etico” periodico, e la redazione di bilanci  sociali  delle varie organizzazioni, tali da rafforzare l’accountability del partito.
Purtroppo, mancando un’iniziativa autonoma dei garanti, il codice non viene riconosciuto come un documento fondante del partito, e non ha alcuna capacità di prevenzione. Esso resta lettera morta fino a quando il povero Luigi Berlinguer è chiamato a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Senza una specifica attività di prevenzione (che non può essere attivata dall’azione dei magistrati), però il malcostume può dilagare anche tra i quadri dirigenti di un partito che si fa inutilmente vanto del proprio codice etico.
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