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RICORDANDO FERDINANDO TARGETTI E-mail
Politica e Istituzioni
di Francesco Silva
16 settembre 2011
I contributi economico-politici di Ferdinando Targetti ci consegnano idee e riflessioni il cui senso può essere colto in maggior profondità se li leggiamo avendo presente la sua personalità. Non è sorprendente, poiché è sempre vero che il pensiero é meglio interpretabile se non viene separato dalle emozioni e dai valori che lo ha motivato.

Ferdinando aveva e comunicava una forte vitalità, che lo ha sostenuto fino agli ultimi istanti della sua vita, e disponeva di una spontanea socievolezza che lo ha aiutato a tessere una vastissima e importante rete di rapporti amicali, culturali e politici. Era un irriducibile e leale combattente, strutturalmente ottimista, al punto di apparire talvolta anche ingenuo. Si fidava più del ragionamento che dell’intuizione, e cercava sempre di riportare i problemi più complessi a loro componenti più semplici e comprensibili, e a interpretare i fenomeni storici ed economici come sequenze logicamente - se non causalmente - collegate, sulle quali era possibile intervenire per modificarle, se si disponeva di un’ interpretazione convincente e di strumenti adeguati, che sempre ricercava con passione. Era un naturale “riformista” che credeva nella forza della ragione, aveva e dava fiducia alle persone.
Veniamo allora alla lettura dei suoi scritti. Non vi è dubbio che tra i suoi più originali e importanti contributi vi siano i volumi su N. Kaldor – “Nicholas Kaldor: Economia e politica di un capitalismo in mutamento, il Mulino, 1988; Nicholas Kaldor: The Economics and Politics of Capitalism as a Dynamic System, Oxford University Press, 1992, prefazione di K.Galbrauth.- , frutti di ricerche approfondite e tributo di ammirazione per il grande economista ungherese. Kaldor è stato uno dei più completi e interessanti prodotti della grande scuola keynesiana di Cambridge, il luogo affascinante in cui Ferdinando si era tuffato con entusiasmo nei primi anni ’70 – ricordo i vivacissimi racconti della sua esperienza di college -, socializzando e imparando la grande economia. Kaldor era stato per lui un maestro a cui ispirarsi:  intelligente, spirito critico e libero, di vasti interessi analitici e molto impegnato nelle politiche pubbliche. Era un intellettuale che vedeva le contraddizioni dell’economia di mercato, ma aveva fiducia nella possibilità di elaborare una politica economica capace di correggerli: un  grande riformista, e “un instancabile combattente” come scrisse A. Graziani nella bella presentazione del volume di Ferdinando sul Manifesto. Ferdinando, che per tradizione familiare e scelta personale aveva coltivato una formazione culturale e politica marxista, a Cambridge non aveva però seguito il main stream ricardo-sraffiano allora dominante, il progetto di pensiero apparentemente più prossimo ad un’economia di sinistra. Forse lo trovava un po’ dogmatico e comunque non ne vedeva i risvolti traducibili in politiche pubbliche. Pertanto era diventato rigorosamente keynesiano, e il suo bellissimo contributo sull’amico Nicholas ne è il miglior suggello. Illuminante è quanto Ferdinando scrive nelle pagine introduttive all’edizione italiana “ Uno dei principali scopi del libro è quello di cercare di far emergere il metodo di fare economia di Kaldor, che è lo stesso metodo di Keynes. I fenomeni studiati sono in Kaldor inseriti in un quadro teorico, ma questo si adegua a fatti che mutano, a situazioni che si evolvono, a problemi che emergono: questo è il principale insegnamento che gli deriva da Keynes, il quale, pur essendo un grande amante del bello, non faceva della pura estetica quando scriveva d’economia. La teoria è astrazione e la teoria è importante, ma guai sacrificare all’astrazione l’aderenza all’essenza dei fatti; i fatti si muovono, mutano, urge capirli, urge adattare o inventare nuovi schemi per nuove realtà”.
La sua fitta rete di rapporti accademici e amicali è all’origine di una serie di contributi che elaborano aspetti di economia keynesiana e politiche per lo sviluppo economico. L’incontro con Boguslawa Kinda-Hass, che sarà poi la sua amatissima moglie, diede luogo anche a un lavoro congiunto pubblicato sull’ Australian economic papers, Dec. 1982, dal significativo titolo: “Kalecky’s Review of Keynes’ General Theory”, oltre che a uno scritto su Note economiche 1984 n.1” Problemi di accumulazione nei paesi socialisti: il caso polacco”, che prende come riferimento il modello di Kalecky. Numerosi sono i suoi saggi in onore di colleghi di Cambridge: “Growth and Unemployment”  in P. Arestis, G. Palma, M. Sawyer (eds) “Markets, Unemployment and Economic Policy, Essays in honour of Geoff Harcourt”, vol. II, Routledge, 1997 –  in cui introduce l’idea che crescita e occupazione non sono più legati indissolubilmente come nel modello keynesiano standard, ma sono necessarie politiche di vario tipo per legarli nuovamente; R.Tamborini, F.Targetti, “The Crisis of the Stability Pact and a Proposal” in P. Arestis, J. Mc Combie and R. Vickerman (eds) “Growth and Economic Development, Essays in honour of A.P. Thirlwall, Edgard Elgar, 2006 - nel quale evidenzia il bisogno di trovare un senso e giungere a proposte su problemi di attualità, come il patto di stabilità economica europea.
I legami con Cambridge e con il pensiero di Keynes sono però solo un aspetto, quello più accademico, della sua opera, che vanno letti come contributi a un riformismo di sinistra. Essere di sinistra era stata una scelta maturata ancor ragazzino, e mai abiurata: non sarebbe stato compatibile con la sua personalità. Interessante il suo contributo dal significativo titolo  “Per un pensiero economico di sinistra” sul volume curato da Sylos Labini “Carlo Marx: è un tempo di bilancio”  Laterza, 1994, in cui dichiara la propria “sfiducia verso leggi immanenti dell’economia. L’economia insegna a non ragionare in modo non contraddittorio e attento alla complessità del reale; non esiste un capitalismo, ma più capitalismi” e nel quale individua i terreni su cui dovrebbe emergere un pensiero di sinistra: rapporto Nord-sud, ecologia, governo dell’economia – il governo nazionale del’economia è superato - , rapporto lavoro-e-suoi-frutti, giustizia distributiva”.  In tal senso si muove anche il suo scritto sul’esperienza britannica pubblicato sul volume Camera dei Deputati, “La programmazione economica all’estero, il governo dell’economia nei principali paesi OCSE”, 1987. Nella stessa prospettiva possono essere colti anche i suoi contributi sulle privatizzazioni. Scostandosi dal “main stream” che allora era impegnato a sostenere l’importanza delle politica di privatizzazioni nei paesi a economia di mercato matura, Ferdinando s’interessa della transizione al mercato delle economie ex-socialiste. Si veda il volume da lui curato “Privatization in Europe, West and East Experiences” Dartmouth, 1992, che raccoglie anche un suo intervento “The privatization of industry with particolar renard to economies in transition”; vedi inoltre il suo articolo scritto con R.Tamburini “Privatization, financial intermediation and the system in transition economies” in P.Arestis, V.Chick (ed) “Finance, Development and Structural Change, Post-Keynasian Perspectives” Edgard Elgar, 1995
Partendo dalla prospettiva di “keynesiano di sinistra” Ferdinando dedica negli anni ’90, sia prima della sua elezione alla Camera dei Deputati nel 1996 , sia in tutto il periodo che segue, grande attenzione ai problemi dello sviluppo internazionale e dell’economia italiana. Sul primo aspetto vedi in particolare il suo intervento “The Economic Instability of the 1980s” sul volume  J.Michie (ed) “ The Economics of Restructuring and Intervention”  Edgad Elgar, 1991, in cui tratta il tema dello sviluppo alla luce delle differenze internazionali e dell’instabilità degli anni ’80. Così scrive, cogliendo l’aspetto centrale della crisi del 2008 “ If the International monetary order is to grow without inflation, it must achieve two main objectives: stability of terms of trade between North and South and the non persistence, in growth setting, of trade deficits and surpluses among Northern areas” ( p.53). Vedi anche la sua introduzione al volume curato da J. Cornwall “Dopo la stagflazione” Etas libri,1984, e l’ articolo “Crescita e stagnazione dell’economia monda” in Economia e politica industriale n.81, 1994 II.
L’interesse per i problemi dell’economia italiana, visti nella loro inscindibile congiunzione di aspetti economici e politici, si era già evidenziati all’inizio degli anni ’70, quando scrisse insieme al sottoscritto un articolo pubblicato sulla Monthly review a proposito dello sviluppo italiano negli anni ’50 e ‘60. L’articolo, che ebbe sorprendentemente un certo successo, fu l’inizio di un’ interrotta e sempre stimolante conversazione tra Ferdinando e il sottoscritto. Nell’ultimo quindicennio il suo interesse è stato guidato soprattutto da un’esigenza politica: come far fronte a quello che con crescente evidenza si rivelava come un lento declino italiano ? Poiché ritiene, correttamente, che il governo dei problemi nazionali inizi da quello dell’economia europea o anche mondiale, in questa direzione si muovono due suoi contributi, sempre caratterizzati dall’idea che, a fronte della complessità dei problemi bisogna rifuggire ipotesi interpretative e proposte di politiche semplicistiche. Si veda il suo saggio “L’ Unione Monetaria Europea, vecchi e nuovi percorsi” pubblicato in L.Bosco, R.Tamborini, F.Targetti (ed) “L’Italia e l’Europa oltre Maastricht “ Banca Trento e Bolzano 1993, e un altro suo scritto “Intermediate and Final Objectives in the Processo f EMU” in B.Dallago, G.Pegoretti (eds) ”Integration and Disintegration in European Econimies” Dartmouth, 1993. Questi scritti sono la premessa del suo forte e fruttuoso impegno come Direttore della Scuola di Studi Internazionali presso l’Università di Trento (2001-2005) e poi Presidente del suo Comitato scientifico ( 2005-2010), sede universitaria a cui è legata la sua attività accademica in Italia.
L’ impegno più diretto e personale alle politiche pubbliche si concretizza nel suo funzione di membro della Commissione Finanza della Camera - dove tra l’altro svolge il ruolo di relatore sulle semplificazioni fiscali e della legge istitutiva dell’IRAP - e della Commissione Bicamerale per le riforme fiscali. Ferdinando era molto orgoglioso di questo lavoro politico e credo di non sbagliarmi dicendo che, insieme agli anni di Cambridge, quella parlamentare fu l’esperienza che visse con più passione e successo, perché in essa realizzava le sue legittime ambizioni di contribuire all’Italia, come economista e come politico. Fu un deputato perfetto, lealmente dedito alla propria circoscrizione e al paese, attento a sviluppare relazioni nel mondo dell’economia e della finanza utili alla politica, ma molto poco riconosciuto in questo servizio. Successivamente, sia a livello nazionale che regionale contribuì all’elaborazione dei programmi del Centro-sinistra, arduo lavoro di cucitura, causa più di critiche che di applausi. Ma Ferdinando era, sia come economista che come politico, assai generoso.
Conclusa troppo presto l’esperienza parlamentare a causa della miopia partitica, la sua attenzione alla politica economica dà vita a una serie di articoli pubblicati sull’Unità e raccolti nel volume “Le complicanze economiche del governo Berlusconi” L’Unità, 2003. Sono il commento lucido e sconsolato dei disastri berlusconiani, articoli che mettono in pratica con grande coerenza quanto aveva scritto nella sua introduzione al libro su Kaldor, sopra riportato. Non sono scritti molto semplici per i non addetti ai lavori, ma sarebbero stati di grande aiuto per un policy maker illuminato, per il loro rigore e chiarezza . Ma viviamo in un mondo in cui la comunicazione tra il mondo degli “esperti” e quello “politico/partitico” è quasi scomparsa, un ambiente poco favorevole a un riformista serio e combattivo.
La sua carriera accademica si era aperta con l’ottimo lavoro su Kaldor e si conclude con un altro ottimo lavoro, questa volta sul tema della globalizzazione, la più recente e grande sfida per la riflessione economica e la politica economica mondiale: “Le sfide della globalizzazione” coautore A.Fracasso, prefazione di A. Leijonhufvud, Francesco Brioschi, 2008, da cui trasse l’ articolo “Le vicende della globalizzazione  e lo scoppio della crisi finanziaria. Per una governance dell’economia globale” pubblicato sul volume G.Amato ( a cura di )”Governare l’economia globale” ASTRID, Passigli, 2009. Ambedue le opere sono molto rappresentative del modo di argomentare di Ferdinando: contengono una sistematica e molto approfondita rassegna dei multiformi problemi posti dalla globalizzazione. Questi vengono descritti con precisione e sezionati analiticamente, e se ne cercano le implicazioni più generali, oltre che le possibili soluzioni. Se è vero che i due scritti contengono ben argomentate critiche alla visione neo-liberista, è anche vero che evitano accuratamente di prendere posizioni di parte, che sarebbero non solo improprie per una lettura serena di una realtà complessa, ma anche politicamente scorrette. La fiducia nella ragione – miscela complessa di razionalità e compassione -  nell’interpretare la società e nell’agire politico, è stato un costate filo conduttore della vita di Ferdinando, che ritroviamo nei suoi scritti.
Caro Ferdinando ci mancherà molto il tuo ragionare, la tua incrollabile fiducia nella vita e nella possibilità di migliorare la qualità di questa società, che ne ha tanto bisogno.
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