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I TAGLI DI SPESA: L’OCCASIONE MANCATA DELLE MANOVRE D'ESTATE? E-mail
Welfare
di Elena Granaglia
16 settembre 2011
tagli spesaSi lamenta da più parti che le manovre d’estate abbiano comportato sopratutto un inasprimento delle imposte anziché tagli alla spesa pubblica. Come sottolinea, ad esempio, Boeri, su www.lavoce.com , “il contributo delle tasse sale al 73 per cento (dal 61 per cento) nel 2012.

Se teniamo conto che gli enti locali si rifaranno dei tagli ai trasferimenti aumentando le addizionali Irpef, …, la quota delle entrate arriva all’86 per cento del totale.. Insomma, i tagli di spesa si sono ormai ridotti al lumicino”. Pur cogliendo aspetti innegabili delle manovre, osservazioni siffatte rischiano di sottovalutare due dati importanti: 1) le manovre varate già contengono alcuni pesanti tagli strutturali in ambito assistenziale e 2) le condizioni dello stato sociale italiano rendono difficilmente sostenibile una compressione radicale della più complessiva spesa sociale.
Incominciando dalla prima questione, non conosciamo l’entità precisa dei tagli all’assistenza. Se 20 miliardi di contributo al pareggio di bilancio devono, però, derivare, entro il 2014, dalla delega fiscale-assistenziale, l’assistenza risulta inevitabilmente coinvolta. L’assistenza poi è inevitabilmente influenzata dai tagli di 9,5 miliardi previsti per il prossimo biennio nei trasferimenti agli enti locali, responsabili, nel nostro paese, di gran parte di tale spesa. Non tutti i tagli agli enti locali appaiono, infatti, contrastabili da incrementi di imposte locali, sia perché le realtà più bisognose sono anche quelle con minore base imponibile sia perché i nuovi tagli si aggiungono a quelli già operati dalla manovra correttiva 2011-2012, pari, nel biennio, a 8,5 miliardi a carico delle regioni a statuto ordinario (al netto della spesa sanitaria), 4 miliardi a carico dei comuni e 800 milioni a carico delle province. La legge di stabilità per il 2011 aveva, poi, di fatto già azzerato il Fondo per le politiche sociali (cfr. Granaglia, Marano, www.nelmerito.com 4 marzo 2011), mentre la manovra di luglio aveva già comportato esplicite riduzioni nelle prestazioni ai disabili.

Sottolineo come i tagli all’assistenza avvengano proprio in un momento di incremento delle domande di protezione e in un paese dove l’assistenza è da sempre particolarmente carente. Basti pensare all’assenza di qualsiasi rete universale di ultima istanza e ai buchi negli ammortizzatori per i disoccupati. Addirittura, molte famiglie povere non ricevono alcuna assistenza per i figli, il grosso dei trasferimenti non categoriali per i figli avendo la forma di detrazioni inaccessibili agli incapienti. Non a caso, da sempre, il sistema complessivo di tax-transfer esistente nel nostro paese dimostra una delle capacità più basse di riduzione della povertà, fra i paesi della UE, pari solo a quattro punti ed uno dei tassi più alti di povertà. Rispetto ai bambini siamo, addirittura, al penultimo posto. Le politiche per i disabili e i non auto-sufficienti sono poi largamente carenti. Emblematico, al riguardo, è l’ammontare delle pensioni per gli invalidi civili, i sordo-muti e i ciechi: circa 260 euro al mese (accessibili solo a chi non supera una soglia di reddito di poco superiore ai 15.000 euro).
Il che non implica ignorare le carenze del sistema vigente: i falsi positivi esistono, anche a causa di un ulteriore guasto prodotto dall’evasione, ossia l’indebolimento della capacità di targeting degli interventi (selettivi). Qualche risparmio può, inoltre, essere effettuato nelle pensioni di reversibilità e nelle indennità di accompagnamento. Le risorse liberali appaiono, però, limitate1.
Certamente, i tagli nel sistema nazionale di assistenza si verificheranno solo se si approverà la riforma fiscale-assistenziale. Anche qualora si dovesse applicare la clausola di salvaguardia dei tagli uniformi nelle agevolazioni fiscali non avremmo, però, solo un inasprimento tributario (regressivo). Avremmo anche una riduzione di spesa, le agevolazioni essendo anche una spesa, come esplicitato nella traduzione inglese di tax expenditures. Si pensi, ad esempio, ai trasferimenti a sostegno dei figli. Questi sono sempre una spesa sia che l’erogazione sia affidata ad un centro di spesa, come l’Inps, sia che avvenga tramite l’erario, sotto forma di detrazioni/deduzioni.
Ultima chiosa sul tema. Si potrebbe sostenere che, per contrastare la povertà di chi è in grado di lavorare, tagli nella componente assistenziale siano comunque desiderabili, la via da seguire essendo la promozione ex ante dell’inclusione nel mercato del lavoro. Anche tale via richiede, però, interventi: nello specifico, politiche per una crescita attenta alla riduzione della povertà, la crescita tout court dimostrandosi insufficiente al miglioramento delle sorti dei più deboli. Si consideri, ad esempio, la Germania: nonostante la crescita, i redditi dei lavoratori più poveri in Germania sono scesi nello scorso decennio del 10% (Gautie, 2010). L’incapacità della crescita di migliorare tutti non appare più, dunque, appannaggio solo dei paesi neo-liberali. Come è palese, le manovre estive nulla dicono in materia di crescita e tanto meno di crescita favorevole ai poveri.

Passando rapidamente alla seconda questione, ossia, alle difficoltà, nel nostro paese di comprimere la più complessiva spesa sociale (a prescindere da effetti indiretti che potrebbero derivare da interventi di riforma sul pubblico impiego), si considerino le due principali voci di spesa. La spesa sanitaria è fra le più basse nei paesi UE e un suo taglio produrrebbe non solo iniquità, ma anche inefficienza. Di nuovo, l’osservazione non sottovaluta le carenze evidenti nella qualità delle prestazioni: meri tagli, lungi dal ridurle, rischiano, però, di accentuarle.
Diverso è il caso della spesa pensionistica, dove possono essere giustificabili un allungamento dell’età pensionabile (seppure andrebbe recuperata la flessibilità di uscita resa possibile dal metodo contributivo) nonché tagli a diverse iniquità ancora esistenti. Ciò nondimeno, se si allunga l’età pensionabile diventa necessario occuparsi di chi è stato, in anticipo, espulso dal mercato del lavoro nonché di chi è stato incentivato ad uscirne in attesa della pensione di anzianità. Se quest’ultima viene costantemente ritardata o resa accessibile solo a ristretti gruppi che hanno maturato in determinati periodi gli anni di contribuzione o hanno lavorato in determinate imprese, la povertà rischia di diventare inevitabile. E, si ricordino i limiti del sistema contributivo quando porzioni significative dell’età lavorativa siano trascorse in condizioni di inattività forzata. Dunque, accanto a tagli sono ineludibili altri interventi.

Naturalmente, nella sfera pubblica, tutti devono fare la propria parte ed un aspetto deplorevole di questi ultimi mesi è stata proprio l’assenza di un senso di responsabilità sociale condiviso. Se ci poniamo in una posizione equitativa, appaiono, tuttavia, inaccettabili ripartizioni dei costi così sbilanciate da condannare una parte della popolazione a condizioni addirittura disperate di vita nonché da mettere a repentaglio, per molti, l’accesso a beni e servizi fondamentali per lo star bene di tutti, quando molti privilegi restano intoccati. I tagli alla spesa assistenziale associati alle manovre estive rischiano esattamente di aggravare le condizioni di vita dei più bisognosi fra i nostri concittadini, mentre un richiamo generale alla necessità di tagli futuri di spesa rischia di mettere in ombra i benefici, insostituibili, della sicurezza sociale.

1. Sul tema, cfr anche Paladini sull’Unità del 17 agosto 2001, dove si segnalano le scarse duplicazioni fra assegni al nucleo e detrazioni per carichi familiari.
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