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QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE SULL’ART. 8 DELLA MANOVRA D’AGOSTO E-mail
Lavoro
di Roberto Romei
16 settembre 2011
art8 manovra agostoCome era facilmente prevedibile, il nuovo testo dell’art. 8 della cd. manovra bis (o ter, o quater …) ha scatenato un vespaio di polemiche tra chi (i molti), con toni apocalittici più o meno accentuati, paventa lo sgretolamento del diritto del lavoro, e chi (i pochi) plaude ad una riforma liberista.

In realtà, come sempre più spesso accade, nessuno dei due partiti sembra cogliere nel segno.
L’art. 8 innanzitutto difficilmente rappresenterà il grimaldello per avviare una riforma in senso liberista del diritto del lavoro, tali e tante sono le incertezze che solleva dal punto di vista giuridico formale.
Senza pretesa di completezza, vale la pena accennarne ad alcune.
La contrattazione collettiva può modificare disposizioni di legge nel rispetto dei principi costituzionali e comunitari. Ma quasi tutta la disciplina lavoristica è riconducibile ad un principio costituzionale o comunitario, e la vaghezza del limite si tradurrà in altrettanti rischi di invalidazione dell’accordo perché irrispettoso di questo o di quell’altro principio, la cui esatta determinazione è essa stessa fonte di incertezza.
Inoltre è necessario che la contrattazione collettiva in deroga sia finalizzata al raggiungimento di  determinati obiettivi: la maggiore occupazione, l’emersione del lavoro irregolare, ecc.. Ma la funzionalizzazione di un atto privato al raggiungimento di certi obiettivi è sempre pericoloso, ed apre ampi spazi alla valutazione soggettiva del Giudice sulla idoneità di una certa deroga a realizzare quel certo obiettivo.
Ancora: l’ art. 8 elenca una serie di materie sulle quali la contrattazione collettiva può intervenire  anche in deroga alle disposizioni di legge, ma non è chiaro se l’elenco sia tassativo o solo esemplificativo. Non è questione da poco, perché se l’alternativa fosse nel  primo senso, allora le grida che si sono levate alte e forti  contro  che vuole attentare alla Costituzione e allo Statuto dei lavoratori sarebbero assai meno giustificate. Su alcune delle materie elencate dalla norma la contrattazione già può intervenire (ad es. orario di lavoro ed impianti audiovisivi) e dunque vi è una sovrapposizione; su altre (mansioni ed inquadramento) l’apertura alla contrattazione aziendale è senza dubbio opportuna, stante la rigidità della attuale disciplina di legge, figlia di un’ organizzazione del lavoro ormai passata. E infine il licenziamento, su cui vi è stato enorme strepito: la contrattazione può intervenire non sulle ragioni del licenziamento (cosa che già fa da anni), ma sulle conseguenze: tra cui però non è detto vi sia la reintegrazione che, a rigore, non è una “conseguenza del recesso”, come si esprime l’ art. 8, ma una conseguenza del licenziamento illegittimo. Dunque a voler essere pignoli, l’art.18 dello Statuto sarebbe salvo, e chi si è stracciato le vesti per questo motivo, meglio avrebbe fatto a leggere con più attenzione la norma.  
Il rischio insomma è che il Governo abbia congegnato un meccanismo che si inceppa facilmente, incerto negli esiti e troppo esposto alla possibilità di essere invalidato a posteriori, e che per questo nessuno si arrischierà ad utilizzare.
Si potrebbe continuare (che dire del grossolano riferimento alle “partite IVA”?), ma vale la pena accennare a qualche questione di fondo.
La prima è che l’art. 8 non costituisce un’attuazione dell’accordo del 28 giugno, ma va oltre. La contrattazione aziendale, come si è visto, può derogare ad (alcune?) norme di legge ed ai contrati nazionali. Dunque i paletti che l’accordo del 28 giugno scorso (ma anche quello separato del 2009) poneva alla contrattazione aziendale vengono forzati, e lo stesso accordo - accolto almeno a parole con favore dallo stesso Governo - viene depotenziato, posto che ora la contrattazione aziendale può intervenire, almeno su alcune materie, senza subire più il vincolo che le stesse parti sociali avevano imposto. Scontato il dissenso della CGIL, è lecito chiedersi quale sia l’opinione degli altri tre firmatari dell’accordo del 28 giugno, perché è evidente che se intendono rimanere fedeli a quanto hanno sottoscritto, l’art. 8 è del tutto inutile.  
Chi scrive è convinto che l’accordo del 28 giugno scorso richiedesse un’appendice legislativa; e certamente Governo e Parlamento non sono vincolati nella loro autonomia dalle intese raggiunte dalle parti sociali, ma una traduzione in legge dell’accordo che segni anche un ampliamento dei  margini di intervento della contrattazione aziendale richiede un’attenta e delicata opera di tessitura e di mediazione per non incrinare il risultato raggiunto due mesi fa e preservare l’unità di intenti tra le tre organizzazioni sindacali. A meno che, come da più parti si è osservato, l’obiettivo non fosse proprio quello di dividere, ma allora il discorso si sposta su altri piani.
La possibilità che la contrattazione in deroga sia siglata anche da sindacati comparativamente più rappresentativi anche solo sul piano territoriale, costituisce una brusca rottura con una consolidata tradizione (che ha sempre misurato la rappresentatività su base nazionale), oltre che un regalo alla Lega, tanto vistoso quanto incerto: cosa vuol dire sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano territoriale? Qual è il territorio di riferimento, il Comune, la Provincia, la Regione, il distretto. O un altro ancora?
Ma c’è un secondo aspetto che occorre sottolineare al di là delle perplessità di metodo e di merito. L’art. 8 tocca infatti nervi fondamentali del diritto del lavoro nel nostro paese: ampliare il raggio di azione della contrattazione collettiva aziendale vuol dire mettere in discussione il ruolo centrale finora affidato al contratto nazionale (e tanto più alla legge), e dunque incrinare il dogma di una regolamentazione unitaria ed eguale per tutto il territorio nazionale ed impattare con delicati problemi di rappresentanza dei lavoratori, che però non vanno enfatizzati.
Le questioni sono altre. L’ampliamento del raggio di azione della contrattazione aziendale è necessario per adattare la disciplina alle particolarità del territorio o della singola azienda ed è imposto dalla stessa diversificazione dei mercati del lavoro in Italia, ma è inutile nascondere i rischi.
Le aperture in questo senso, che sono assolutamente opportune ed anzi necessarie, richiedono interventi attentamente calibrati per evitare che si traducano in altrettanti fattori di incremento delle disparità del nostro mercato del lavoro. Tra imprese grandi ed imprese medie e piccole, e soprattutto tra territori “ricchi” e territori” poveri”. Nei primi, dislocati nel centro Nord, bassi tassi di disoccupazione e funzionamento accettabile dei circuiti di accesso al lavoro potrebbero anche determinare una diffusa deroga alla disciplina di legge sui licenziamenti o sulla conversione di contratti a termine (o di somministrazione) illegittimi in favore della corresponsione di una somma di denaro. Nei secondi probabilmente no. Ed è facilmente immaginabile il peso che questa diversità di situazioni potrebbe avere nelle decisioni di allocazione degli investimenti produttivi.
Insomma, la materia è delicata ed avrebbe richiesto ponderazione ed attenzione in misura ben superiore a quella mostrata dal Governo, che peraltro aveva in più di un’occasione manifestato la propria contrarietà ad un intervento di legge  a completamento dell’accordo del giugno scorso. Cambiare idea è legittimo, beninteso, e se il Governo ne ha riscontrato la necessità bene ha fatto a mutarla, ma la fretta (specie quando essa è, come in questo caso, ingiustificata) è sempre una pessima consigliera, tanto più quando si  ha a che fare con materie ostiche e complesse.
Una razionalizzazione, e prima ancora una semplificazione del diritto del lavoro italiano è non opportuna, ma ineludibile, ma richiede attenzione, chiarezza negli obiettivi e coraggio politico nel perseguirli, anche perché ci si scontra con non trascurabili rigidità e conservatorismi, come dimostrano i toni catastrofistici dei molti (non tutti, fortunatamente) commentatori intervenuti nell’infuocato dibattito di agosto. Ma anche come dimostra la purtroppo facilmente prevedibile reazione della CGIL che ha indetto uno sciopero che si doveva evitare sacrificando così i frutti di una unità di azione faticosamente raggiunta  e ben più preziosa. Ma questa, e cioè la cultura lavoristica di una buona parte del centro sinistra, è come si dice un’altra storia.
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