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IN RICORDO DI FERDINANDO TARGETTI: UN'EUROPA INCOMPIUTA E I PROBLEMI DELLA GLOBALIZZAZIONE E-mail
Politica e Istituzioni
di Giorgio Fodor, Andrea Fracasso, Roberto Tamborini
22 luglio 2011
A pochi giorni dalla scomparsa di Ferdinando Targetti, collaboratore di Nel Merito fin dagli inizi, membro del Comitato dei garanti, tre suoi colleghi e amici ne ricordano il pensiero, i contributi e la figura. L’Italia perde una bella persona, un economista brillante, un intellettuale dal forte e eretto impegno politico, capace di coniugare rigore intellettuale e passione civile.

Ferdinando (Ferdi) Targetti studiò e si laureò presso la Bocconi (relatore Gianni Nardozzi), in anni in cui c’erano molte speranze nella possibilità di cambiamento della società e grandi aspettative sul ruolo che lo studio dell’economia politica avrebbe potuto svolgere in questo processo. Erano anni in cui si capiva che una lunga fase si stava chiudendo: nel contesto internazionale il sistema di Bretton Woods si stava rapidamente sgretolando, mentre in Italia la rivolta studentesca, le bombe di Piazza Fontana e la morte in Questura di Pinelli aprivano un periodo pieno di incertezze.
Dopo un breve periodo a Londra per preparare la sua tesi di laurea, Ferdinando decise di continuare i suoi studi a Cambridge, dove fu ammesso presso il Pembroke College. Era attratto dalle grandi teorie, ma gli interessavano in modo preponderante i problemi concreti e divenne noto a livello nazionale con un articolo sullo sviluppo economico italiano, scritto con Francesco Silva, e apparso nel 1972 nell’edizione italiana della Monthly Review. Era naturale che Cambridge attraesse Ferdinando: presso la Faculty of Economics insegnavano ancora i primi discepoli di Keynes, Richard Kahn e Joan Robinson, che combattevano una difficile battaglia contro una interpretazione blanda dell’opera del loro maestro. Insegnavano inoltre economisti famosi, come Nicholas Kaldor, Richard Stone, Richard Goodwin e James Meade, mentre Piero Sraffa continuava a ricevere alcuni studenti al Trinity College.
Accanto a queste figure allora già molto note vi erano altri docenti più giovani come Luigi Pasinetti e Mario Nuti, che tentavano di elaborare in nuove direzioni le idee sviluppate a Cambridge nei decenni precedenti. Il clima generale era quello di una battaglia intelettuale importante, e anche coloro che non si occupavano di teoria economica avevano spesso un approccio originale ai problemi della politica economica. Nel Pembroke vi erano due economisti sicuramente non convenzionali che furono i suoi supervisori: Michael Posner e Michael Kuczynski. Si occupavano di problemi di economia applicata ed erano entrambi diffidenti rispetto all’applicazione meccanica di schemi molto astratti o ideologici a problemi concreti. Posner era brillante ed ebbe un ruolo di una certa importanza quando fu uno dei governatori del Fondo monetario internazionale, facendo spesso domande apparentemente ingenue ma che sollevavano questioni fondamentali. Anche Kuczynski, che era molto più giovane, aveva lavorato al Fondo monetario e anche lui poneva domande non banali, che mettevano alla prova molte delle teorie in voga. Ferdinando stabilì un ottimo rapporto coi suoi due supervisori, Posner è morto prematuramente ma Kuczynski rimase un caro amico fino all’ultimo.
Tra i grandi economisti che allora insegnavano a Cambridge, Nicholas Kaldor è stato quello che ha più influenzato Ferdinando: a Kaldor e alla sua opera ha dedicato anni di lavoro e un importante libro (Nicholas Kaldor: economia e politica di un capitalismo in mutamento, 1989, Il Mulino, Bologna, insignito del premio Saint Vincent come migliore libro di economia dell’anno, pubblicato in versione inglese anche per i tipi di Oxford University Press: Nicholas Kaldor The Economics and Politics of Capitalism as a Dynamic System, 1992). Di origine ungherese, Kaldor aveva una mente brillante e poliedrica. Di tutti gli economisti keynesiani, egli era quello più consapevole del dinamismo del sistema capitalistico. Non credeva che il mercato potesse sempre autoregolarsi e auspicava un intervento correttivo dello Stato, ma aveva sempre presente la profonda capacità di rinnovarsi del sistema.
E’ a Cambridge che Ferdinando imparò a studiare i problemi economici concreti con occhi liberi da pregiudizi, attraverso le teorie economiche, che venivano studiate in profondità per capirne bene i pregi e i limiti. Tra i temi di suo maggior interesse in tempi recenti spiccano senza dubbio i problemi dell’integrazione europea e le sfide della globalizzazione economica.
Ferdinando era un europeista convinto ed esigente. L'Europa era il suo orizzonte "naturale", per formazione, per cultura, per visione del mondo e della vita. L'Europa, nelle sue dimensioni storiche, politiche, giuridiche economiche, fu collocata al centro del progetto della Scuola di Studi Internazionali che gli venne affidato dall'Università di Trento. Ma Ferdinando era un europeista esigente, ossia non si limitava alla retorica della grande Europa unita, né allo strumentalismo di "usare" l'Europa come "vincolo esterno" per sanare i malanni italiani. Egli vedeva in questi atteggiamenti, piuttosto diffusi nel nostro paese, degli agenti corrosivi, più che propulsivi di una corretta e feconda partecipazione alla costruzione europea. Il fatto che in un decennio circa, il nostro paese è passato dall'entusiasmo per l'ingresso nella moneta unica ad un diffuso euroscetticismo sta a testimoniare la correttezza della sua visione.
    Gli scritti di Ferdinando sull'Europa sono molto numerosi, sia su riviste specialistiche, sia su quotidiani, sia con altri strumenti di diffusione. Le bozze delle sue riflessioni, idee, proposte, polemiche, circolavano continuamente attraverso i canali della posta elettronica, per poi trasformarsi in pubblicazioni o documenti ufficiali. Quest'ampiezza e varietà d'interventi indica l'urgenza che egli percepiva di portare le grandi questioni europee al più vasto e accessibile livello possibile. Allo stesso tempo, sia durante la sua esperienza parlamentare nella 13a legislatura, sia successivamente, Ferdinando è stato anche un instancabile promotore di riflessione e azione politica, a stretto contatto con figure di spicco sulla scena europea come Romano Prodi e Giuliano Amato.
    Se è possibile individuare un fil rouge nell'elaborazione di Ferdinando lo vedremmo nell'idea della "Europa incompiuta", della strada ancora da compiere, delle nuove mete da raggiungere, pena la continua minaccia di regresso. Vogliamo ricordare, in considerazione di quanto sta avvenendo in questi mesi, come nel 1993, cioè in "tempo reale", egli organizzò nella nostra Università un convegno internazionale dal titolo "L'Italia e l'Europa oltre Maastricht" (gli atti furono pubblicati a cura sua con L. Bosco e R. Tamborini, Banca di Trento e Bolzano, Trento, 1994). Il messaggio fu che se da un lato era indispensabile cogliere la grande opportunità del percorso di unificazione monetaria che prendeva allora avvio, dall'altro occorreva quanto prima superare i limiti dottrinari e di disegno istituzionale che avrebbero portato ad un edificio con un solo pilastro tecnocratico, la Banca centrale europea, con la vistosa assenza di quello politico-fiscale. Oggi tutti gli studiosi più avveduti concordano che questo è il problema sottostante alla cosiddetta crisi dei debiti sovrani dei paesi dell'euro.
    Lo stesso tema fu da lui ripreso in occasione del primo segnale di crisi, istituzionale più che strettamente economica, dell'Unione monetaria, ossia quando nel 2003 Francia, Germania e Italia rifiutarono di avallare le procedure d'infrazione del limite del 3% del deficit pubblico su PIL previste dal Patto di stabilità e crescita. L'episodio portò alla prima revisione del Patto, ma Ferdinando, in numerosi interventi, sottolineò con forza che l'approccio regole-sanzioni per singoli Stati andava superato con un significativo trasferimento di competenze e risorse ad un "Tesoro europeo", e contestualmente avanzò, tra i primi, un proposta di bond europei, la cui assenza è oggi drammaticamente avvertita da tutti (cf. "Il Patto instabile", con R. Tamborini, Il Mulino, 53, n.1, 2004, pp.111-121; "The crisis of the Stability Pact and a proposal", in Arestis P. et al. (eds.), Growth and Economic Development. Essays in Honour of  A.P. Tirwall,  Aldershot: Edward Elgar, 2006).
    Ancora, nell'immediatezza della tempesta finanziaria mondiale dell'ottobre 2008, elaborò con grande lucidità e lungimiranza una serie di analisi e proposte riguardanti le riforme dei sistemi finanziari e delle autorità di regolazione (i nostri lettori ne ebbero un esempio http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=489&Itemid=69, 12-11-2008). Ferdinando non si accodò alla favola che l'Europa sarebbe stata immune dalla crisi, e che i sistemi bancari erano solidi. Vide con chiarezza le crepe profonde nell'assetto finanziario dell'Unione, in primis nel suo cuore renano, e la necessità d'interventi a diversi livelli, dal ruolo e compiti della BCE, alla fondazione di autorità di regolazione e controllo di scala continentale, e, di nuovo, la creazione del Tesoro europeo.
    In questa idea, lucida e tenace, della "Europa incompiuta", si sostanziava il suo essere europeista esigente, anche a costo di esporsi alla usuale obiezione di non tener conto dei condizionamenti politici, di non vedere la proverbiale metà piena del bicchiere.  Ma nonostante fosse ben conscio della logica e dei tempi della politica, non recedeva dal compito dell'intellettuale, ossia quello d'indicare alla politica, senza utopismi ma con la forza della ragione, gli obiettivi da perseguire per il bene comune.
Negli anni più recenti, l’attenzione di Ferdinando non si è concentrata solo sull’Europa, spostandosi sulle trasformazioni dell’economia e della società portate dall’accelerazione nel processo di globalizzazione economica. Un processo di cambiamento che ha accresciuto l’interdipendenza tra i paesi, le economie e i popoli del mondo, alterato le dinamiche politiche e sociali interne ai singoli paesi e influenzato gli assetti geopolitici mondiali. Un processo condizionato da forze di natura e segno diversi (innovazioni tecnologiche, rivoluzioni politiche, macro-regionalismi, riforme liberiste, evoluzione delle istituzioni internazionali), privo di una regia e di un governo all’altezza delle sfide che esso genera.
Proprio l’esigenza di affrontare questi temi in una prospettiva economica di ampio respiro, ha spinto nel 2006 Ferdinando a intraprendere, insieme ad Andrea Fracasso, un lungo lavoro di analisi e scrittura di un testo sulla globalizzazione economica (“Le sfide della globalizzazione. Storia, politiche e istituzioni”, 2008, Francesco Brioschi Editore, Milano), premio Capalbio 2008 per il miglior saggio di economia dell’anno. Due anni di lavoro e 600 pagine (vedasi la segnalazione su Nel Merito,  http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=238&Itemid=148) spesi ad analizzare l’evoluzione storica, i successi e le problematiche del processo di integrazione economica globale e delle istituzioni internazionali preposte a governarlo.
Decidere di affrontare gli aspetti controversi della globalizzazione (tra cui disuguaglianza, povertà, propensione dei sistemi finanziari alle crisi, squilibri macroeconomici mondiali, concorrenza tra sistemi di welfare, tutela dell’ambiente) nel 2006, quando si viveva in quella che veniva percepita come l’epoca d’oro dell’economia globale, non era banale. Il rischio di fare Cassandra era vivo, così come lo era il pericolo di finire per assumere posizioni più ideologiche che scientificamente fondate. Rigore scientifico e coraggio delle idee dovevano andare insieme: anche sulla globalizzazione, così come sull’Europa incompiuta, Ferdinando sentiva forte la necessità di contribuire al dibattito per stimolare l’urgenza di una riforma della governance mondiale. Era sua convinzione profonda che le politiche pubbliche potessero contribuire in modo cruciale a determinare l’entità e la distribuzione dei costi e dei benefici connessi a una maggiore integrazione economica.
Anche quando la crisi finanziaria esplosa nell’agosto del 2007 cominciava a minare la convinzione nelle magnifiche sorti di un processo globale di liberalizzazione, deregolamentazione e integrazione senza regia e governo, ancora molti credevano in una crisi “lampo”. (Al momento della pubblicazione del libro nell’aprile 2008, infatti, i problemi di Lehman Brothers e AIG erano ancora là da venire.) Non così credevano Ferdinando e Andrea che scrivevano di nutrire un «cauto ottimismo condizionale», non riconoscendosi né come «fondamentalisti del mercato», né «cheerleaders della globalizzazione», nè «no global» ma, nell’ambito di un filone riformista, «demo-global». L’imperativo era quello di coniugare gli effetti distributivi della globalizzazione, la sua capacità di creare sviluppo, e ridurre la sua propensione a creare e diffondere velocemente le crisi. Per Ferdinando farlo richiedeva che i benefici fossero ridistribuiti con maggiore equità attraverso il combinato disposto di nuove politiche di welfare all’interno dei paesi, di un rafforzato coordinamento internazionale multilaterale, e di una riforma delle istituzioni preposte al governo dei temi globali.
La via indicata rimane valida, oggi come allora. Nemmeno una straordinariamente grave crisi economica e finanziaria è riuscita a portare i cambiamenti sperati. Eppure, siamo certi, Ferdinando rimarrebbe “cautamente ottimista” e coraggiosamente impegnato nel produrre ragioni e argomentazioni in sostegno di una visione riformista del mondo moderno.
Erano tante le ragioni per apprezzare Ferdinando e il tempo speso con lui: le idee, il rigore intellettuale, il “generoso senso delle istituzioni” (ricordato anche dal Presidente della Repubblica e dimostrato durante il suo intenso impegno politico di cui non abbiamo qui dato pienamente conto), la pazienza, la tenacia e l'amore del buon vivere dimostrate ammirevolmente anche negli anni della malattia; la capacità di ascoltare e confrontarsi con tutti, l’affabilità, l’ironia e l’impeccabile stile. Ciao Ferdi, ci mancherai.
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