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L'ACCORDO DEL 28 GIUGNO: CAMBIA ANCORA LA STRUTTURA DELLA CONTRATTAZIONE? E-mail
Lavoro
di Lauralba Bellardi
22 luglio 2011
contrattazioneL’accordo interconfederale tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil del 28 giugno ricompone le acute divisioni tra le maggiori confederazioni riaprendo il gioco negoziale per la definizione di regole finalmente condivise sui profili più critici delle relazioni industriali, emersi da ultimo in modo particolarmente virulento nella vicenda Fiat: la struttura contrattuale a doppio livello coordinato, la misurazione della rappresentatività sindacale ai fini della legittimazione a negoziare, l’efficacia dei contratti e la loro vincolatività.

Le parti, insomma, hanno ricominciato a definire consensualmente le regole del conflitto – cioè di governo della contrattazione collettiva e dei rapporti sindacali – per disinnescare i recenti conflitti sulle regole, che indeboliscono tutti i sindacati, la contrattazione collettiva e, più in generale, le relazioni industriali. Esse hanno riconosciuto così, come sottolinea la Premessa all’accordo, che ‘un sistema di relazioni sindacali e contrattuali regolato e quindi in grado di dare certezze non solo riguardo ai soggetti, ai livelli, ai tempi e ai contenuti della contrattazione collettiva ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole stabilite’, è ‘essenziale’ perché le relazioni industriali possano svolgere il proprio ruolo nel sistema economico e sociale. Un ruolo, come ancora dichiara la Premessa, che è quello di rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni attraverso la contrattazione collettiva, che rappresenta un ‘valore’ proprio perché ha la funzione di soddisfare – conciliandoli - gli interessi di entrambe le parti: ‘deve esaltare la centralità del valore del lavoro’, ma anche ‘raggiungere risultati funzionali all’attività delle imprese’; favorire ‘la crescita di un’occupazione stabile e tutelata’ e, contemporaneamente, ‘essere orientata ad una politica di sviluppo adeguata alle differenti necessità produttive’.
È questo il valore fondamentale dell’accordo, che prevale anche sui limiti e sulle lacune che presenta e che sono l’esito della molteplicità di conflitti - tra le confederazioni sindacali, interni alla Cgil, tra Fiat e Confindustria e, finalmente e fisiologicamente, tra sindacati e organizzazioni imprenditoriali - che sottostanno all’intesa e che questa mira a comporre progressivamente con soluzioni che ciascuno dei soggetti negoziali ha potuto dichiarare coerenti - o, almeno, non in contraddizione - con le proprie scelte precedenti (come evidenziano, per esempio, i documenti del 5 luglio del Comitato Direttivo Cgil e della segreteria Confederale Cisl).
Proprio per questo è difficile, non tanto e non solo commentare dal punto di vista tecnico le singole clausole, ma comporre il quadro di riferimento regolativo nel quale esse si collocano: non si può sostenere con certezza né che la nuova intesa ha la funzione di modificare e di integrare gli accordi del 2009 e, quindi, di sostituire il Protocollo del ’93 e, forse, anche l’AI Confindustria sulle Rsu dello stesso anno, né che prescinde del tutto da questi e costituisce il primo passo di una nuova riforma della struttura contrattuale e, anzi, del sistema di relazioni industriali del settore privato.
È  probabilmente su questa base che si può comprendere, invece, il rinvio operato ai contratti di categoria per l’integrazione dell’intesa, come avviene esplicitamente in materia di deroghe al contratto nazionale e, implicitamente, di soglia minima di rappresentatività per la firma degli stessi contratti di categoria. Non va dimenticato, infatti, che sono state proprio le categorie – con un’applicazione flessibile delle regole dell’Accordo interconfederale Confindustria del 2009 – a consentire nella maggioranza dei casi la firma unitaria dei contratti.
In ogni caso il funzionamento delle relazioni industriali torna ad essere affidato ad un insieme di principi e regole condivise da tutti i maggiori protagonisti del sistema: una risorsa preziosa in un contesto economico-sociale profondamente modificato dall’apertura dei mercati e dall’intensificazione della concorrenza.
Quanto ai contenuti dell’accordo, nell’economia di questo intervento sacrifico i più innovativi per concentrarmi su quelli attinenti alla struttura della contrattazione. Da questo punto di vista, importante è l’ulteriore conferma del doppio livello contrattuale coordinato, non scontata dopo la vertenza Fiat e la ventilata ipotesi di rendere alternativa l’applicazione dei due livelli contrattuali. Il contratto di categoria conserva, dunque, la funzione di definire trattamenti minimi omogenei per tutti i lavoratori rientranti nel suo ambito di applicazione, ma appare più limitato - meno gerarchico e stringente – il suo ruolo di coordinamento. Resta, infatti, il principio che le competenze del contratto aziendale sono ‘delegate’ dal contratto nazionale e dalla legge: e già quest’ultimo riferimento implica la possibilità di un decentramento sregolato, per la possibile contraddizione tra le competenze rinviate dall’una e dall’altra fonte. Non è stata riproposta, poi, la clausola di non ripetibilità e, anche se è vero che questa aveva sostanzialmente la funzione di blindare il principio che la contrattazione decentrata si deve svolgere solo nei limiti delle materie e degli istituti rinviati dal contratto nazionale, il suo mancato inserimento un significato dovrà pure averlo. Si potrebbe ipotizzare, dunque, che anche la contrattazione decentrata ‘acquisitiva’ – e non solo quella in deroga peggiorativa - possa ripetersi (sia pure in fasi e contesti economico-produttivi più favorevoli dell’attuale), per soddisfare specifici interessi delle parti, ma anche in vista di un più equo bilanciamento tra queste dei benefici e dei sacrifici negoziali.
E ancora con riferimento a questo tema è rilevante la nuova disciplina a regime della derogabilità in peius o, come recita l’accordo, degli ‘strumenti di articolazione contrattuale’. Rispetto all’AI del 2009 vi sono differenze significative: le intese possono ora essere aziendali, e non più territoriali, e alle due condizioni previste in precedenza - l’individuazione nei contratti di categoria dei parametri oggettivi ai quali ancorare la deroga e la preventiva approvazione dei contratti in deroga da parte dei soggetti negoziali nazionali – si sostituisce il rinvio ai contratti di categoria per la determinazione dei limiti e delle procedure da osservare per la loro stipulazione, con quanto ciò implica in termini di diversità crescente delle discipline in materia a seconda degli interessi delle parti e dei reciproci rapporti di forza. Ancora più ampie sono le potenzialità adattive di questa contrattazione in via transitoria, cioè fino alla definizione della disciplina nel contratto nazionale, anche se in questo secondo caso viene esplicitamente posta la condizione che i contratti aziendali siano conclusi dalle rappresentanze sindacali (rsa o rsu) «d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie» del nuovo AI: non vi possono essere, quindi, accordi in deroga separati.
Da ultimo, va richiamata una lacuna e, cioè, quella relativa al livello di decentramento considerato nell’accordo, che è esclusivamente quello aziendale. Sarà pure vero, come sostengono in Confindustria, che il 70% dei lavoratori dipendenti dalle imprese associate sono coperti da contratti aziendali, ma è certamente vero anche che nel settore edile e nel turismo è previsto - esclusivamente o in alternativa – anche il livello territoriale. Al tendenziale rafforzamento del livello decentrato dal punto di vista delle competenze, dunque, ancora una volta non corrisponde l’estensione del suo grado di copertura. Come dire che il contratto di categoria, che resta strumento indispensabile di regolazione della concorrenza e di governo del conflitto almeno per tutte le imprese di dimensioni ridotte, resta anche l’unico contratto applicabile ad una fascia estesa di lavoratori: con quello che ciò implica in termini di equità nella distribuzione del reddito, da un lato, e di centralizzazione del sistema contrattuale, dall’altro.
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