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LA CGIL TORNA A FIRMARE: GLI ACCORDI DEL 28 GIUGNO E-mail
Lavoro
di Andrea Lassandari
15 luglio 2011
cgilLa recuperata unità sindacale maturata a fine giugno, dopo due anni e mezzo di rapporti  difficilissimi tra le principali organizzazioni, è stata accompagnata da una sorta di grande respiro di sollievo (sia pure con alcuni autorevoli “buon viso a cattivo gioco”). Si tratta di novità molto significativa, virtualmente apprezzabile su molteplici piani: delle relazioni industriali, economico, sociale, politico ecc.

Anche se il netto dissenso della Fiom-Cgil – ed il conseguente aspro confronto riapertosi nella confederazione - con grande probabilità non porteranno benefici proprio negli ambiti dove più ve n’è bisogno.
Il 28 giugno sono stati sottoscritti un accordo interconfederale, da parte di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, nonché un accordo intersindacale, da parte di Cgil, Cisl e Uil.
Quest’ultimo impegna le tre organizzazioni a garantire la consultazione dei lavoratori, quanto alle “piattaforme” ed “ipotesi di accordo”, sia a proposito degli “accordi sindacali con valenza generale” (gli accordi “costituzionali” sulle regole, come quelli del luglio 1993 o del gennaio 2009; gli accordi interconfederali) che dei contratti nazionali di categoria. Si tratta però di clausole non vincolanti Confindustria: la quale può pertanto legittimamente continuare a sottoscrivere con chi ritiene, a prescindere dal rispetto delle prescrizioni introdotte. La regolamentazione è compiutamente definita, a proposito degli “accordi sindacali con valenza generale”; invece da costruire, rinviando il testo a futuri “specifici regolamenti” delle Federazioni sindacali, quanto ai contratti nazionali di categoria.
La Cgil riesce in tal modo a piantare un seme (quello del coinvolgimento dei prestatori, con “momenti di verifica … in caso di rilevanti divergenze interne alle delegazioni trattanti”). Se e come la pianta crescerà resta però da capire: in particolare nei settori, primo tra i quali il metalmeccanico, dove è presente un alto livello di conflitto (e per inciso sono già state introdotte in passato clausole del genere: senza troppe esitazioni però abbandonate nel 2009, da Fim-Ciisl e Uilm-Uil).
L’accordo interconfederale ripropone due livelli di contrattazione, concentrando però la propria attenzione, a giudizio di chi scrive, sul contratto aziendale: si evidenzia così l’influenza della vicenda Fiat. L’insoddisfazione manifestata dal gruppo, anche per il rilievo non retroattivo dell’accordo, non deve far dimenticare che le nuove regole potrebbero ben essere applicate in futuri accordi, all’occorrenza sottoscritti dalle c.d. “new.co.” Fiat: e se fossero confermati i risultati ottenuti nei referendum già svoltisi, la Fiat risolverebbe gran parte dei propri problemi, anche giudiziari.
I primi due punti dell’accordo ribadiscono comunque la funzione storica del contratto nazionale. Il punto 1 introduce una importante novità, adottando nel settore privato, a proposito della “rappresentatività delle organizzazioni sindacali per la contrattazione collettiva nazionale di categoria”, il criterio di verifica già presente nel pubblico impiego, legato alle deleghe associative, “da ponderare” con i consensi ottenuti nella elezione delle Rsu.
Si tratta di acquisizione al momento di principio. Per un verso infatti la rappresentatività così misurata serve esclusivamente al fine della ammissione alle trattative: nulla viene invece detto sul livello di rappresentatività minima dei sindacati dei lavoratori, necessario per la stipulazione. Ciò continuando a permettere la sottoscrizione di contratti nazionali “separati” con sindacati complessivamente minoritari.
Emergono inoltre elementi di contraddizione, a proposito della verifica elettorale: poiché infatti l’accordo interconfederale legittima, accanto alle Rsu (la cui costituzione richiede il voto dei lavoratori), pure le Rsa (a proposito delle quali invece si prescinde da ciò), non si comprende bene come si ottenga – e si pesi – il dato elettorale.
L’importanza del ruolo del contratto nazionale deve comunque essere accertata soprattutto in relazione alla possibilità, consentita dal punto 7, di prevedere “specifiche intese modificative”, sottoscritte da “rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente accordo”; in presenza di “crisi” od “investimenti significativi”; in materia di “prestazione lavorativa”, “orari”, “organizzazione del lavoro”. Questa disciplina opera in carenza di regolamentazione dei contratti nazionali: diviene però in tal modo di generale diffusione ciò che fino ad oggi era stato sancito, salvo errore, esclusivamente nel contratto nazionale dei chimici (sottoscritto pure dalla Cgil), dei metalmeccanici e del commercio (attraverso “accordi separati”).
Peraltro la mancata stipulazione da parte di un sindacato territoriale aderente ad una delle confederazioni firmatarie l’accordo del. 28 giugno, difficilmente condurrà ad un giudizio di invalidità del contratto aziendale. Conclusione cui è plausibile giungere, salvo la giurisprudenza e dottrina non mutino orientamenti consolidatisi in più di trenta anni, anche in presenza di eventuali regolamentazioni aziendali (all’occorrenza “separate”), volte a prevedere ulteriori e maggiori deroghe, rispetto a quelle sancite dal contratto nazionale.
Con gli accordi di giugno pare insomma proprio che il processo di “decentramento contrattuale” ottenga una manifesta ed unitaria legittimazione: ciò individuando il primo aspetto di reale e sostanziosa novità. Mentre l’unico vero “strumento di governo” del fenomeno si ritiene derivi dai meccanismi di attribuzione dell’efficacia generale al contratto aziendale.
L’accordo interconfederale, prevista appunto la presenza delle Rsu ovvero delle Rsa nelle imprese, nel primo caso attribuisce efficacia generale al contratto aziendale approvato dalla “maggiorana dei componenti” l’organismo (un terzo dei quali, si ricorda, continua però ad essere normalmente designato dalle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto nazionale: è quindi possibile, specie se quest’ultimo è “separato”, che la maggioranza dei componenti vada a sindacati che non hanno ottenuto la maggioranza dei voti dei lavoratori); nel secondo invece dalle Rsa “maggioritarie” (tali in considerazione delle deleghe ricevute dai sindacati di riferimento): a meno che un referendum indetto tra i lavoratori non si pronunci contro.
In tal modo vengono incrementati i margini di certezza sulla efficacia degli accordi, anche se probabilmente solo una legge potrebbe essere al riguardo decisiva. La scelta di non coinvolgere i lavoratori, nelle aziende ove sono presenti le Rsu, appare tuttavia discutibile, non comprendendosi come sia possibile, anche per una eventuale legge, stabilire l’efficacia generale di un accordo contestato dalla maggioranza dei prestatori cui si applica. Maggiore attenzione a questo aspetto avrebbe inoltre facilitato le relazioni con Fiom-Cgil, nell’interesse di tutti.
Risulta comunque confusa la coabitazione tra organismi di rappresentanza, che potrebbero essere presenti pure nello stesso contesto produttivo: ciò rendendo non intelleggibili le regole descritte. Attraverso la legittimazione di due modelli di rappresentanza sindacale, oggi alternativi uno all’altro, in effetti si rinuncia a priori ad un qualunque (anche approssimativo) disegno: da ciò potendo derivare ricadute negative per il sistema di relazioni industriali. Oltre a notevoli complicazioni per gli stessi imprenditori.
E’ però l’efficacia generale delle “clausole di tregua”, sancita al punto 6, a destare le maggiori perplessità, posto che questi istituti da sempre introducono limitazione nel ricorso al conflitto, impegnative per i soli stipulanti. Stabilire invece che le medesime vincolino in azienda pure i soggetti - appartenenti alle confederazioni che hanno sottoscritto gli accordi di giugno ma - dissenzienti, introduce una situazione senza precedenti, piuttosto surreale: impossibilitati ad avvantaggiarsi dei benefici derivanti dalla stipulazione, questi sindacati non possono infatti neanche far valere le proprie ragioni attraverso il conflitto. Si tratta di una condizione esiziale per un sindacato. Mentre “vastissime praterie” – e possibilità di facile proselitismo -  a questo punto sono consegnate ai sindacati non firmatari gli accordi di giugno.
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