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SI FA PRESTO A DIRE PRIVATIZZARE E-mail
Privatizzazioni
di Emilio Barucci
15 luglio 2011
privatizzazioniSistematicamente quando il paese si trova in difficoltà sul fronte dei conti pubblici si torna a parlare di privatizzazioni. Privatizzazioni e liberalizzazioni sembrano essere due parole magiche che dovrebbero permettere al contempo di abbattere il debito pubblico e di promuovere la crescita liberando energie vitali per il Paese.

C’è del vero in questa posizione ma sicuramente la strada non è semplice da percorrere e a ben guardare non porterebbe  molto lontano.

Partiamo da un piccolo bilancio delle privatizzazioni in Italia. Le privatizzazioni negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo - per un controvalore di circa 150 miliardi di euro - hanno contribuito ad abbattere il debito pubblico nella misura di circa il 10%, hanno permesso di risanare le aziende e sono state un tassello importante della manovra sui conti pubblici per entrare nell’euro. Hanno però anche trasferito rendite di mercato ai privati e sono state un’occasione perduta o forse un alibi per non affrontare i problemi strutturali del paese. Un solo dato rende chiaro il punto: la spesa corrente al netto di quella per interessi negli ultimi venti anni è rimasta pressoché stabile tra il 40 e il 45% del PIL. Quindi, una misura sul patrimonio pubblico può essere una buona cosa ma non risolverebbe i problemi del Paese che richiedono misure incisive sul fronte dei tagli alla spesa.   

La volontà di usare le leva delle privatizzazioni si scontra con due dati di fatto che non vengono ricordati a sufficienza: c’è oramai assai poco da privatizzare almeno per quanto riguarda lo Stato centrale,  i mercati finanziari non permettono grandi spazi di manovra.  

Partiamo dal primo punto. Se andiamo a valutare le società ancora a controllo statale non arriviamo a 50 miliardi di euro di cui oltre la metà custoditi in ENEL e ENI, le imprese non quotate valutate al patrimonio netto non arrivano a 60 miliardi. Delle due l’una o lo Stato italiano intende dismettere due multinazionali oramai condotte pienamente secondo una logica privata che investono e che generano un flusso significativo di dividendi (40 miliardi negli ultimi 15 anni) oppure gli spazi per fare cassa con le privatizzazioni sono assai ridotti: escludendo le reti (Terna e Snam) e Finmeccanica, abbiamo una parte di poste (bancoposta), la parte più redditizia di Ferrovie dello Stato (Freccia Rossa), SACE. In tutto non si arriva a 10 miliardi di euro. Ricordiamo che privarsi di aziende che investono, crescono e producono utili non porta vantaggi al bilancio dello Stato, l’operazione è neutrale: si anticipa un flusso dividendi futuro e si rischia di privarsi di un asset strategico per l’economia del Paese.  

Passiamo al secondo punto. I mercati finanziari sono in tensione, è assai difficile reperire fondi per operazioni di finanza straordinaria. Quali possono essere gli attori in grado di mettere sul piatto i miliardi che vorremmo ricavare dalle privatizzazioni? Sicuramente non le banche italiane, quindi di fatto non possiamo contare su investitori istituzionali italiani. La strada della public company è impraticabile, rimangono i fondi di private equity, hedge funds o competitors internazionali (spesso a controllo pubblico) che sarebbero ben lieti di acquisire quello che rimane delle aziende pubbliche italiane. Non si tratta di una bella prospettiva.

Appurato che sul fronte dello Stato centrale gli spazi sono pochi occorre orientarsi verso gli enti locali. Qui gli spazi sono maggiori e gli ambiti sono sostanzialmente due: le cosiddette ex municipalizzate, gli immobili. La strada potrebbe essere quella di passare tramite una revisione del patto di stabilità interno che a fronte di tagli sui trasferimenti introduca incentivi per le dismissioni da parte degli enti locali. Quanto alle ex municipalizzate si deve passare per forza di cose tramite la cessione delle imprese nel campo dell’energia e delle infrastrutture, le uniche che possono essere appetibili sul mercato, è però difficile procedere rapidamente su questa strada in quanto si dovrebbe passare tramite processi di aggregazioni di piccole realtà. Forse più praticabile è un’operazione sugli immobili (quelli in mano agli enti locali – soprattutto ai comuni - valgono circa 300 miliardi di euro): la strada degli incentivi per una loro alienazione tramite anche misure che ne favoriscano la riqualificazione/cambio di destinazione sembra essere l’unica praticabile.

Dunque privatizzazioni sì per dare anche un segnale forte ma non ci facciamo illusioni: i mercati in realtà ci aspettano al varco sul riordino della spesa. Qui i segnali sono ancora troppo timidi.
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