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IRAP ED EFFICIENZA: PROPOSTE DI RIFORMA A CONFRONTO E-mail
Fisco
di Diego D'Andria
08 luglio 2011
irapL'IRAP è un'imposta che piace a pochi. Confindustria, e il mondo dell'imprenditoria in generale, l'hanno sempre avversata e criticata sin dalla sua prima versione ad opera dell'allora ministro Vincenzo Visco nel 1998. E' facile quindi comprendere il perché dell'annuncio più volte rilanciato dal centrodestra: "taglieremo l'IRAP".

Un messaggio semplice e di sicuro effetto verso quell'elettorato che da tempo immemore attende una riduzione delle pesanti imposte italiane gravanti su chi il reddito lo produce: lavoratori e imprenditori.

Il mantra governativo, con il ministro Tremonti alle prese con i vincoli di bilancio, pare ora ridimensionarsi verso una riforma che vuole aggiustare il metodo di computo della base imponibile senza tagli drastici. Così, lo slogan è diventato quello di trasferire l'onere tributario "dalle persone alle cose" (http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefeconomica/View.aspx?ID=2011060618866178-2). In pratica, si parla di rendere deducibile il costo del lavoro dall'IRAP, per poi eliminare del tutto l'imposta in un ipotetico momento futuro. Attenzione però, si tratta di una rimodulazione del carico tributario, probabilmente compensato da un innalzamento delle aliquote IVA.
L'eliminazione tour court dell'IRAP è rinviata, nella più recente bozza governativa di riforma, al 2014. Dato che non si sa da dove saranno recuperati i circa 30-40 miliardi di gettito di questo tributo, lo scetticismo è d'obbligo e la precedente proposta di rimodulazione della base imponibile sembra, allo stato attuale, la più concreta e possibile riforma nel prossimo futuro.

Dunque tale rimodulazione ha senso? Risolve davvero i difetti dell'IRAP evidenziati da tante voci autorevoli (tra cui, fra gli altri: Giavazzi, 2009; Tabellini, 2009)? Ci ragiono sopra in queste brevi note.


I pregi dell'IRAP

L'IRAP, come noto, è una particolare forma di imposta sui redditi societari che non consente di dedurre dalla base imponibile gli oneri finanziari ed il costo del lavoro.

Nelle intenzioni del suo principale fautore, Vincenzo Visco, più volte ribadite in pubblico, l'IRAP doveva essere un tributo neutrale, ovvero non avrebbe dovuto disincentivare l'uso di un fattore della produzione rispetto ad un altro, intendendo per fattori della produzione il lavoro, il capitale di debito, ed il capitale di rischio.

In estrema sintesi l'idea è la seguente. Dato che: a) il costo del lavoro (salari e stipendi), b) il costo del debito (gli interessi passivi), e c) il costo-opportunità del capitale di rischio, sono tutti resi indeducibili ai fini IRAP, l'imposta avrebbe introdotto un cuneo fiscale omogeneo, quindi non avrebbe favorito imprese a maggiore o minore intensità di capitale. In linea di principio, dunque e a differenza dell'imposta IRES che consente la deducibilità dei soli oneri finanziari, la virtù teorica dell'IRAP risiede in questa neutralità rispetto alla scelta tra fattori della produzione.

Visco si è spinto più in là, ed ha descritto l'IRAP come un'imposta che è sì pagata dalle aziende, ma che incide sul valore aggiunto prodotto dai fattori (Visco, 2009). Ciò implica che in qualche modo l'onere tributario sia ribaltato sui fattori. La tesi però è criticabile, se consideriamo che i salari italiani sono piuttosto rigidi verso il basso per opera della contrattazione sindacale, e che i rendimenti del capitale sono anch'essi vincolati dal fatto che al di sotto del rendimento ottenibile all'estero, gli investimenti fuggono verso paesi dove il rendimento al netto delle imposte è più appetibile.
Per amore di  verità bisogna anche dire che la riforma di Visco introduceva correttivi e deduzioni anche sull'IRPEG tali per cui il rendimento "normale" del capitale di rischio doveva essere tassato con aliquota più leggera (la cosiddetta dit). Ma ciò che è rimasto di quell'impianto fiscale, anche per opera del già ministro Tremonti nel 2004, sono l'IRES e l'IRAP che oggi subiamo e che oberano le attività produttive per una aliquota media stimata da KPMG pari al 31.4%.


I difetti dell'IRAP

L'IRAP, nonstante le buone intenzioni dei suoi promotori, non è mai stata davvero neutrale. La scelta di rendere deducibili gli ammortamenti di fatto implica un vantaggio fiscale, che l'impresa ottiene adottando tecnologie labor-saving.

Vediamolo con un esempio semplice. Supponiamo che un'impresa accenda un finanziamento di X euro ad un tasso di interesse i. Immaginiamo che sia possibile scegliere tra l'aquisto di un macchinario che costa X euro interamente deducibili da IRAP, che produce un fatturato P ed esaurisce la sua utilità alla fine dell'esercizio fiscale, quando l'impresa rimborsa interamente il debito contratto. Oppure, ipotizziamo che la stessa impresa possa utilizzare una equipe di lavoratori che costa esattamente X euro (indeducibili), salari che l'impresa anticipa ai lavoratori i quali producono sempre P. E' evidente che nel secondo caso l'impresa subisce un onere aggiunto dato da X moltiplicato per l'aliquota IRAP. Lo stesso esempio, riportato lungo più esercizi con il costo X del macchinario spalmato in quote di ammortamento, modifica la convenienza relativa ma non elimina il fatto che la scelta di adoperare personale risulta più onerosa.

Un ulteriore difetto, che le ha meritato la definizione di "imposta sulle perdite", è il seguente: per come è congegnata l'IRAP, un'impresa può ritrovarsi un debito d'imposta positivo anche negli anni in cui produce un utile netto di bilancio negativo. Questo accade perché il margine operativo al lordo dei costi non deducibili ai fini IRAP (lavoro e interessi passivi) può essere positivo, e diventare negativo una volta che i costi indeducibili siano sottratti. Di fatto ciò può comportare uno stress sugli equilibri finanziari aziendali particolarmente nei periodi di difficoltà transitorie. Insomma: se un'impresa è sull'orlo del fallimento, un debito IRAP positivo a fronte di utile negativo può ben dare la spinta finale al tracollo.


2011: La riforma Tremonti che verrà (forse)

E veniamo infine al nostro ministro Tremonti. Visti i difetti di cui sopra, un'ipotesi al vaglio è di rendere deducibile il lavoro dalla base imponibile IRAP.

La deducibilità del lavoro renderebbe l'IRAP un'imposta neutrale rispetto alla scelta tra l'adoperare capitali a debito oppure di equity, entrambi resi indeducibili (come già sono nell'attuale versione dell'IRAP). Un'imposta di questo genere fu proposta a suo tempo negli Stati Uniti (primi anni '90 dallo U.S. Treasury Board) ma non vide applicazione nonostante il parere favorevole della commissione incaricata di discuterne l'applicabilità e gli effetti. Certo, avremmo ancora un carico tributario sui capitali investiti molto superiore al resto d'Europa, che oggi applica aliquote mediamente sotto il 26% , ma tant'è.

E' questa nuova incarnazione dell'IRAP una imposta neutrale anche riguardo le scelte tra lavoro e capitale? La questione è scivolosa e dipende dal punto di vista adottato. Se guardiamo la questione dal lato delle fonti, come hanno proposto vari studiosi sostenitori della neutralità dell'IRAP (per es. Paolo Bosi e Maria Cecilia Guerra), l'IRAP introduce effettivamente un cuneo fiscale uguale sia sul costo del lavoro sia sul costo del capitale.
Se invece guardiamo al lato degli impieghi, come nel mio esempio precedente e come gli imprenditori sono soliti ragionare (dato che dal punto di vista dell'imprenditore, il costo del lavoro non è una fonte finanziaria ma un impegno di capitale circolante, che richiede il pagamento dei salari anticipato rispetto al momento in cui si incassa il fatturato), allora la questione viene ribaltata: è vero che sul lato delle fonti l'IRAP è teoricamente neutrale; ma è anche vero che la convenienza relativa dell'impiego dei capitali in tecnologie piuttosto che in fattore lavoro viene alterata dal fatto che gli ammortamenti sono deducibili mentre il lavoro non lo è.

Con la riforma proposta dai tavoli tecnici del governo avremmo invece una situazione ribaltata: dal punto di vista delle fonti sussisterebbe un incentivo ad acquisire fattore lavoro piuttosto che capitali (si perde dunque la neutralità sul lato delle fonti); ma sul lato degli impieghi l'imposta diventerebbe davvero neutrale.
Esiste però anche una terza possibilità, che al momento non leggiamo sui quotidiani: rendere indeducibili sia gli ammortamenti, sia il costo del lavoro, abbassando contemporaneamente l'aliquota. In tal modo otterremmo la neutralità contemporaneamente sul lato delle fonti e degli impieghi. Un'IRAP del genere non discrimina, è neutrale in tutti i sensi, e quindi più efficiente sia dell'attuale IRAP, sia della riforma proposta dal governo.

Rimane il problema "imposta sulle perdite". La proposta di deducibilità del costo del lavoro riduce il fenomeno. La soluzione che ho prospettato qui (indeducibilità di lavoro ed ammortamenti) aumenterebbe invece la possibilità di un debito IRAP positivo in caso di utili bassi o negativi. Per questa ragione andrebbe abbinata ad un dispositivo di salvaguardia, che eviti prelievi confiscatori. Una soluzione facile potrebbe essere quella di una no-tax area stabilita come un tasso di rendimento figurativo, applicato sul valore del patrimonio netto e tale che l'IRAP non possa in nessun caso incidere su tale utile. Quest'ultimo impianto sarebbe rispettoso dei principi di neutralità che ispirarono l'introduzione dell'IRAP nel '98, rendendola più simile ad un'imposta sulle rendite ed inoltre mitigandone la natura di imposta addizionale all'IRES (con indubbi benefici, visto che l'onere dato da IRES+IRAP è, come già detto sopra, ben superiore all'aliquota effettiva media delle imposte societarie osservate in Europa).


Conclusioni

E' la riforma proposta dal governo, di rendere deducibili i costi del lavoro dalla base imponible IRAP, una buona idea? Probabilmente si.

E' anche la migliore soluzione a disposizione del governo? Forse no. Anche ammettendo che i vincoli di bilancio non consentano, oggi, una riduzione tout court dell'onere tributario sulle imprese, se dobbiamo tenerci l'IRAP ancora per qualche anno (e lo scetticismo sulla data del 2014 è d'obbligo), non è meglio renderla più efficiente e quindi meno distorsiva? Per i motivi illustrati l'inclusione degli ammortamenti all'interno della base imponibile a fronte di una riduzione dell'aliquota, combinata con un semplice vincolo che eviti di estrarre tutto l'utile o perfino di sommare debito fiscale ad utile negativo, è la risposta giusta che porta ad un incremento dell'efficienza impositiva a parità di gettito atteso.



Bosi, P. - Guerra, M.C. (2008), I tributi nell’economia italiana, Bologna, Il Mulino.
Giavazzi, F. (2009), "L'Irap punisce chi dà lavoro", articolo pubblicato su Il Corriere della Sera del 14 ottobre 2009.
Tabellini, G. (2009), "L'Irap zavorra il volo delle Pmi oltre la crisi", articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 11 ottobre 2009.
Visco, V. (2009), “Le ragioni dell'IRAP”, articolo del 23/10/2009 pubblicato su http://www.lavoce.info .
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