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DOPO L'ACCORDO CONFINDUSTRIA SINDACATI, CHI STA CON MARCHIONNE? E-mail
Lavoro
di Emilio Barucci
08 luglio 2011
accordo confindustria sindacatiProbabilmente in pochi, e qualcuno farà finta di non ricordarsi delle improvide dichiarazioni fatte a suo tempo. Vediamo perché. C’è un leitmotiv che dura oramai da tempo secondo cui per risolvere i problemi che la modernità ci ha portato (invecchiamento della popolazione, globalizzazione, etc.) si deve liberalizzare il mondo dell’economia sacrificando qualche forma di tutela.

Si badi bene non si tratta soltanto di immettere germi di concorrenza o privatizzare, si tratta di un principio più generale che porta anche a dinsintermediare organizzazioni che hanno avuto un ruolo nel rappresentare le istanze sociali (partiti, associazioni, sindacati) lasciando l’individuo libero di scegliere e di interagire con un patrimonio di tutele ridimensionato. Nel mondo del lavoro questo ha portato alla flessibilità ma anche al fenomeno della precarizzazione e recentemente ad una messa in crisi del sistema delle relazioni industriali.

Questa impostazione ha trovato più di un adepto anche nel centrosinistra e nell’attuale PD: alla ricerca di una nuova sintesi, le proposte liberiste hanno offerto un faro che è stato seguito spesso ben aldilà delle sue effettive virtù.

La vicenda FIAT è un segno dell’inadeguatezza di queste sintesi e l’accordo Confindustria-sindacati ci offre più di uno spunto di riflessione al riguardo.

C’è in primo luogo un punto che riguarda le strategie più che legittime di un’impresa privata. La FIAT dell’era Marchionne ha deciso di riposizionarsi in altri mercati e in altri siti produttivi rispetto all’Italia. Le prove di questa strategia sono più di una. Sembra altrettanto chiaro che lo scontro con il sindacato sia stato cercato con determinazione per creare le condizioni che giustificassero queste scelte. Le lettere di Marchionne con la volontà di uscire da Confindustria sembrano confermare questo intento. Se questa interpretazione tiene, la posizione del NO senza se e senza ma della FIOM e l’appoggio alla linea Marchionne da parte di altri sindacati e esponenti politici (compreso il governo) non sembrano molto lungimiranti. I primi hanno fornito lo spunto per agevolare il piano di uscita della FIAT, i secondi hanno creduto (o hanno fatto finta di credere) alle favole secondo cui per produrre in Italia occorrerebbe comprimere la rappresentanza e alcune forme di tutela dei lavoratori.

C’è un secondo punto su cui occorre riflettere. Marchionne ha inaugurato con gli accordi in deroga un far west delle relazioni sindacali. Anche su questo punto a sinistra c’era chi con qualche distinguo aderiva a questa impostazione ritenendo che fosse la strada giusta (obbligata) per rendere l’impresa dell’auto più competitiva. Si apriva la strada ad un mondo in cui il ruolo dei sindacati veniva fortemente ridimensionato confondendo un principio giusto (decentramento della contrattazione) con una strada ben più pericolosa (accordi separati e in deroga). A sinistra forse qualcuno ha fatto finta di non accorgersene. Bene questo accordo ha mostrato che il Paese non accetta questa prospettiva. Sarà cambiato il clima, sarà la crisi del governo, i referendum, sta di fatto che le forze sociali si sono incontrate e hanno stilato un accordo che è in continuità con il modello preesistente di relazioni sindacali. Alla centralità del contratto nazionale si affianca la possibilità di accordi aziendali ma su argomenti definiti dal contratto nazionale, inoltre si risolve il problema della rappresentanza sindacale rafforzando/responsabilizzando il ruolo del sindacato ed evitando le derive di democrazia diretta che rischiano di portare all’instabilità.

C’è infine un terzo punto che non è stato sottolineato a dovere: se le parti (compresa la FIOM) si fermassero oggi e sottoscrivessero lo stesso identico accordo di Mirafiori e di Pomigliano questo non rispetterebbe l’attuale accordo. Insomma, l’accordo smentisce anche nel merito la strada portata avanti dalla FIAT.
 
Ce ne è abbastanza per dire che chi stava con Marchionne (e chi ha portato avanti il muro contro muro) ha sbagliato strada sia politicamente che nel merito riguardo alla difesa del lavoro. Anche il PD ha mostrato poco coraggio nel prendere una posizione di difesa dei lavoratori nel timore di non passare l’esame di maturità o di dividersi. Si doveva avere più coraggio evitando gli equilibrismi. Si è combattuta una battaglia su un triplice fronte (per un pezzo dell’industria italiana, in difesa di un modello di organizzazione sociale, nel merito per la difesa dei lavoratori) e il PD non è stato in grado di esprimere una posizione chiara: la posizione della FIOM era estremista e faceva il gioco di Marchionne ma si poteva mandare un messaggio chiaro che anticipasse lo scenario che il nuovo accordo ci regala piuttosto che dividersi tra pro e contro Marchionne facendosi dettare da altri i confini di una linea improbabile. Un partito riformista in questo caso deve avere il coraggio di fare delle scelte.
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