IL NAUFRAGIO E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Tamborini
17 giugno 2011
naufragioAl culimine dalla Prima repubblica, il suo leader più emblematico e carismatico diceva: "La nave va". Ora l'Italia è un vascello semimmobile, inclinato su un lato, in un mare inquieto. Il comandante è costantemente occupato ad intrattenere l' equipaggio e a predisporre tutto quanto è necessario per non bagnarsi i piedi. Il pilota, uomo solo ai comandi, è rinchiuso in plancia, gli occhi fissi sugli strumenti e mani avvinghiate al timone. E' consapevole che con un naviglio mal disegnato e obsoleto, motori poco potenti e in avaria, alcune falle e un enorme carico in stiva mal distribuito, non sono concesse manovre azzardate, accelerazioni o virate. Crozza-Napolitano ha preso il megafono e ha gridato: "Italiani, abbandonate il paese!". Ma non possiamo, e non vogliamo.

In democrazia, una nazione è un nave un po' particolare. E' la maggioranza dell'equipaggio a decidere, per tutti, chi è il comandante, qual è la meta, la rotta e le condizioni del viaggio. Questo viaggio, di cui stiamo vivendo la non fine, è iniziato quando ci siamo imbarcati, o siamo stati imbarcati, affidando la nave al comandante delle magnifiche sorti della Seconda repubblica. A ben guardare indietro, non è altro che la continuazione in-terminabile del viaggio iniziato quando pareva che la nave andava. C'è stato uno scalo un po' drammatico, un cambio un po' violento e concitato degli ufficiali di comando ma alla ripresa del viaggio, stessa rotta, con la stessa nave, e i suoi difetti rattoppati e ripassati di vernice, perché si sa, le manutenzioni e i riarmi veri costano.

Salita e discesa
Quelli che decidono dove e come andare, e portano tutti con sé, fuori di metafora i politologi li chiamano "blocco sociale". Un blocco sociale è qualcosa di diverso, forse qualcosa meno, di una classe sociale. Quest'ultima, almeno secondo i classici (marxisti e non), è un vasto insieme di soggetti collegati da visioni, obiettivi, valori e, soprattutto, interessi comuni in maniera, per così dire, spontanea, profonda, "oggettiva". Ad un blocco sociale si arriva partendo da un coacervo di soggetti eterogenei e scollegati e iniettando dosi massicce di collanti vari. Per la verità, se si rilegge Gramsci, si è colti dal dubbio che neanche la "coscienza di classe" dei tempi aurei del movimento operaio si sia mai trovata preconfenziata e pronta all'uso. Sta di fatto che nel mentre i tardi epigoni delle grandi organizzazioni creatrici di movimenti collettivi si facevano persuasi che era giunto il momento di consegnare ogni individuo al proprio destino, altri si diedero un gran d'affare, e con notevole perizia e successo, per riaggregare un blocco sociale capace di tracciare, e imporre, una nuova rotta e un nuovo destino. Come ha detto il sociologo Aldo Bonomi, i collanti sono stati due: l'individualismo proprietario e il comunitarismo esclusivo.

Un grosso nucleo costitutivo del blocco proviene dalla disgregazione della grande manifattura italiana nel corso degli anni '80, quando un'ingente massa di soggetti transita dal lavoro operaio qualificato (spesso molto qualificato) al lavoro in proprio. All'inizio si tratta magari di un arrangarsi per scacciare lo spettro della disoccupazione e della dequalificazione, poi diventa una vocazione, poi una nuova identità. Come ci ha spiegato Giacomo Beccattini (fine economista e padre intellettuale, e non solo, dei cosiddetti "distretti industriali") per ragioni un po' alchemiche queste traiettorie individuali s'innestano su, e alimentano, forti vantaggi competitivi territoriali. Piccolo è bello e rende, molto. Il germe dell'individualismo proprietario cade sul terreno della comunità locale, e dà due frutti, uno buono e uno cattivo. Quello buono è che la comunità e le sue tradizioni stemperano gli eccessi dell'individualismo e mantengono saldi i legami sociali. L'altro frutto è che, anziché gli individui, s'incattivisce la comunità, diventa comunitarismo esclusivo, che chiude fuori da sé le comunità "altre", per cui tutti gli "altri" diventano extra-comunitari.

Quando la nave della Prima repubblica finsce sugli scogli di Tangentopoli intervengono due grandi catalizzatori di queste tendenze in atto, il berlusconismo e il leghismo. Il leghismo sarà pure una costola della sinistra, ma il sodalizio immediato col berlusconismo fa nascere e crescere il blocco sociale della Seconda repubblica. Ma purtroppo per esso, e per noi tutti, la sua nascita e la sua affermazione avvengono nel momento in cui si esaurisce la sua spinta propulsiva proprio sul terreno chiave della sua identità materiale e ideale, quello del successo economico. Pochi se ne accorgono, altri preferiscono non accorgersi, ma il modello post-industriale italiano sta già terminando la sua corsa quando esplode la globalizzazione vera, e il capitalismo mondiale si rimette a fare sul serio. L'Italia non è mai stata una nazione veramente adatta e adattata al capitalismo moderno.

Nel momento in cui il nuovo blocco sociale si consolida, trova un'identità ed inizia ad esercitare la propria egemonia socio-politica, comincia anche la presa di due potenti ganasce: l'Europa e gli Emergenti. Europa significa rafforzamento delle isituzioni comunitarie, mercato unico, integrazione economica e finanziaria, e soprattutto moneta unica. Meno Stato e più Mercato va bene, ma meno Italia e più Europa non tanto. Nel volgere di pochi anni cessa la disponbilità di tre forti dopanti dell'economia stile anni '80: lassismo fiscale, inflazione, svalutazione. Il nuovo blocco ne soffrirà parecchio, più di quanto s'immagina. Il che spiega in qualche misura la nostalgia e la restaurazione del ceto politico che aveva spacciato quei dopanti con generosità, ma che si rivelerà un tragico errore di passatismo travestito da futurismo. L'altra ganascia,  gli Emergenti, sono i paesi e i popoli che agganciano il treno della globalizzazione, e per prima cosa invadono il resto del mondo con le loro merci e le loro braccia (ma anche i loro cervelli).
Come avvertono pochi e inascoltati studiosi, la nostra struttura socio-economica si trova improvvisamente spaesata: le nicchie competitive sui mercati avanzati occupate con successo nel decennio precedente si chiudono, la competizione di costo con gli Emergenti è insostenibile. La competizione di qualità e innovazione è troppo limitata ad alcuni settori, o addirittura singole imprese, i quali anziché scatenare l'emulazione e indicare la via vengono utilizzati (e si prestano) a dissimulare sempre più vaste aree di sofferenza. Il settore dei servizi, che va a superare la manifattura come quota di occupazione, è in larga parte allo stato primitivo. Gli ingredienti del successo economico e dell'identità egemonica del nuovo blocco diventano palle al piede sempre più gravose: nanismo, lavorismo, localismo. Già all'inizio del nuovo secolo tutti gli indicatori della parola che verrà bandita come la peste, il declino, tendono al brutto stabile: erosione delle quote di mercato, bassa crescita del valore aggiunto e della produttività totale, cattiva occupazione senza crescita, peggioramento della distribuzione del reddito, arretramento del ceto medio.
Assecondato da una nutrita schiera di cantori, più o meno in buona fede, il nuovo blocco egemone sbaglia radicalmente la "lettura della partita", di conseguenza la strategia e l'investimento sul personale politico di riferimento. Occorrerebbe un cambio di paradigma, la capacità di ristrutturare manifattura e servizi, cambiare modelli organizzativi e manageriali, ma anche modelli culturali e valoriali. Invece, increbilmente, inizia un lungo periodo di autocelebrazione, di rispecchiamento in una compagine politica, più complice che amica, che sa solo assecondare e proteggere, ma non guidare (quanto spreco della parola leader). Il mantra di questi anni, "aiutare la piccola e media impresa", viene ripetuto continuamente senza costrutto. Produce voti e consensi, ma non risultati. La parte d'Italia che orgogliosamente rivendica e ottiene la guida della nazione mettendo sul piatto "i due terzi del Pil", non riesce più a produrne abbastanza. Un recente articolo di lavoce.info su dati Eurostat delle macroregioni europee, evidenzia che nella classifica del reddito procapite le nostre aree di punta economica e d'insediamento del nuovo blocco sociale, Nord-Ovest e Nord-Est, dieci anni fa stavano rispettivamente al settimo e ottavo posto, oggi sono scese al ventesimo e ventunesimo. Abbiamo perso dieci anni, ha sentenziato Emma Marcegaglia all'Assemblea di Confindustria del 26 maggio.
La prima ragione dei dieci anni persi è che già lo slogan di base rivela un errore diagnostico. I destini e i mondi di piccole e medie imprese tendono a separarsi. Le medie sono quelle che riescono ad emergere e ad inserirsi nel nuovo scenario mondiale, sono organizzazioni articolate e talvolta sofisticate, sono comparabili con i loro competitor internazionali, hanno esigenze di politica economica specifiche di cui né il resto del blocco sociale né la sua dirigenza politica sembrano rendersi conto. Le piccole, cioè il grosso della struttura produttiva, che si confonde in un confine indefinito col lavoro autonomo dell'artigianato, del commercio e dei servizi, sono il vero fulcro del problema. C'è una seconda ragione, più strategica. Per farla breve, ci sono due modi aiutare le piccole imprese  aiutarle a crescere o aiutarle a restare come sono  e la strada che di fatto viene scelta è la seconda. Ed è ingeneroso il fuoco amico di chi accusa il centrodestra di non fare "le riforme": fa più o meno quello che gli è chiesto di fare (tranne il mitologico taglio delle tasse). Ma è una strada sbagliata e senza sbocchi, e la responsabilità va suddivisa tra la base e il vertice politico del blocco incarnato da questi soggetti. Lungo questa strada i problemi non si risolvono ma crescono e s'incancreniscono.

La crescita bloccata
Si afferma la concezione naif per cui la crescita del prodotto nazionale si ottiene se tutti producono un po' di più. Non è così. La crescita (di lungo periodo) è un fenomeno che risulta da aumenti delle dimensioni delle unità produttive esistenti, nascita di nuove imprese e progresso tecnologico. Realizzare questi obiettivi tenendo ferma la struttura italiana delle piccole imprese (nel senso largo e sfumato detto prima) è praticamente impossibile, è un'evidente contraddizione in termini. E' vero, l'Italia ha un turnover d'imprese molto elevato (cioè morti e nascite), e favorire la nascita di nuove imprese è nell'agenda del centrodestra, ma da solo questo ingrediente non basta. Senza gli altri due non si va lontano, ma crescita dimensionale (organizzativa, manageriale, finanziaria, ecc.) e innovazione tecnologica rimangono ai margini dell'azione politica, anche perché non sono nelle menti e nei cuori dei diretti interessati.

Di conseguenza, la domanda e l'offerta politico-economica si sono spostate sulle condizioni "al contorno", come suol dirsi. Certo, l'ormai antico lamento di Guido Carli sui mille "lacci e lacciuoli" che intralciano l'impresa italiana ha ancora una sua ragion d'essere, e quindi è necessario intervenire. La pubblica amministrazione costa molto e non offre servizi efficienti. Il sistema fiscale è oneroso, mal congegnato e mal distribuito. E così via toccando tutti gli issues che il blocco egemone affida alle cure del centrodestra (anche per via di segnali di vita non pervenuti, o peggio, dal centrosinistra). Però, al di là del fatto che poi i risultati sono stati molto al di sotto delle aspettative, il punto cruciale è che il paese aveva bisogno di una riforma strutturale del sistema produttivo, e non (solo) delle condizioni al contorno di quello esistente. I lettori di Nel Merito queste cose le sanno bene. Le "prediche inutili" non si contano più; ultima, di una lunga serie, quella del governatore Draghi alle assise di Bankitalia del 31 maggio.

La crisi fiscale
In cima alla lista delle condizioni di contorno per tenere a galla un sistema produttivo declinante rispetto agli standard internazionali sta naturalmente quella fiscale. Da decenni l'Italia è entrata in una spirale fiscale sudamericana: eccesso di spesa, eccesso di pressione, evasione endemica, pesanti iniquità di carico. La minaccia di un debito incombente e il lato stupido del Patto di stabilità dell'euro, che impedisce politiche fiscali espansive di breve a fronte di benefici di crescita di lungo termine, rendono molto difficile una seria riforma fiscale. Va aggiunto che le idee buone scarseggiano, a differenza di quelle demagogiche cha scaldano i cuori dell'elettorato. In questo quadro, la soluzione pratica è stata di continuare col lassismo fiscale della Prima repubblica, diventato quasi un diritto nella nuova costituzione materiale del paese con la benedizione esplicita della propaganda governativa.

Ciò che sfugge è che sotto questa valvola di sfogo cova una drammatica crisi fiscale del modello economico dominante. Qualche anno fa Riccardo Illy, imprenditore e governatore regionale di successo, lanciò lo slogan "meno tasse e più strade". Per tenere a galla un sistema produttivo che non produce abbastanza valore aggiunto per addetto rispetto ai competitor, l'asticella fiscale (dentro e fuori le imprese) deve essere spostata sempre più in basso. Ma nello stesso  tempo questo sistema consuma sempre più risorse pubbliche. I beni demaniali e territoriali, le infrastrutture, i servizi di pubblica amministrazione, i servizi sociali e assistenziali necessari per supportare mille capannoni e gli aggregati umani circostanti sono molto più estesi e costosi rispetto ad un'unica fabbrica accentrata. A cui bisogna aggiungere una serie di altri capitoli di spesa che la spina dorsale del nostro sistema produttivo non è in grado di sostenere e deve scaricare sulla fiscalità pubblica: a cominciare dalla formazione professionale per finire con gli investimenti in ricerca e sviluppo. E poi ancora il fatto socio-economico che la gran parte dei soggetti del nuovo blocco sociale, sia per ragioni di redditività modesta, sia per ragioni più profonde, non compie il salto nella sfera dei servizi privati. Contrariamente alla propria autorappresentazione, alla retorica privato contro pubblico, e alle fantasie sulla "società liberale di massa", questi soggetti  continuano ad esercitare una forte domanda di servizi e spesa pubblica, in particolare sanitaria e previdenziale.

La svalutazione del lavoro
Si passa poi ad un secondo fronte di condizioni al contorno, con esiti nefasti. Negli anni della lira per recuperare competitività si svalutava la moneta, adesso bisogna svalutare il lavoro. Non si tratta solo dei salari, ma di tutto il sistema lavoro: regole, organizzazione, diritti. Questo è paradossale, per una Repubblica fondata sul Lavoro, e per un blocco sociale, come si diceva, lavorista, per cui il tempo del lavoro senza limite è al centro della vita individuale, sociale e dell'organizzazione produttiva. Ma il lavoro dipendente stabile, diciamo un investimento a lungo termine in personale qualificato, fidelizzato e produttivo in quanto tecnologicamente assistito, è un lusso che la gran parte delle piccole imprese non si può permettere. Intorno al padroncino c'è un gruppo sempre più ristretto di maestranze con le quali ci si mette d'accordo con una stretta di mano, sotto lo stesso campanile, e tutti sulla stessa barca contro il resto del mondo. Tutte le mansioni e funzioni non strettamente indispensabili si tagliano o si affidano a personale "usa e getta".

Complice una certa volgarizzazione degli studi economici, l'idea guida è che la cosiddetta "flessibilità" serve a creare crescita e occupazione, mentre gli studi economici fatti, o letti, seriamente dicono, semmai, che la flessibilità serve a distribuire meglio l'occupazione che c'è, a fare incontrare meglio e più rapidamente la domanda e l'offerta che stanno sul mercato. Infatti, i growthless jobs, i posti di lavoro senza crescita di questo decennio, stanno a dire che la svalutazione del lavoro non è la ricetta giusta, non solo per chi la subisce ma per l'economia nel suo complesso.  Ma c'è un dato che più di ogni altro deve far riflettere. Fatto 100 l'indice della retribuzione reale per dipendente nel 1999, oggi la media dei paesi euro è a 106 e l'Italia a 103. Fatto 100 l'indice del costo del lavoro per unità di prodotto, oggi la media dei paesi euro è a circa 98 e l'Italia a 103 (dati Eurostat). Cioè i salari italiani sono cresciuti meno di quelli europei, ma il costo del lavoro è aumentato di più. Il paradosso, solo apparente, è spiegato dalla caduta della produttività in Italia. Il che ci riporta alla casella base delle debolezze strutturali del nostro sistema produttivo.

Ma il problema non riguarda solo il lavoro dipendente in senso stretto. Tramite un'altra grande trovata di alleggerimento delle condizioni al contorno, l'esternalizzazione, piccole imprese generano altre piccole figure del grande alveare della provincia produttiva italiana: contabili, geometri, informatici, consulenti legali, tecnici di ogni genere, e molto altro. Come testimonia ad esempio la lettura delle cronache e del blog del "Corriere dei Piccoli" inventato con notevole intelligenza giornalistica da Dario di Vico - poi passato al ruolo di cantore, ideologo e organizzatore politico - il blocco sociale si allarga e include un insieme sempre più vasto ed eterogeneo di soggetti, accomunati dall'idea di essere fautori della modernizzazione di sé e del paese. Ma si capisce bene, anche, che il grosso di questo esercito di Partite Iva non ha né vocazione né capacità imprenditoriali. Ha come proprio orizzonte professionale e di vita una normale e tranquilla carriera a libro paga (copertura sanitaria e assicurativa, un po' di ferie garantite, una licenza maternità, una pensione decente) come sarebbe possibile in un sistema produttivo normale, simile a quelli in cui vivono i loro colleghi europei.  Quando arriva la prima crisi vera questi soggetti si accorgono di essere, invece, parte del fenomeno più generale di svalutazione del lavoro. E che ciò che li accomuna realmente ai loro feroci committenti non è l'appartenenza alla nuova classe imprenditoriale, ma convivere costante­mente sull'orlo dell'inefficienza e della fragilità economica. Per loro l'ascensore sociale scende (Ilvo Diamanti, La Repubblica, 23 maggio).

Questo scenario del mercato del lavoro e delle professioni è il fondale di una delle nostre tragedie nazionali contemporanee: la precarietà e depauperazione giovanile. La svalutazione del lavoro, per un giovane che si affaccia alla vita sociale, è la svalutazione del suo futuro. Naturale che abbia assai pochi incentivi a investire su stesso, sulla sua formazione, sulla sua cultura, o se volete il gergo economico, il suo capitale umano. Poi magari arriva anche qualche autorevole (?) astrologo dell'universo sociale che gli spiega che, in effetti, per il tipo di struttura produttiva che abbiamo non occorre studiare tanto: meglio un bell'istituto tecnico, e poi al lavoro (l'unica consolazione di una simile tesi è che viene smentita la leggenda che l'università italiana produce troppo pochi laureati).   Nelle operose contrade del nuovo blocco sociale per i giovani c'è sempre e solo il presente, un lungo presente dentro al recinto di casa, fabbrichetta (per i fortunati) o call center (per gli altri), televisione,  discoteca, centro commerciale.

Un nuovo viaggio
Stando alle cronache (Affari & Finanza, 3 maggio), uno dei campioni della media impresa italiana di successo, Alberto Bombassei di Brembo, è andato alle assise generali di Confindustria di Bergamo a dire che il re è nudo. Il titolo giornalistico era un po' forte - "Basta evasione e piccolo è bello". Ma il senso dell'intervista è quello: "Per le imprese italiane è l'ultima chiamata. Hanno l'obbligo di crescere, internazionalizzarsi e investire in ricerca. Quelle che non lo hanno fatto fino ad ora e sono comunque riuscite a sopravvivere alla crisi sono destinate a morire con la prossima recessione". E così via. Bombassei dice anche che per fare queste trasformazioni, per passare dalle stampelle dello status quo ad una vera ristrutturazione che rimetta in corsa il sistema industriale del paese, occorrono interlocutori nuovi, nel sindacato e nel governo. Naturalmente. Ma è l'intero assetto della nave, struttura, comando, equipaggio che devono essere radicalmente modificati. E, si diceva all'inizio, in democrazia tutto questo dipende infine dalle idee e capacità di darsi una destinazione verso cui dirigersi e di tracciare la rotta da seguire.

D'accordo, l'interesse generale e il bene comune sono categorie della morale e non della politica. Ma è una legge della politica che un blocco sociale diventa realmente egemone quando riesce ad esprimere una guida e scelte politiche che sanno andare, non certo contro, ma anche oltre il perimetro dei propri interessi e valori di riferimento. Diventare "classe generale", si diceva nel Novecento. Questo salto di qualità non è stato realizzato, e allora l'egemonia si esercita solo per distorcere l'intera economia e società secondo la propria immagine, per piegarle alle proprie necessità "di contorno". La crisi politica, e ora anche di consenso, del centrodestra registra non solo l'insoddisfazione del suo elettorato per aver realizzato solo in parte i suoi interessi, ma anche un rigetto verso la ristrettezza, l'inadeguatezza, la "veduta corta" di quegli interessi e della loro traduzione politica, verso l'incapacità di base e vertice del blocco sociale della Seconda repubblica di parlare alla e per la nazione - foss'anche solo l'economia della nazione. Visto e vissuto da Milano, il cambio del vento non è solo uno slogan elettorale azzeccato.
  Commenti (1)
Scritto da Mauro, il 18-06-2011 08:32
In italia il 10% delle persone detiene il 47 % della ricchezza. Un sistema sociale così strutturato ha creato valori, logiche e difese per impedire un vero ricambio politico, economico, sociale. Il vero cambiamento (e non quello gattopardesco) è la paura maggiore dell'oligarchia che governa l'Italia. Da sempre il ruolo di "oppositori ufficiali" ha condizionato le forze politiche che sono state quasi sempre all'opposizione. In ultima analisi "siamo tutti nella stessa barca" è la metafora che meglio li ha e ci ha rappresentato. Ed oggi sta accadendo di nuovo. Ancora una volta si sta creando quella concomitanza storica che potrebbe permettere la creazione di un blocco sociale che sia auto riconoscibile politicamente e mediaticamente e che potrebbe avrebbe il consenso elettorale della maggioranza degli italiani, insieme alla forza ed il coraggio per passare da una seconda repubblica teleplebiscitaria ad una terza repubblica che veda al centro del suo operare il lavoro ed il suo quasi anagramma valore. Purtroppo la metafora del "siamo tutti nella stessa barca", coniugata agli imperativi e necessità economiche (di cui non esisteranno versione alternative di uscita da diffondere e non esisteranno i media che la possano diffondere) verrà probabilmente di nuovo utilizzata per impedire questo tipo di cambiamento. E la prima necessità sarà soccorrere un blocco più o meno sociale ma sicuramente antistorico sotto i colpi, amplificati, della realpolitik economica. Sempre per impedire che quel 10% di italiani possa perdere il controllo sul 47% delle nostre richhezze.Chissà, forse abbiamo solo bisogno di bere fino in fondo l'amaro calice che questo governo ha contribuito a creare per noi, i nostri figli ed i nostri nipoti: passaggio obbligato di redenzione per una nazione, per riazzerare tutti i ruoli politici e vaccinarsi definitivamente.

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