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Pubblica Amministrazione
di Francesco Sarpi
10 giugno 2011
moaIl “decreto sviluppo” ha esteso la “misurazione degli oneri amministrativi” agli enti territoriali. È sicuramente una buona notizia, anche se il successo della disciplina dipenderà in gran parte dall’attuazione e dalle scelte organizzative.

Con l’approvazione del cd. “decreto sviluppo” (decreto-legge n. 70 del 2011) il governo ha introdotto, tra l’altro, una serie di misure di semplificazione. Tra queste, l’estensione agli enti territoriali della misurazione degli oneri amministrativi (MOA) e del meccanismo noto come “taglia-oneri”, dove per oneri amministrativi si intendono quei costi che le imprese sostengono per fornire informazioni alla pubblica amministrazione (documentazione relativa ad autorizzazioni, permessi, ecc.).
Già in passato ci sono stati vari tentativi di introdurre questa disposizione1, che ora, però, diventa immediatamente operativa. In concreto, si è allargato l’ambito di applicazione di strumenti già utilizzati a livello centrale, dove la MOA è stata avviata sin dal 20072 e, a differenza del destino generalmente riservato alle politiche di better regulation, è ormai un’attività consolidata. In estrema sintesi, la metodologia seguita (identica, almeno nei suoi elementi fondamentali, a quella adottata da quasi tutti i paesi europei e dalla stessa Commissione europea) consiste nella stima dei costi che le imprese sostengono per ogni adempimento amministrativo, attraverso il ricorso ad indagini presso le imprese (curate dall’Istat) ed alla consultazione di professionisti ed esperti di settore. I costi considerati sono sia quelli del personale impiegato dall’impresa nelle attività amministrative, sia quelli sostenuti per rivolgersi a tecnici e consulenti.
Ma l’estensione del taglia-oneri ad altri regolatori è necessaria e, soprattutto, può davvero essere utile?
Ci sono due modi, non alternativi, per provare a rispondere: verificare se la misurazione sinora ha prodotto effetti positivi e qual è stata la reazione delle associazioni imprenditoriali rispetto alla MOA, assumendo che anche questo sia un indice della sua efficacia.
Sotto il primo profilo, in circa quattro anni sono stati misurati3 gli oneri in materia di privacy, lavoro e previdenza, prevenzione incendi, paesaggio e beni culturali,  sicurezza sul lavoro, ambiente  e fisco. Il costo totale annuo per le PMI stimato sinora è di 23 miliardi. Tenuto conto delle norme misurate, si tratta di una cifra di gran lunga maggiore rispetto a quelle rilevate in altri paesi europei.
In media, dunque, sono state realizzate circa due misurazioni all’anno, con tempi significativamente  maggiori rispetto a quelli registrati in altri paesi; l’intervallo tra misurazione e riduzione è certamente elevato. Queste criticità sono probabilmente dovute non solo alle scarse risorse destinate in Italia alla MOA ed all’attenzione posta nel corso della misurazione, ma anche alle difficoltà derivanti dalla negoziazione, spesso lunga, necessaria per definire gli interventi di semplificazione (a fine 2010 erano state semplificate norme in tema di lavoro e previdenza, paesaggio e beni culturali, prevenzione incendi, da cui dovrebbe discendere, a regime, un risparmio annuo stimato in 5,5 miliardi di euro). L’impegno assunto dal Dipartimento della funzione pubblica4 è di accelerare ulteriormente le attività in corso, misurando altre 8 aree di regolazione entro l’anno prossimo.
Tuttavia, al di là dei numeri, la cosa più interessante è la nuova prospettiva con cui, grazie alla MOA, si stanno definendo gli interventi di semplificazione. Avere a disposizione stime, per quanto approssimative, dei costi di ogni singola attività che un’impresa deve svolgere per rispettare gli adempimenti in vigore aiuta a focalizzare l’attenzione sui grossi “colli di bottiglia” della regolazione e ad evitare battaglie di principio non ancorate all’evidenza empirica. Le tanto attese semplificazioni in materia di privacy e appalti inserite nel “decreto sviluppo” (che valgono oltre 900 milioni di euro all’anno) e, ancora di più, i regolamenti di semplificazione in materia di ambiente e prevenzione incendi (che dovrebbero produrre un ulteriore risparmio stimato in circa 1,5 miliardi di euro)5 sono proprio il risultato di questo nuovo approccio. In particolare, l’adozione di un criterio di proporzionalità, in base al quale gli adempimenti devono essere graduati a seconda della dimensione dell’impresa, dell’attività svolta o del rischio atteso, è assolutamente innovativa per la regolazione italiana ed è il frutto dell’esperienza maturata con la MOA. La misurazione, infatti, ha dimostrato chiaramente che molti costi burocratici sono gli stessi per un’impresa molto piccola (o poco rischiosa) ed una di dimensioni maggiori (o che svolge attività potenzialmente più rischiose per la salute o l’ambiente).
Quanto al secondo profilo, la collaborazione delle associazioni imprenditoriali nel corso della MOA è stata finora costante ed il livello di condivisione mostrato molto elevato, come più volte ribadito dai loro rappresentanti6. Al tempo stesso, le associazioni hanno ripetutamente lamentato due criticità: la lentezza del processo e la parzialità della misurazione nazionale, considerato che molti oneri derivano dalla disciplina regionale e dalle disposizioni degli enti locali.
Non possiamo, dunque, che aspettarci effetti positivi dall’estensione del taglia-oneri?
Molto dipenderà dalle scelte organizzative, dai tempi e dalla percezione dei risultati man mano ottenuti.
Il decreto sviluppo prevede che presso la  Conferenza  unificata sia istituito un Comitato  paritetico di dodici membri che dovrà coordinare le metodologie utilizzate. È evidente che questo organo dovrà definire la strategia da seguire, ma le attività operative non potranno che essere affidate a tecnici provenienti dai diversi livelli di governo. Il coordinamento non solo di tali attività, ma anche degli obiettivi dei vari attori sarà certamente un aspetto critico per il successo dell’iniziativa. È per questo che occorrerà partire con il piede giusto, misurando adempimenti di comune interesse (dunque, riconducibili a materie di competenza concorrente), imponendo tempi certi e garantendo massima trasparenza.
Non è detto che tutte le amministrazioni debbano necessariamente avere sin dall’inizio lo stesso passo. Risultati riferiti anche solo ad alcune regioni o enti locali, ma raggiunti in tempi ragionevoli e concretamente traducibili in interventi di semplificazione, avrebbero comunque una valenza positiva e potrebbero incentivare altre amministrazioni a partecipare all’iniziativa.

1. Il disegno di legge collegato alla finanziaria 2010 prevedeva una disposizione simile a quella ora introdotta nel decreto sviluppo. Anche il “Piano per la semplificazione amministrativa per le imprese e le famiglie 2010-2012”dello scorso ottobre prevede l’estensione del meccanismo del taglia-oneri alle regioni e agli enti locali. Si consideri, infine, che addirittura l’“Accordo tra Governo, Regioni e Autonomie locali in materia di semplificazione e miglioramento della qualità della regolamentazione”, approvato dalla Conferenza unificata a marzo 2007, prevedeva la condivisione da parte di regioni ed enti locali dell’obiettivo di riduzione del 25% degli oneri sulle imprese.
2. L’entrata a regime della MOA è avvenuta con il D.l. 25/6/2008, n. 112 (convertito con la L. 6/8/2008, n. 133) che all’art. 25 ha appunto introdotto in taglia-oneri amministrativi.
3. Cfr. Dipartimento della funzione pubblica - Ufficio per la semplificazione, La semplificazione amministrativa per le imprese, Dossier del 21/4/2011 disponibile sul sito www.innovazionepa.gov.it .
4. Dipartimento della funzione pubblica (2011), cit., pag. 25.
5. Dipartimento della funzione pubblica (2011), cit. I due regolamenti sono stati adottati lo scorso 3 marzo.
6. Cfr., da ultimo, le dichiarazioni rese a ForumPA dalle associazioni imprenditoriali che hanno partecipato alla Giornata della semplificazione.


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