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GLI EFFETTI DELLA CRISI FINANZIARIA E RECESSIVA SUI TASSI DEMOGRAFICI D'IMPRESA E-mail
Economia reale
di Giovanni Carnazza, Paolo Carnazza
10 giugno 2011
tassi democrafici impresaQuesta analisi si pone la finalità di individuare gli effetti della recente crisi finanziaria e recessiva sull'andamento dei tassi demografici d'impresa all'interno dei quattro principali paesi europei e degli Stati Uniti. E' altresì sottolineata l'opportunità di specifiche misure di politica industriale finalizzate a sostenere le "start-up" d'impresa  e le imprese nei primi anni di vita.

Nel biennio 2008-2009, la grave crisi finanziaria e recessiva ha determinato sul sistema produttivo dei principali paesi industrializzati una grave ricaduta in termini di flessione degli ordinativi, del fatturato, delle esportazioni e dell’occupazione, accompagnata da una forte restrizione nell’accesso al credito. Dalla seconda metà del 2010 sembrano delinearsi alcuni segnali di ripresa dell’area europea (in particolar modo in Germania), grazie soprattutto all’aumento delle esportazioni trainate dalla forte crescita dei paesi emergenti, anche se occorreranno alcuni anni per raggiungere i livelli di attività prima della crisi.

All’interno di questo scenario macroeconomico, il nostro lavoro ha cercato di indagare quali siano stati gli effetti della crisi finanziaria e recessiva sull’andamento dei tassi demografici d’impresa. A questo scopo, abbiamo messo a confronto i quattro principali paesi europei (Italia, Germania, Francia, Regno Unito) e gli Stati Uniti, analizzando l’evoluzione dei tassi di natalità e mortalità delle imprese nel corso del decennio appena trascorso nonché la percentuale di imprese fallite rispetto al totale delle imprese uscite dal mercato (Graf.1-5). Ciò che sembra emergere, soprattutto nei paesi dell’area anglosassone, è una forte caduta dei tassi di natalità accompagnata da un altrettanto sensibile aumento dei tassi di mortalità. In particolar modo, nel Regno Unito, il tasso di natalità è diminuito dal 13,2% nel 2007 all’11,3% nel 2009 mentre il tasso di mortalità è aumentato nello stesso periodo dal 9,2% al 10,1%. Nel contempo, gli Stati Uniti sono stati caratterizzati da una debole flessione del tasso di natalità (dal 10% nel 2005 al 9,4% nel 2009) e da un aumento del tasso di mortalità (dall’ 8,9% nel 2005 al 10,4% nel 2009). Al contrario, in Francia si è verificato (nel 2009) un forte incremento del numero di imprese nate, che appare attribuibile, almeno parzialmente, alla Loi de modernisation de l’économie (LME), introdotta nell’agosto del 2008 a sostegno della cosiddetta self-entrepreneurship. A tal proposito, secondo l’Institut national de la statistique et des études économiques, delle circa 520 mila imprese create in Francia nel 2009 almeno 320 mila sono state aziende create da auto-imprenditori. La situazione è differente in Germania, dove la riduzione relativa alla nascita di imprese sembra partire da più lontano: il tasso di natalità, pari al 17,7% nel 2004 è infatti sceso gradualmente fino a raggiungere, nel 2009, l’11,7%, individuando un trend negativo probabilmente slegato dagli effetti della recente crisi. In Italia, il divario positivo tra i tassi di nascita e di mortalità di impresa si è progressivamente ridotto, soprattutto a causa di un forte aumento del tasso di mortalità, al punto di annullarsi nel 2007 e diventare negativo nel 2008 (ultimo dato disponibile nel confronto internazionale).

Nel contempo, l’andamento delle imprese fallite (espresso in termini percentuali sul totale delle imprese uscite dal mercato) non sembra essere stato influenzato sensibilmente dalla recente crisi recessiva: solamente in Germania e negli Stati Uniti si riscontra un lieve aumento di tale percentuale tra il 2008 e il 2009. Tale percentuale rimane costante in Francia (sia pure a livelli molto più alti rispetto agli altri paesi esaminati, intorno al 35% in media negli anni duemila) mentre in Italia è diminuita, raggiungendo nel 2008 il tasso di circa il 2%1.

In sintesi, l’andamento dei tassi demografici d’impresa sembra essere stato influenzato dalla crisi recessiva solamente negli Stati Uniti e nel Regno Unito; risultati diversi sono emersi invece per gli altri tre paesi esaminati.

Al di là degli effetti di carattere congiunturale, la “crisi di impresa” sembra però avere caratterizzato gran parte dei paesi industrializzati soprattutto negli ultimi anni2.
Diventa così necessario indirizzare gli interventi di politica industriale a favore delle start-up d’impresa sia attraverso misure di semplificazione amministrativa e burocratica sia attraverso misure di agevolazione monetaria e fiscale (ad esempio, introducendo la possibilità di esenzione fiscale per i primi anni di vita). Particolare attenzione dovrebbe essere, inoltre, rivolta da parte dei policy-makers verso le giovani imprese: analizzando, infatti, i tassi di sopravvivenza relativi allo scorso decennio (sulla base dei dati forniti da Eurostat), emerge come al quinto anno di vita dalla sua nascita sopravviva solamente circa il 50% delle imprese dei principali paesi europei (quote percentuali molto più basse si riscontrano nel Regno Unito e nella Repubblica Ceca e risultano pari, rispettivamente al 43% e al 32%). Misure ad hoc dovrebbero essere quindi definite per sostenere questa tipologia di imprese, più fragile e vulnerabile rispetto alle imprese più “vecchie” che sono, invece, più radicate nel territorio e nei mercati internazionali e nazionali.

Andamento dei tassi demografici di impresa
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1. Riguardando il 2008, gli ultimi dati disponibili per l’Italia non danno ancora conto degli effetti della crisi.
2. Sia consentito il rinvio a Paolo Carnazza, La crisi del “fare impresa” Quali le cause, quali i rimedi?, Nel Merito, 4 febbraio 2011.

  Commenti (2)
Risposta a commenti di Claudio Trino
Scritto da Giovanni Carnazza Paolo Carnaz, il 28-06-2011 10:01
Gli autori desiderano ringraziare Claudio Trino per i suoi commenti al nostro lavoro condividendo con lui che l’utilizzo dei dati dei tassi di natalità e mortalità delle imprese possa prestarsi spesso a interpretazioni poco chiare. Pur consapevoli infatti che la relazione intercorrente tra tassi di natalità e mortalità di impresa e dinamica economica spesso può essere tutt’altro che diretta (un’analisi a parte merita invece il terzo indicatore, la percentuale di imprese fallite sul totale delle imprese uscenti), il nostro lavoro si è prefisso l’obiettivo di esaminare proprio tale legame. 
 
Veniamo a rispondere ad alcuni precisi commenti di Claudio Trino. 
 
1) Trino rileva che “…l’analisi dei dati è confusa: il riferimento temporale utilizzato differisce da un Paese all’altro, non consentendo un’agevole comprensione del testo”. In realtà, per tutti i Paesi esaminati, l’intervallo temporale fa riferimento al 2000-2009 ad eccezione dell’Italia il cui ultimo dato disponibile si ferma al 2008. 
2) Nell’analizzare gli effetti della crisi finanziaria sui tassi demografici di impresa, non potevamo non analizzare il loro andamento relativamente ad alcuni anni precedenti. Analizzando così l’andamento del tasso di mortalità negli Stati Uniti, è evidente il suo incremento a partire dal 2005 ma è, altrettanto, evidente che nel 2008 tale incremento è stato caratterizzato da un tasso di crescita del 7,4% rispetto al 2007 e che nel 2009 il tasso di mortalità è cresciuto rispetto al 2007 del 10,6%. Questo per sottolineare che dallo scoppio della crisi nei primi mesi del 2008 il tasso di mortalità delle imprese statunitensi ha subito una decisa accelerazione: nel 2006 e nel 2007 questo tasso era cresciuto infatti a ritmi inferiori (rispettivamente del 2,2% e del 3,3%). La stessa dinamica potrebbe essere descritta per il tasso di natalità: nel 2006 e nel 2007, tale tasso rimane pressoché invariato nel 2008 esso subisce una decisa flessione (-3%) confermata poi anche nel 2009 (-2,1%). D’altra parte, l’impatto della crisi finanziaria sul sistema demografico d’impresa degli Stati Uniti può essere dedotto anche dal terzo indicatore da noi analizzato, ossia la percentuale di imprese fallite sul totale delle imprese uscenti: se, da una parte, tale indicatore è caratterizzato da una radicale flessione tra il 2005 ed il 2006, è anche vero che da questo anno in poi esso sperimenta un incremento confermato dalla crisi (rispetto al 2007, nel 2009 esso è aumentato di circa il 22%).  
3) Analizzando la dinamica nel Regno Unito, da una parte, non solo la forbice tra il tasso di nascita e di mortalità delle imprese si assottiglia notevolmente nel 2009 (in quest’ultimo anno il tasso netto di natalità è del 1,2%) ma anche la percentuale di imprese fallite sul totale delle imprese uscenti sembra disegnare una dinamica che non può essere del tutto slegata dallo scoppio della crisi finanziaria. Riguardo a quest’ultimo punto, è vero, come osserva Trino, che “nel 2009 si osserva una flessione della percentuale di fallite” ma è anche pur vero che tra il 2007 ed il 2008 tale indicatore è aumentato del 43% e che nel 2009, rispetto al 2007, esso ha comunque sperimentato un incremento tutt’altro che trascurabile (12%).  
4) Sempre riguardo all’economia inglese, Trino afferma che “…sembrerebbe quindi riscontrabile un consolidamento del tessuto produttivo”. Ci chiediamo su quali dati (come del resto riconosciuto dallo stesso Trino) sia possibile questa affermazione. 
5) Infine, le indicazioni di politica industriale. Riconosciamo di essere stati generici. Il messaggio che volevamo lanciare nel nostro lavoro era semplicemente quello di sottolineare l’importanza della fase di start-up di un’impresa e dei suoi primi anni di vita (questo ultimo aspetto è emerso dalla nostra analisi dove si segnala la presenza di un basso tasso di sopravvivenza al quinto anno di vita).
Scritto da Claudio Trino, il 14-06-2011 14:55
L’articolo dei Carnazza intende aggiungere un tassello informativo alle più tradizionali analisi sugli effetti della crisi internazionale. Non è tuttavia chiaro il nesso tra i tassi demografici d’impresa e le conclusioni del contributo: i suggerimenti di policy sono slegati dall’analisi e, in quanto generici, potrebbero essere validi a prescindere. L’analisi dei dati è confusa: il riferimento temporale utilizzato differisce da un Paese all’altro, non consentendo un’agevole comprensione del testo. Spesso si commentano dinamiche che precedono la crisi, il cui avvio è come noto databile nei primi mesi del 2008. A titolo esemplificativo: l’incremento del tasso di mortalità statunitense è difficilmente attribuibile alla crisi, dato che la tendenza è in atto almeno dal 2005. Analogamente si associano le dinamiche di Regno Unito e Usa, che però appaiono difformi: nel primo caso l’effetto della crisi sulla mortalità sarebbe positivo fino al 2008 per poi invertirsi di segno nel 2009; negli Usa la relazione resta diretta in entrambi gli anni. Ancora: si può davvero commentare negativamente la dinamica del Regno Unito? Nel 2009 aumenta la mortalità ma si osserva una flessione sia della natalità che della percentuale di fallite. Sembrerebbe quindi riscontrabile un consolidamento del tessuto produttivo, anche se il dato in sé non consente giudizi attendibili. Senza entrare ulteriormente nel dettaglio dell’analisi, si rileva come l’utilizzo dei dati di natimortalità si prestino spesso a interpretazioni poco chiare, non avendo per loro natura una connotazione chiara (a meno di essere coniugati con ulteriori informazioni, per esempio su occupazione e produzione). In ultimo, ammesso che sia condivisibile il punto di partenza dei suggerimenti di policy (si fa presente che la maggiore debolezza delle imprese giovani è endemica e non dipende dal presunto minor radicamento nei mercati nazionali e internazionali), buona parte delle indicazioni andrebbero estese all’intero tessuto produttivo. Eventuali misure specifiche sulle start up dovrebbero essere mirate a controbilanciare il rischio di selezione avversa che penalizza i progetti più rischiosi e innovativi nei rapporti con il sistema creditizio.

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