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SI PUÒ FARE? LA CAMPAGNA ELETTORALE E IL RESTO DEL MONDO E-mail
Internazionali
di Roberto Tamborini

mercati internazionaliIn ogni campagna elettorale italiana arriva il momento in cui qualcuno si lamenta di quanto provinciale sia il dibattito. I grandi temi nobili di cui solitamente si lamenta l'ignoranza sono quelli della politica internazionale. Anche dell'economia internazionale si potrebbe dire altrettanto. Con un'attenuante e un'aggravante allo stesso tempo. L'attenuante è che l'economia internazionale è ingovernabile da parte di un piccolo paese come l'Italia. L'aggravante è che una buona parte, se non tutti, i grandi temi economici della campagna elettorale sono pesantemente condizionati dall'economia globale. Qualche idea in più non guasterebbe, soprattutto a sinistra.


Pochi giorni fa il Fondo Monetario Internazionale ha richiesto che governi e banche centrali intrevengano più incisivamente per salvare banche, imprese e famiglie dagli effetti della crisi finanziaria. Dopo il tumultuoso fin de siècle, il mondo intorno a noi si è rimesso ad interrogarsi sulle grandi questioni dell'economia globale. Cosa funziona e cosa no. Chi ci guadagna e chi ci perde. Come governi e istituzioni possono evitare gli eccessi della finanza e regolare i mercati. Come possono garantire più equità distributiva, offrire assicurazioni efficaci contro i rischi globali. D'altra parte nei paesi che partecipano all'economia globale lo spazio di azione per il governo nazionale dell'economia è sempre più ristretto. Queste domande sono fuoriuscite dai circoli critici e no-global, e risuonano nelle cancellerie e nei vertici delle istituzioni che contano davvero. Nella nostra campagna elettorale c'è poca traccia di queste grandi questioni, che conducono ad un ripensamento del ruolo della politica economica nell'economia di mercato.

 

Bisogna dare atto a Giulio Tremonti di avere colto al volo questi drammatici segni dei tempi, e di averli sbattuti sul tavolo del dibattito elettorale con la sua rinomata spregiudicatezza ed efficacia politico-propagandistica. L'impotenza della politica economica nazionale è un male particolarmente acuto per chi, come la destra populista italiana, ne ha una visione Westfaliana, "assoluta" nel senso etimologico di priva di vincoli, controlli, condizionamenti, in presa diretta con la e per la "volontà popolare". Da questa consapevolezza vengono le inconsuete cautele nelle promesse elettorali del Pdl e la sua voglia di grande coalizione. Così come nasce lo stato di grave "spaesamento" (anche qui in senso letterale) della sinistra statalista, che tanto è costato al governo Prodi prima, e al disegno del proprio destino politico ora. Per la cronaca, la stampa ha riferito che Bertinotti avrebbe gradito l'anti-globalismo nazionalpopolare di Tremonti, trovandolo più a sinistra del riformismo globalista di Veltroni. Sta di fatto che la destra populista, per fiuto, e la sinistra massimalista, di default, intercettano, interpretano, rappresentano l'aumento delle paure e il calo del consenso per il mercatismo, il globalismo, l'europeismo, ecc., ecc. I vertici politici ed intellettuali del Pd non sembrano aver colto la portata di questi sentimenti e degli sconvolgimenti sottostanti. Seppur non ci piacciono i pulpiti da cui vengono le prediche, e ci allarmano le loro proposte di redenzione, il problema esiste ed è serio.

 

1. Prendiamo forse l'unico dei temi in cima all'agenda politica dei due schieramenti che s'intreccia espressamente con la (crisi della) globalizzazione: i bassi salari. La compressione dei salari reali delle mansioni medio-basse, sia nel settore manifatturiero che dei servizi, è un fenomeno ben documentato in tutti i paesi industrializzati (occorreva aspettare che lo certificasse la Banca d'Italia?). Una causa ampiamente diagnosticata è la concorrenza dei paesi emergenti nei settori a medio-bassa tecnologia sui mercati globali. In Italia si aggiungono problemi seri di obsolescenza e rigidità di settori industriali. Molti strumenti della politica economica tradizionale sono diventati a loro volta obsoleti, impraticabili o iniqui. E' sorprendente quanto circolino ancora nella nostra campagna elettorale e quanto siano redditizi elettoralmente.


Svalutazione del cambio.
Prima di tutto l'idea che la BCE in questa fase possa adottare una politica di svalutazione competitiva è velleitaria. E non perché a questa politica essa sia contraria ideologicamente, ma perché non è attuabile. Come ha detto un osservatore, il problema non è l'euro forte, ma il dollaro debole. Il destino del dollaro è segnato dai problemi strutturali dell'economia americana, e non c'è modo per alcuna banca centrale al mondo di contrastare l'azione congiunta dei mercati valutari. Secondo, la svalutazione (se anche fosse possibile) non sarebbe una soluzione duratura per i problemi della nostra economia. Ai nostalgici dell'uso politico del tasso di cambio, magari in nome del potere d'acquisto dei salari, va ricordato che, fatto 100 il valore della lira nel 1960, la nostra moneta valeva 30 nel suo ultimo anno di vita. Non è bastato? Naturalmente no, perché una medicina sbagliata non è mai sufficiente a curare il male.


Protezionismo e italianità. L'argomento che tutti sono liberisti a parole e nazional-protezionisti nei fatti è fondato. Il punto è che così come il liberoscambismo non è una ricetta buona sempre e dovunque, non lo è nemmeno il protezionismo. Un po' di protezionismo può andar bene per l'industria nascente, quasi mai per l'industria morente. Proteggere imprese e settori industriali fuori mercato è un vantaggio solo per chi le possiede e ci lavora, un danno per tutti gli altri, per esempio perché pagano i prodotti un prezzo troppo elevato, e quindi perdono anziché guadagnare in potere d'acquisto. E' sorprendente quanto sia difficile far capire all'opinione pubblica che, nel nostro paese, la difesa dell'italianità è quasi sempre stata una spoliazione ai danni della collettività, organizzata da cordate di imprenditori e politici, con sindacalisti e lavoratori ostaggi consenzienti e plaudenti. Come ebbe a dire Tony Blair della Gran Bretagna (dicasi Gran Bretagna): siamo un piccolo paese che conta per il 2% della popolazione mondiale; è improbabile che i manager migliori siano tutti nati qui. Un paese che deve combattere sui mercati di sbocco di tutto il mondo, ma non lascia entrare le migliori risorse umane e materiali dal resto del mondo subisce solo i costi e rinuncia ai benefici della globalizzazione.


Flessibilità. La flessibilità (del mercato del lavoro) è stato il campo di battaglia della globalizzazione entro i nostri confini. Apparentemente si è trattato dell'unica politica moderna e liberista portata avanti dalla destra in contrasto alle rigidità difese dalla sinistra. Ma la flessibilità è un concetto piuttosto vago che può essere declinato in tanti modi. Uno è quello di utilizzarla e governarla allo scopo di favorire i processi di ristrutturazione industriale e recupero di competitività. Un altro è quello di usarla come un succedaneo di quei processi, cioè mantenere lo status quo industriale e imprenditoriale scaricando costi e rischi della competizione globale sul solo lavoro. Si chiama race to the bottom (rincorsa verso il basso). Sbagliato opporsi ideologicamente alla legge Biagi, resta il fatto che è stata largamente utilizzata nel secondo modo anziché nel primo. Ha inibito, anziché favorire, la vera modernizzazione della piccola impresa italiana.

Lassismo fiscale.  E' il mix di spesa facile ed elusione/evasione che si è instaurato in Italia dall'inizio degli anni '80, quando funzionò da lubrificante e dopante delle ristrutturazione industriale, dal grande al piccolo, dell'epoca. Come tutte le sostanze dopanti ha creato assuefazione, nonché accanito attaccamento a chi lo distribuisce. Naturalmente l'abbassamento della pressione fiscale è un problema serio, anche questo esacerbato dalla competizione globale, che richiede di detassare il più possibile i fattori produttivi. Ma qui vale lo stesso ragionamento della flessibilità: c'è un modo sbagliato di abbassare la pressione fiscale, cioè come puro e semplice sconto per tenere in vita purchessia nanostrutture produttive incapaci di produrre valore aggiunto in maniera sufficiente a pagare buoni salari nonché i beni pubblici che consumano (formazione, infrastrutture, territorio, ambiente).


2. Rimanendo al tema dei bassi salari, come ha da tempo suggerito il Nobel per l'economia E. Phelps si possono concepire interventi pubblici di salvaguardia degli standard di vita attraverso forme di sussidio del fattore lavoro. Phelps ha in mente un "cuneo fiscale negativo", per usare il gergo italiano, cioè una parte del salario a carico dello stato. Il che non è la stessa cosa del salario minimo garantito per i precari proposto dal Pd, né il sempreverde taglio delle tasse proposto dal Pdl. Comunque sia, andando in questa direzione, si apre un nuovo, complesso, e costoso, fronte fiscale, che si aggiunge a quelli delle articolazioni storiche del welfare state.

 

L'Italia più di ogni altra paese sa, o dovrebbe sapere, che nell'età globale l'autonomia della politica fiscale nazionale, in particolare nella sua forma più amata - il deficit spending - si è molto ridotta. La destra populista identifica il problema col Patto di Stabilità e Crescita che detta le regole e i vincoli della politica fiscale per i paesi dell'euro, a cui è apertamente allergica e che getta in pasto al proprio elettorato come capro espiatorio della propria impotenza. La sinistra riformista è ansiosa di fare bene i compiti a casa (come amano esprimersi a Bruxelles), e stenta a riconoscere i limiti, se non i veri e propri errori tecnici e istituzionali del PSC. Tuttavia occorre liberare il campo da un grosso equivoco. Le scelte fiscali dei governi vengono giudicate giorno per giorno dai mercati finanziari e non più solo ogni cinque anni dagli elettori. Dal punto di vista delle istituzioni democratiche si tratta di uno scenario inquietante. Dal punto di vista della finanza globale c'è un argomento roccioso: se un governo vuole indebitarsi, i soldi non ce li mettono più solo i suoi elettori. E chi ci mette i soldi decide. Ne sanno qualcosa persino gli Stati Uniti, un paese storicamente ignaro dei vincoli esterni alle proprie politiche, ora che la montagna del proprio debito pubblico (e privato) è in mano alla banca centrale cinese e ai fondi sovrani dei paesi arabi.

 

3. Teorie e storie di successo sono concordi, per affrontare la globalizzazione si rendono necessari a) una profonda e pervasiva ristrutturazione industriale verso i settori ad alta produttività, b) un cambiamento incisivo nelle forme di governo (leggi anche relazioni sindacali e forme contrattuali), di controllo e di contendibilità delle imprese, c) un deciso innalzamento del capitale umano a tutti i livelli, dall'operaio al manager al proprietario, d) l'apertura alle risorse umane e finanziarie internazionali, e) un sistema fiscale orientato alla crescita e alla protezione universale dai rischi. Il Pd può rivendicare di avere questi punti in programma. Questi cambiamenti, però, sono lunghi e socialmente costosi; occorrono idee e risposte politico-economiche forti e non genericamente rassicuranti. Una, seppur non nuova, è quella del "partito del lavoro" che va dall'operaio all'imprenditore. Se ne dovrebbe parlare di più e meglio. Può funzionare a condizione che produca un patto tra capitale e lavoro basato sul riconoscimento dei comuni interessi, come pure di chiare e distinte assunzioni di responsabilità e impegni per attuare i cambiamenti profondi che sono necessari da entrambe le parti, superando la logica della pura rappresentenza difensiva dei propri interessi che è stata la vera palla al piede dell'economia e della società della Seconda Repubblica.

 

Roberto Tamborini

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