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PROGRAMMA NAZIONALE DI RIFORMA: TORNA L’ASSUEFAZIONE AL DECLINO? E-mail
Economia reale
di Michele Grillo
06 maggio 2011
programma riformeIl Programma Nazionale di Riforma – che accompagna il Documento di Economia e Finanza 2011 con l’obiettivo di conciliare riequilibrio dei conti pubblici e riforme strutturali – è stato accolto con scetticismo. Gianfranco Viesti (nelMerito del 22 aprile scorso) ne ha evidenziato gli obiettivi poco ambiziosi.

Ma anche gli strumenti sono apparsi inadeguati, perfino a quegli obiettivi. Se la parola d’ordine oggi in Occidente è la crescita (“Crescere, dannazione, crescere!”, intitolava l’Economist alcuni mesi fa), ciò che è difficile trovare nel Documento è proprio un progetto sistematico di stimolo per la crescita, analiticamente fondato rispetto ai problemi dell’economia italiana.
Per la maggior parte dei Paesi occidentali, crescere è necessario soprattutto per ristabilire  l’equilibrio macroeconomico dopo la crisi finanziaria e reale, aggiustando i rapporti tra deficit e debito pubblico su PIL dal lato del denominatore. La vicenda italiana è però singolare per due aspetti. Il rapporto debito/PIL è elevato da oltre venti anni, mentre il suo andamento recente, pur deteriorato dagli effetti congiunturali della crisi, non è stato gravato dagli effetti strutturali (i salvataggi bancari). Al contempo, il tasso di crescita è basso in un quadro peculiare: il sistema economico italiano è tra i più aperti agli scambi internazionali (quote di esportazioni e di importazioni superiori al 25% del PIL sono tra le più alte per Paesi di dimensioni analoghe) ma l’equilibrio della bilancia commerciale si realizza solo con tassi di crescita molto bassi. E’ il fenomeno che, quando cominciò a delinearsi alla fine degli anni Novanta, fece parlare per l’Italia di “declino”: per uno dei Paesi più ricchi e aperti al mondo, la globalizzazione sembra comportare una condanna alla stagnazione.

Pur mai nominato, il “declino” torna ad aleggiare sul Programma Nazionale di Riforma. Il Programma si innesta su uno scenario macroeconomico di base che prevede tassi di crescita del PIL inferiori all’1,5% nei prossimi quattro anni, con saldi negativi delle partite correnti mai inferiori al 3% del PIL. Con un eufemismo, il documento annota che “la domanda estera netta fornirebbe un contributo nullo alla crescita del PIL nell’arco previsivo”. Lo scenario di base prevede poi un contributo limitato dei consumi, non solo, naturalmente, pubblici, ma anche privati; per cui la sola voce a “trainare” il PIL sarebbero gli investimenti. Ma se l’aumento nel 2010 (+2,5%) sconta la più ampia oscillazione ciclica di questa componente (ridottasi del 12% nel 2009), non è chiaro su cosa si fondi l’attesa di un aumento medio del 3,8% per i prossimi quattro anni - soprattutto quando la quota di investimenti pubblici sul PIL cade dal 3,1% nel 2011 al 2,6% nel 2014.

A partire da questo scenario di base, il Programma Nazionale di Riforma mira ad aumentare la crescita del PIL dello 0,4% all’anno fino al 2014, con un effetto di propagazione dello 0,2%-0,3% fino al 2020. Anche in questo caso la componente più dinamica sarebbero gli investimenti, ma con effetti dilazionati nel tempo (+0,7% nel triennio 2018-2020), di modo che risulta poco chiaro che cosa si muoverebbe nel breve e medio periodo. La domanda estera non entra direttamente in gioco, anche se si rinvia ai benefici di un aumento di produttività derivante dagli investimenti previsti nel Piano Infrastrutture (non c’è niente di nuovo, sono fondi stanziati già in ampia parte nel 2009).

Quando si cerca di cogliere, in una visione di insieme, su quali effetti, e di quali riforme, fa leva il Programma, si trova che gli interventi di maggiore impatto (circa l’80% del totale) sono intitolati a “Lavoro e pensioni” e a “Mercato dei prodotti, concorrenza ed efficienza amministrativa”. Il resto, un esiguo 20%, è affidato per due terzi a “Innovazione e capitale umano” – che pure è il mantra di questi anni! – e per un terzo al “Sostegno alle imprese”.

Per cogliere l’impatto delle riforme del lavoro, occorre andare in nota e leggervi che esso consiste in “uno shock di riduzione del mark-up salariale … [per ridurre] … il potere contrattuale dei lavoratori nel fissare un salario superiore alla produttività” e in “uno shock positivo alla produttività del lavoro”. Quella sulla relazione tra salario e produttività è un’analisi che nelMerito difficilmente può condividere, visto che fa da tempo un proprio cavallo di battaglia della tesi che la stagnazione nasce da un problema di produttività che spesso è stato aggravato dai bassi salari. E quanto allo shock di produttività, esso cade dal cielo come manna, anche in nota.

Diverso è il punto sulle pensioni. Le riforme che sono state avviate vanno nella giusta direzione di adeguare i requisiti anagrafici all’aumentata speranza di vita; ma allo stato l’impatto atteso è esiguo e troppo dilazionato nel tempo. Nella migliore delle ipotesi, non aumenterà il costo “sociale” (pubblico e privato) della previdenza; ma ciò non basterà a mettere in moto un reale shock di offerta, per il quale sarebbero necessarie sia una significativa riduzione del cuneo tra costo del lavoro e redditi (correnti) di lavoro, sia politiche attive di flessibilità intergenerazionale del lavoro, che aiutino a recuperare in modo efficiente risorse lavorative oggi espulse troppo presto dal mondo della produzione.

Il secondo gruppo di interventi mette assieme cose diverse. L’efficienza amministrativa è un buon proposito. Ma suggerisce il commento che, alla fine, si tratta del precipuo compito del potere esecutivo; per non dire anche di un “in arto et inglorius labor”, che invece da tempo appare opaco a governi che gli preferiscono lo splendore di un esercizio, surrogato e debordante, di potere legislativo. Si rimane allora un po’ scettici che i decreti promessi a maggio come prima attuazione del Programma riusciranno a segnare un’inversione di tendenza.

Invece, sulla promozione di concorrenza e mercato, si vorrebbe chiedere, e a voce alta, minore ipocrisia. Il documento chiama in causa perfino la protezione dei consumatori che, certo, può aiutare il mercato, ma solo a condizione che la concorrenza sia davvero promossa. Invece l’Autorità antitrust italiana resta placidamente inascoltata quando fa advocacy per la concorrenza (le relazioni predisposte ai fini della legge annuale sulla concorrenza continuano ad attendere riscontro parlamentare) oppure vincolata a superiori “interessi generali” quando deve applicare (vicenda Alitalia) le norme del diritto antitrust. Analogamente, quanto all’apertura “dei mercati dei servizi, del gas e dell’energia elettrica”, il rinvio all’Europa è una foglia di fico. Il Rapporto Monti ha ragione quando scrive che il Mercato unico è oggi più che mai necessario; ma altrettanta ragione quando rileva, allo stesso tempo, la sua diffusa impopolarità e l’arduo lavoro politico richiesto oggi ai suoi fautori per la sua attuazione. A non voler richiamare la sorte del progetto Bolkenstein sul mercato unico dei servizi, resta che lo stesso Terzo Pacchetto è il tentativo eroico della Commissione di minimizzare le conseguenze del fallimento politico del mercato unico europeo dell’energia. Per cui, se oggi in Italia si vuole credibilmente ragionare su mercato e concorrenza per sostenere la crescita, bisognerebbe annunciare esplicitamente che si intende andare ben al di là dei paletti minimi che la Commissione è riuscita fare accettare in questi anni ai Governi nazionali.

E sarebbe ben fatto; perché, quanto l’economia italiana abbia reale bisogno di una iniezione di concorrenza, lo dice lo stesso scenario macroeconomico di base del Programma Nazionale di Riforma, quando candidamente disvela il vincolo alla crescita che grava sul saldo delle partire correnti di uno dei Paesi più ricchi e più aperti del mondo. Quando la prospettiva del “declino” fu inizialmente paventata, si sostenne da più parti che la risposta dovesse essere cercata innanzi tutto nel superamento del dualismo tra un’industria manifatturiera, che pure si muove con successo nei mercati internazionali competitivi, e il corposo resto di un’economia protetta che allarga costantemente le proprie rendite, invece di sostenere la prima come “retrovia” efficiente. Altri però, inclusa la stessa Confindustria, preferirono esorcizzare il “declino” e mostrare quanta parte dell’industria esportatrice, pur rimanendo in settori tradizionali, non perdesse competitività, anzi la accrescesse spostando la propria offerta su prodotti di qualità più elevata. Si valorizzarono meritevoli esperienze individuali, ma al costo di trascurare gli aspetti di sistema, molto meno lusinghieri.

Evidenze di questi aspetti di sistema trapelano però oggi dallo stesso Programma Nazionale di Riforma; come quando si confronta la competitività all’export italiana con quella tedesca e se ne riconduce la principale differenza alla minore dimensione delle imprese italiane. Ma forse non è tanto, come sostiene il Programma, un problema di dimensioni delle imprese manifatturiere esportatrici - per le quali sarebbe ragionevole attendersi, almeno in  principio, che operando in contesti competitivi siano alla fine stimolate a collocarsi su dimensioni efficienti. C’è invece certamente in Italia un problema di dimensioni inefficienti di impresa quando si guarda alla maggior parte dei settori dei servizi alle imprese che restano in ampia misura protetti, come per esempio i trasporti e tutta l’area della logistica (per la quale lo stesso Programma Nazionale di Riforma stima in 40 miliardi di euro all’anno le perdite dovute alla inefficienza complessiva del settore). Perché anche in questo caso, come avviene tipicamente in molta parte della struttura produttiva italiana, l’assenza di concorrenza e mercato non si risolve nel monopolio, ma in una pletora di imprese che riescono a sopravvivere, piccole e inefficienti, soltanto grazie a rendite di protezione e sussidi pubblici.
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