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IL RIFORMISMO PER L’ITALIA DI OGGI E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
06 maggio 2011
riformismoNei giorni scorsi i Circoli Dossetti di Milano, nel quadro del loro annuale corso di formazione alla politica, hanno presentato il libro di Enrico Morando “Riformisti e comunisti?” uscito lo scorso anno per i tipi di Donzelli, libro che ricostruisce in modo sintetico e nello stesso tempo succoso la vicenda di quella componente storica del PCI che si soleva chiamare di volta in volta “destra “ o “migliorista” e che solo nel corso del dibattito aperto da Achille Occhetto nel novembre 1989 sul cambiamento di nome del più grande partito comunista d’Occidente si costituì in corrente vera e propria assumendo il nome di Area riformista.

Se il padre nobile storico di questa componente era stato Giorgio Amendola, la figura più politicamente rappresentativa dopo la morte del carismatico leader partenopeo era stato il suo conterraneo ed allievo Giorgio Napolitano, ora per fortuna di tutti noi Presidente della Repubblica, e con lui figure storiche della vicenda del PCI come Gerardo Chiaromonte, Paolo Bufalini ed Emanuele Macaluso insieme a giovani fra cui lo stesso Morando (presente al dibattito), Umberto Ranieri ed Umberto Minopoli.

Sorvolando sulle questioni di carattere storico, in un contesto che comunque è delineato con attenta raccolta bibliografica, è importante notare lo spaccato che Morando disegna degli ultimi anni del PCI come di un partito che l’improvvisa morte di Enrico Berlinguer aveva lasciato privo di una leadership carismatica e nello stesso tempo privo di una linea politica, essendo la prospettiva dell’alternativa fortemente indeterminata e il pur importante dato della questione morale di per sé insufficiente come elemento di elaborazione di tale linea. Nello stesso tempo tali incertezze, che segnarono tutto il periodo della reggenza di Alessandro Natta,  furono anche il veicolo per l’affermarsi all’interno del partito di una dialettica e di una prassi che di fatto segnavano il superamento del tradizionale modello del centralismo democratico. Il dibattito preparatorio del XVII Congresso nazionale che si svolse a Firenze nel 1986, lo rileva Morando stesso, fu caratterizzato da un ampio dibattito alla base e in Comitato centrale per la formazione delle tesi congressuali fra cui emerse quella che qualificava il PCI come “parte integrante della sinistra europea”, coronando, almeno in apparenza, le speranze dei riformisti di un prossimo approdo nelle fila dell'Internazionale socialista e del PSE che sarebbe arrivato solo alcuni anni più tardi e dopo numerose circonlocuzioni dovute alla ecletticità politica di Occhetto, ecletticità che spesso confinava con la confusione intellettuale ed il tatticismo politico.

Il merito storico del riformismo comunista è incontestabile, e se rimane un danno per la vicenda politica del nostro Paese il fatto che per quasi cinquant'anni la sinistra , contrariamente al resto d' Europa, sia stata monopolizzata da una forza di matrice comunista e non socialdemocratica, è altrettanto vero che fu grazie a questa componente e alla sua capacità tattica di allearsi con il “centro” del partito volta a volta incarnato da Togliatti, Longo e Berlinguer, se il PCI non si ridusse mai a quel destino di minoranza settaria ed ininfluente in cui soccombettero tutti gli altri partiti comunisti europei, compreso quello francese a suo tempo tanto più rilevante del partito fratello italiano. Inoltre, alla componente riformista vanno generalmente ascritte le buone prove di governo locale riscontratesi nella lunga vicenda di un riformismo municipale e regionale che non si volle mai confessare tale e pretendeva riscattare nella prassi ciò che non poteva affermare nella dottrina.

In pari tempo, e facendo sconto di alcune situazioni specie di marca milanese che Morando ammette anche se reputa marginali, le quali  spesso dimostravano di accettare come e più degli altri le prassi di governo che condussero a Tangentopoli (e non è un caso che molti esponenti di tali tendenze siano poi finiti ad ingrossare le fila berlusconiane), non si possono negare alcuni elementi negativi che sul piano storico si traducevano in un'esclusività di interlocuzione con il PSI craxiano, ignorando sistematicamente la possibilità di una presenza nel percorso dell'alternativa di una componente cattolico democratica estranea all'esperienza democristiana o affrancatasi da essa , ma che hanno prodotto i loro danni maggiori nel venir meno dei punti di riferimento politici tradizionali.

Così, nel momento in cui il riformismo diveniva vulgata comunemente accettata se ne disperdevano le ragioni storiche , e si affermava a sinistra una cultura che Morando stesso nel dibattito ha riconosciuto essere subalterna nei confronti di quella del neocapitalismo globalizzato, soprattutto per quanto riguardava la tematica dei diritti dei lavoratori, con l'accettazione più o meno acritica del dogma della flessibilità, ossia in sostanza della  precarietà più o meno mascherata, confondendo l'accettazione dell'economia di mercato con la negazione alla radice di ogni elemento di contraddizione esistente, dimenticando, come scrive Marco Panara (non esattamente un vecchio marxista, anche se un po' di Marx di questi tempi farebbe comodo) che “tornare a riconoscere il valore sociale del lavoro è la prima missione di una classe politica che sappia davvero interpretare la novità del XXI secolo, e ricostruirne il valore economico è il progetto più moderno del quale possa dotarsi”.

Paradossalmente, tali lacune da parte della sinistra riformista non si traducono in aumento di voti della sinistra radicale, ma piuttosto nell'affermarsi di una destra pluriforme che da un lato conduce una rigorosa politica di classe a favore dei ceti più ricchi, mentre dall'altro raccoglie il consenso degli sconfitti della globalizzazione, molti dei quali ex elettori della sinistra, eccitandoli contro capri espiatori di comodo come gli immigrati, i rom o gli innominati “speculatori internazionali” su cui qualche anno fa si intratteneva dottamente Giulio Tremonti.

Probabilmente siamo giunti al contrappasso delle effimere glorie di un riformismo che si pensava vincente nella formula del New Labour di Blair ( un leader “di sinistra” che per qualche strano motivo trovava piacevole la compagnia di Bush, Berlusconi ed Aznar) , per anni additato dagli orecchianti nostrani come la Mecca del nuovo pensiero politico cui tutte le sinistre, a partire dalla nostra, avrebbero dovuto rifarsi, un mito alquanto sfiorito se è vero, come annotava nel gennaio scorso sul “Guardian” un docente di Cambridge che utilizza lo pseudonimo di “Peter Guillam” (ironicamente il nome di un personaggio di Le Carrè, una spia) che “il futuro del Labour consiste (...) nel riconoscere che l'assalto di trent'anni alle 'forze della conservazione' (cioè a coloro che si opponevano alle politiche neoliberali NdA) iniziato dalla Thatcher e proseguito così eloquentemente da Blair è stato nient'altro che un assalto agli interessi e al benessere della maggioranza della popolazione britannica”.

E questo è un monito che vale per i riformisti degni di questo nome di tutta Europa.
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