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DIBATTITO ELETTORALE: PIÙ CORAGGIO PER L’IRPEF E-mail
Fisco
di Luigi Bernardi

irpefNel dibattito elettorale e nelle proposte dei partiti il fisco è stato molto presente. Varie proposte ma ancora lontane dalla svolta auspicabile. Si vada a un’Irpef a poche aliquote ma ponderata secondo le condizioni di lavoro dei contribuenti. Dalle imposte indirette altri spazi per la riduzione del cuneo.


1. Le proposte dei partiti (Pdl e Pd) – Il Pdl sostiene la detassazione degli straordinari e il quoziente familiare mentre invece non è chiaro cosa pensi delle aliquote. Entrambi le proposte sono sbagliate. Gli straordinari, come in tutti i paesi avanzati, non vanno detassati per non disincentivare le nuova occupazione, non impoverire le entrate pensionistiche, non sottoporre i lavoratori ad un eccesso di impegno, con produttività marginale calante. Il quoziente familiare generalizzato nel concreto italiano finirebbe per agevolare le coppie di lavoratori con redditi medio-alti, riducendo ulteriormente la già scarsa progressività dell’Irpef, in contrasto con l’art. 53 della Costituzione. Il Pd vorrebbe invece la riduzione di tutta la scala delle aliquote di tre punti in tre anni. E’ un kunst felher, come direbbero i tedeschi. Il guadagno per contribuente sarebbe solo di 50 € mensili alla fine del periodo, 17 € per mese per anno. Ma il costo sarebbe enorme, pari al 13% del totale del gettito Irpef (150 Miliardi di € nel 2007 - stima nostra) ovvero a circa 25 miliardi di €, due finanziarie. Si trascura che l’Irpef è un’imposta con 35 milioni di contribuenti, per di più concentrati intorno alla moda. Il finanziamento dovrebbe venire da imprecisati tagli di spesa pubblica, che comunque nelle esperienze europee sono stati pochi, attuati nel lungo periodo, spesso punitivi delle partite socialmente meritorie e favorevoli alle rendite politiche.

 

2. Una riforma radicale: la base imponibile – Il reddito immobiliare va riformulato come segue: dominicale, cedolare secca al 20%, con obbligo di menzione in dichiarazione; agrario, come ogni reddito effettivo di impresa; abitazioni, tutte escluse dall’Irpef perché soggette ad Ici, ma con obbligo come sopra. La dichiarazione serve come termometro anti-evasione e dovrebbe essere adottata anche per tutte le rendite e plusvalenze delle persone fisiche, con aliquota al 20 %, da imporre anche allo stock in essere. I redditi da lavoro autonomo ed impresa personale sono evasi per circa il 60 % (vedi Tab. 1). L’evasione non va recuperata con i fantasmagorici quanto complicati studi di settore, utili soprattutto a chi li gestisce, un po’ meno al fisco, nonostante quanto si vuole far credere. Servono invece due semplici provvedimenti: primo la riduzione delle aliquote (vedi sotto) per cui lo Stato deve fare la prima mossa, sull’esempio famoso dell’Imposta di ricchezza mobile e Complementare ai tempi di Vanoni; secondo una minimum tax fondata su un coefficiente medio di redditività (=tasso di mercato dei bond a lungo), con inversione dell’onere della prova: i giuristi si oppongono, ma non si vede perché uno strumento applicato in mezzo mondo (Stati Uniti in testa) in Italia dovrebbe essere anticostituzionale. I redditi di lavoro dipendente e pensione (75% della base Irpef) a differenza di quanto si ritiene, richiedono una profonda revisione. In particolare i redditi da lavoro dipendente dovrebbero qualificarsi come redditi di merito o di demerito, partecipando alla base con un coefficiente ad esempio di 0,75 a 1,25 passando da merito a demerito. I pesi vanno fissati secondo due fattori: la penosità del lavoro in questione (es. 0,75 per una un’infermiera addetta ai malati terminali e 1,25 per un artista) e il grado di stabilità del posto di lavoro (es. 0,75 per un cocopro e 1,25 per un dipendente pubblico - non dirigente), con effetti di disincentivo sulla precarietà occupazionale. Ad incrementare di fatto la base andrebbero anche l’eliminazione da adottare di tutti gli oneri detraibili al 19%, ingiustificati in un paese ad offerta pubblica ampia e a costo sostanzialmente zero. In pochi casi (es. mutui immobiliari) si provvederà con un incentivo specifico (contributo ai tassi).

 

3. La struttura delle aliquote – Nel 2001 Berlusconi aveva proposto le due aliquote del 20 e 33 %, mentre ora tace, e con lui il Pd. Assecondando giustificate tendenze internazionali, quella inglese soprattutto, si può proporre una struttura ad aliquota al 25 % fino a 50.000 e del 40 % oltre. Lo scaglione lungo avrebbe effetti marginali positivi e collocherebbe gran parte dei redditi in un’aliquota non lontana da quelle Ires e delle cedolari finanziarie, contribuendo così alla neutralità del sistema e riducendo gli incentivi ad arbitraggi ed elusioni. L’accomodamento iniziale della progressività dovrebbe essere assicurato dall’esenzione dei redditi di povertà equivalente (1,0 primo componente, 0,25 gli altri), e da due aliquote di ingresso del 10 e 15 % fino a circa 15 e 20 mila €. Le attuali detrazioni decrescenti, complicate e poco trasparenti, andrebbero quindi eliminate. Detrazioni del genere vanno invece necessariamente conservate (fino ad azzerarsi per circa 40.000 €) per il coniuge non occupato e i familiari a carico, secondo opportune scale di equivalenza. Si noti che non si tratta del quotient familiel di Berlusconi: le agevolazioni sono infatti concesse solo ai redditi medio-bassi. La detrazione dovrebbe infine incorporare, secondo il modello della negative income tax, gli assegni familiari (estesi anche agli autonomi) e trasformarsi in sussidio, quando riguarda un reddito incapiente.

 

4. Chi ci guadagna, chi ci perde e chi paga? – Guadagnano sicuramente i lavoratori (dipendenti e autonomi) con redditi sotto il livello di povertà equivalente (esenti o sussidiati) e quelli con redditi medio-bassi, diciamo fino a 40.000 € e famiglie numerose. Le altre categorie dovrebbero essere sostanzialmente in pareggio, salvo gli autonomi e gli imprenditori "ricchi" che pagherebbero di più, così come anche gli agricoltori del Nord. Resta quindi un buco da coprire. La prima strada è di restituire l’Ici alla struttura originaria, senza le detrazioni attuate e promesse e, anzi, con l’aggiornamento degli estimi. La presenza dell’imposta patrimoniale immobiliare - da cui eliminare le ampie sacche di evasione ed elusione oggi esistenti e confermare le aliquote su un pivot dello 0,5% - porterebbe l’Italia al livello medio europeo di tassazione immobiliare, a cui andrebbero ricondotte anche le tasse ambientali da introdurre al più presto (road pricing e inquinamento). Infine l’aumento della tassazione dei rendimenti del capitale immobiliare, se esteso allo stock esistente, finirebbe per creare un tax handle complessivo più che sufficiente per compensare il minor gettito Irpef. Le imposte sui consumi e l’Iva in particolare (che in Italia ha il minimo europeo di produttività) non sarebbero intaccate. Restano così in panchina per il non rinviabile taglio sostanziale di contributi sociali e del costo del lavoro. Ma questa è un’altra storia, da raccontare la prossima volta.

 

Luigi Bernardi

 

 

 

Tab.1 Evasione ed erosione dell’Irpef nel 1999.

   

Redditi

Erosione (% della base imponibile)

Elusione/evasione (% della base imponibile)

Terreni

85,4

2,1

Fabbricati

36,7

33,3

Lav. dipendente e pensioni

12,9

8,5

Lav. autonomo e impresa

9,4

59,5

Da capitale

94,2

0,0

Totale

22,9

22,8

Fonte: L. Bernardi e P. Profeta (a cura di), 2004, Tax Systems and Tax Reforms in Europe, London, Routledge.

   

 

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