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DOPO LA CRISI DEL NUCLEARE, CI SARĄ PIŁ GAS NEL NOSTRO DESTINO? E-mail
Ambiente ed Energia
di Gionata Picchio, Antonio Sileo
22 aprile 2011
crisi nucleare e gasIl disastro nucleare giapponese, inevitabilmente, ha avuto un’enorme eco. Il futuro della generazione da fonte elettronucleare sarà compromesso? Forse è ancora prematuro esprimersi, ma nei paesi dove è più difficile acquisire consenso è più facile pensare a una lunga frenata. Ad avvantaggiarsene potrebbe essere il gas.

Ormai è passato oltre un mese dal devastante terremoto che ha colpito il Giappone l'11 marzo.
I fatti sono noti e forse lo sono ancor di più quelli riguardanti l’incidente occorso agli impianti nucleari di Fukushima: progressivamente, e sotto gli occhi del mondo intero, assurto al grado di disastro. Disastro che, oltre ai perniciosi effetti diretti e indiretti, ha avuto veloci ripercussioni sulla produzione di energia da fonte elettronucleare in ogni dove.
Il nucleare, specie nei Paesi dove il consenso va conquistato, avrà ancora futuro? Cosa succederà alle altre fonti? E finalmente giunta l’ora per stringenti e diffuse politiche di risparmio ed efficienza energetica?
Benché in diversi si stiano affrettando a trarre conclusioni – velocissimo il nostro Consigli dei Ministri – forse è ancora prematuro tirare le fila.
Tuttavia, e non solo a nostro avviso, tra i tanti effetti di Fukushima si è già intravista la spinta che potrebbe dare nuovo slancio al mercato del gas naturale, sostenendone i prezzi nel breve termine e rafforzandone il ruolo globale nel medio-lungo periodo.
Si sono, infatti, già verificate tensioni sui mercati spot asiatici proprio per la maggiore domanda del Giappone, costretto ad accaparrare gas, carbone e olio combustibile per la ricostruzione e per sopperire al fermo elettronucleare. E ben maggiori potranno essere gli effetti di una frenata globale dell'atomo. E tra questi vi è anche quello di rafforzare i grandi produttori a cominciare dalla Russia, per la quale il mutato contesto potrebbe rivelarsi una fortuna insperata, ma anche i grandi produttori di Gas naturale liquefatto (Gnl).
Negli ultimi tre anni, proprio il ricorso alla filiera Gnl, grazie alla flessibilità del trasporto via nave, ha contribuito non poco alla diversificazione dell’offerta e allargando, il più possibile, la rosa degli esportatori, specie in Europa dove è quasi raddoppiata l’incidenza dell’import via nave sul totale dei consumi UE, mentre crescevano capacità di rigassificazione e tassi di utilizzo dei terminali. A spingere il fenomeno è stata la maggiore disponibilità di Gnl dovuta alle nuove produzioni, soprattutto nel Golfo, e all’effetto shale gas, che ha di fatto cancellato gli USA dalla lista degli importatori. La maggior offerta di gas liquefatto, oltre a contendere spazi al tradizionale approvvigionamento via tubo, ha prodotto due conseguenze rilevanti: accrescere la liquidità e l’importanza dei mercati spot e, in ultimo, contribuire all’integrazione globale dei mercati del gas.
In generale più domanda vuol dire più potere al venditore e anche la Russia, da grande e storico produttore qual è, lo ha visto bene. Del resto, dopo due anni di conflittualità irrisolta coi suoi clienti europei sugli obblighi di ritiro dovuti alle clausole take or pay e sui prezzi del contratti di lungo periodo, Mosca è stata tra i primi a leggere i potenziali effetti sul gas della crisi in Giappone. Alcuni ricorderanno che ad appena una settimana dal sisma, il premier Putin in persona si è detto pronto a mandare in Giappone i carichi di Gnl di Gazprom destinati all'Ue. Il che, tenendo conto che di Gnl all'Europa i russi in pratica non ne vendono, si può solo leggere come un auspicio: se il Gnl degli altri (che, per l’appunto, preme al ribasso sui prezzi spot europei) andrà in Asia l'ex URSS sarà ben lieta di compensare aumentando i flussi via tubo. Gazprom respirerà meglio sui volumi venduti, per di più in una fase di prezzi in aumento, e anche i suoi clienti saranno meno pressati sugli obblighi di ritiro.
Ancor più che nell’immediato, del resto, i grandi produttori potrebbero trarre vantaggi nel medio lungo termine, in un futuro con meno atomo. Non c'è solo Mosca. Il Qatar negli ultimi anni ha fatto e fa ancora fatica a piazzare tutta la produzione dei suoi grandi e nuovissimi impianti di liquefazione. Infine un rilancio globale del gas ridarebbe di certo spinta a tutta la galassia di progetti di nuove infrastrutture e forniture, ad es. dal Nord Africa e dal Caspio - come i gasdotti Nabucco, Itgi, Tap e Galsi - che la crisi aveva messo un po’ in secondo piano.
A nostro avviso però bisogna, comunque, sempre stare attenti a non essere troppo congiunturali: è vero che la stop della produzione da fonte elettronucleare in Giappone e il fermo di diverse centrali in Germania che di fatto hanno coinciso con l’interruzione delle forniture dalla Libia peseranno sull'equilibrio tra domanda e offerta europee e mondiali di gas.
Non si tratta tuttavia al momento di valori molto elevati, pochi punti percentuali, specie se si considera che la domanda è sì in ripresa, ma ancora sotto ai livelli precrisi; è difficile poi pensare che la crisi libica, soprattutto sul piano delle forniture possa protrarsi sine die.
Se poi si guarda al medio-lungo periodo è vero che la scelta tedesca di tenere in stand by gli impianti può preludere alla chiusura definitiva di 8 GW nucleari e che di certo, nel mondo intero, la già timida rinascita nucleare globale dell'atomo accuserà un sicuro rallentamento – basta ricordarsi cosa è accaduto dopo gli incidenti di Three Mile Island e Cernobyl – ed un incremento dei costi proprio per offrire maggior sicurezza. Tuttavia, per esempio in Europa, al di là del calcolo politico, gli impianti che chiuderanno certamente saranno (solo) quelli che non supereranno gli stress test, impianti di taglia medio – piccola e già a fine vita.
Spingersi troppo in avanti negli scenari gas, in conclusione, non è cosa agevole. Quello che è certo è che il gas ha molti numeri per guadagnare terreno da un arretramento del nucleare. Diversamente da quest’ultimo emette della CO2 ma lo fa meno di altre fonti fossili. Le tecnologie di generazione elettrica da metano sono sperimentate, affidabili e godono di un discreto livello di accettabilità sociale. Infine, si tratta di una fonte ancora relativamente abbondante. In tal senso una previsione ci sentiamo di farla: la nuova congiuntura rappresenterà il banco di prova per la produzione di gas non convenzionale, che ha tempi di ritorno degli investimenti ridotti. In Europa, in particolare, potrebbe diventare l’occasione per un test definitivo sulle prospettive di questa tecnologia, che ha impatti ambientali non trascurabili, specie per le nostre legislazioni. Un potenziale anche maggiore di riserve non convenzionali potrebbe peraltro emergere in Nord Africa. Inoltre, notevole dovrebbe essere l’accelerazione dei progetti di importazione, sia di gasdotti che di terminali di GNL, il tutto con prezzi che erano visti in ripresa nei prossimi due-tre anni già prima del terremoto. Che nel nostro futuro prossimo ci sarà più gas, insomma, è molto verosimile. 
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