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BREVE PRESENTAZIONE DEL “CHARTER FOR A EUROPE OF SHARED SOCIAL RESPONSIBILITY” E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Sacconi
08 aprile 2011
responsabilita socialeNegli ultimi due anni e mezzo il Consiglio d’Europa, attraverso un gruppo consultivo di esperti di vari paesi  (tra cui Claus Offe, Anna Coote, Lorenzo Sacconi, Sean Healy, Jan Claude Barbier, Sabine Urban e altri ancora,  diretto da Gilda Farrell), ha elaborato una proposta di “Charter for a Europe of Shared Social Responsibility (SSR) ”, che è stata presentata a Bruxelles in un convegno cui hanno  partecipato oltre  400 persone il 1 marzo, introdotto dal presidente del Commissione UE  Barroso e dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa.

L’idea alla base della SSR è quella di una strategia e un modello di governance, cooperazione e coordinamento che consentano di perseguire e salvaguardare i principi di coesione sociale tipici della tradizione democratica europea, cambiando il paradigma dell’allocazione delle responsabilità sociali tra diversi soggetti sociali, economici e istituzionali  (pubblici, privati, profit, non profit, e singoli cittadini variamente  associati) .
E’ bene dire fin da subito che l’idea di SSR è tutt’altra da quella che vuole scaricare lo Stato dai suoi compiti e ridurre le ambizioni della coesione sociale, passando dalla universalità dei diritti sociali alla tutela della coesione sociale attraverso azioni discrezionali e caritatevoli della società civile (questa più che “condivisione” sarebbe “scaricamento” della  responsabilità sociale).
Al contrario il Charter si incentra sulla necessità di rimodellare, con l’idea  di condivisone, l’allocazione delle  responsabilità sociali  a soggetti, oltre che pubblici, anche privati, profit e non profit, della  società civile oltre che alle istituzioni. Intende farlo attraverso la mutua assunzione di impegni e doveri reciproci, concordati comunemente attraverso l’applicazione dei criteri  della “democrazia deliberativa” oltre le forme tradizionali della rappresentanza democratica, in modo da estendere la partecipazione dei cittadini singoli o associati alla deliberazione entro nuove forme di governance. 
L’intuizione è che la vecchia divisione del lavoro liberale tra mercato, che alloca efficientemente le risorse attraverso l’egoismo razionale dei privati (per cui l’unica responsabilità sociale del business è fare profitti per gli azionisti)  e lo stato, che si occupa dei beni pubblici e delle dotazioni iniziali, non funziona più. Gli effetti esterni dei fallimenti delle economie di mercato sulla coesione sociale sono troppo gravi perché non si debba chiedere agli stessi soggetti del mercato di essere coinvolti nella prevenzione degli effetti catastrofici delle esternalità. La crisi finanziaria, ampiamente considerata  nel Charter, ne è la prova. Essa erode le basi per politiche pubbliche di coesione sociale. Ma al contempo impone che innanzitutto i comportamenti privati siano orientati a prevenire eccessive assunzioni di rischio finanziario  e gli effetti del modello finanziario di  governance  delle imprese. E impone di considerare già nella fase della produzione e della distribuzione della ricchezza i problema dell’equità, della lotta alle disuguaglianze ingiustificabili e dei loro effetti negativi sia sulla distruzione di investimenti specifici in capitale umano nelle imprese, sia sulla macro distribuzione del reddito e  del rischio creditizio.
La cosa importante è che il charter delinea un’ alternativa alla tradizionale altalena tra fallimenti del mercato che giustificano il ruolo dello stato, e fallimenti dello stato che inducono a passare la mando al mercato. Né vi si fa la “retorica della società civile” (su cui in effetti si rischia di scaricare gli scarti di entrambi i meccanismi). L’idea è cambiare il modello di responsabilità decisionale attraverso la presa di decisioni collettive comuni, e attraverso forme di governance  pubblico/private  per la loro attuazione, in grado  di suscitare l’apporto dei diversi partecipanti e stakeholder di natura, entità e potenzialità diverse. Quello che si propone è dunque un cambiamento di paradigma.
La SSR parte da una riaffermazione della coesione sociale come insieme di  principi universalistici, quali il  well-being for all (nella sue nuove misurazioni), la giustizia sociale, intergenerazionale e ambientale, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze ingiustificabili e il modello di relazioni sociali basato su solidarietà  e reciprocità. E cerca nuove strategie, istituzioni e forme  di governance   per perseguire quegli obiettivi.
La nuova definizione di responsabilità (SSR) implica un cambio di paradigma poiché coinvolgere nella RS soggetti privati (profit e non profit , singoli cittadini , stakeholder a vario  livello) pone problemi concettuali che i filosofi, gli economisti e gli scienziati sociali conoscono bene (ad es. il problema del “free rider” o del “dilemma del prigioniero”).  Siccome ‘dovere implica potere’, se tali soggetti non percepiscono di esser intitolati a decidere e di poter attuare efficacemente azioni grazie agli incentivi endogeni alla loro cooperazione, evitando gli effetti dell’opportunismo, allora essi possono continuare a sfuggire alla  condivisione delle responsabilità sociali .
Ecco perché la SSR è innanzitutto un nuovo modello di governance multi-stakeholder e multilivello, attraverso il quale sia possibile far uscire i vari stakeholder e giocatori dalla ristretta prospettiva in cui possono cullarsi miopicamente nel loro opportunismo. Attraverso il quale possano prendere eque decisioni condivise e al contempo dar loro attuazione efficace, contando su meccanismi di controllo reciproco, di reputazione e di reciprocità,  che generano motivazioni e spinte a fare la propria parte.
Vari punti sono presentati e trattati a questo fine nel Charter. Per dirne alcuni: la necessità di attuare il criterio dell’accordo imparziale (“contratto sociale”) a vari livelli (europeo, nazionale, regionale, locale) per fare in modo che la decisione condivisa dai vari stakeholder converga sul riconoscimento di una gerarchia delle pretese che riconosca la priorità di chi sta peggio e ha bisogni più urgenti, anche se è meno forte e meno organizzato di altri stakeholder, pure legittimamente interessati ai benefici delle politiche.
L’uso a tutti i livelli, europeo, nazionale e locale, anche al di fuori delle sedi della rappresentanza politica, di procedure ispirate alla democrazia deliberativa per raggiungere accordi imparziali, consentire la partecipazione dei vari soggetti, evitando la cattura dei processi decisionali da parte dei “vested interest”, far prevalere la visione di lungo periodo, permettere la revisione e adattamento delle preferenze individuali e anche influire sulle motivazioni degli stakeholder partecipanti.
Propone inoltre meccanismi di implementazione basati sul controllo reciproco, la valutazione indipendente, la reciprocità delle azioni, la formazione affidabile di reciproche aspettative da cui possono dipendere la reputazione e le motivazioni intrinseche di conformità -  meccanismi  sottolineati ad esempio dai metodi di governance dei “commons” suggeriti dalla premio nobel   Elinor Ostrom.
La SSR è vista  come base per iniziative sia di regolazione che di autoregolazione. Essa ridefinisce il ruolo delle amministrazioni locali e della PA, con importanti funzioni di guida imparziale delle procedure di deliberazione multistakeholder.  Essa include la  responsabilità sociale di impresa, vista sia come modello allargato di corporate governance, che rende conto a tutti i suoi stakeholder (e abbandona il dogma dello shareholder value), sia come coinvolgimento delle imprese attraverso le reti nella governance  dei territori in cui possono contribuire  allo sviluppo sostenibile e quindi alla coesione sociale. Riguarda lo sviluppo del terzo settore e della cooperazione sociale. Coinvolge le varie forme di attivismo degli stakeholder  attraverso il consumo responsabile e altre iniziative che cercano di orientare la crescita alla sostenibilità. E offre una quadro concettuale metodologico unitario, in cui queste diverse azioni possono essere inserite in modo organico e in cui si può affrontare il nodo della coesione di una società a bassa crescita economica, ma al contempo le opportunità di rilancio della crescita sostenibile attraverso  la combinazione  di concorrenza e cooperazione ai livelli appropriati.
In questo momento, per un paese  come l’Italia, impaurito ad arte dalla “minaccia” dei flussi migratori, la SSR è l’unico modo di affrontare il problema. Propone di farlo attraverso il riconoscimento del ruolo che i privati, le imprese, le comunità e le istituzioni locali devono avere nell’integrazione degli immigrati che già cooperano al nostro benessere, in una stretta forma di interdipendenza. E verso i quali tali soggetti hanno doveri di giustizia distributiva, cui dovrebbero fare fronte in modo da potenziare la loro autonomia e capacità di contribuzione, piuttosto che scaricare i costi sociali della marginalità degli immigrati sui sistemi di welfare locale,  così scatenando abominevoli tensioni razziali tra poveri.
  Commenti (1)
Responsabilità sociale condivisa
Scritto da Emanuele De Candia, il 11-08-2011 14:50
Confido nelle capacità di proposta del professore Sacconi, soprattutto presso le istituzioni deliberative, attraverso una seria proposta di legge. Questo per superare la labilità di strumenti preposti (es. standard dei Bilanci Sociali per il settore pubblico sono ancora più inconsistente di altri per il privato) all'attuazione di modelli di governance, tali da assicurare trasparenza e valutazione dei benefici realmente apportati ai destinatari delle politiche.  
Iniziare con una revisione degli standard con cui in questi anni sono proliferati Bilanci Sociali inadeguati allo scopo preposto, sarebbe un ottimo inizio. Questo sarebbe un ottimo contributo ad entrare in merito alle previsioni di riforma della PA per come disposte dalla legge 150/2009, in particolare per quanto attiene al Sistema di misurazione e valutazione Organizzativo, in quanto eccessivamente sbilanciate su performance di efficacia e efficienza, tralasciando l'aspetto più rilevante, ovvero le modalità con cui avvengono e gli effetti distributivi sul benessere che tali programmi, interventi e azioni apportano a specifici stakeholder. Come nota a margine, nessuno standard si inoltra nella definizione e conseguente integrazione di criteri di valutazione della c.d correttezza dell'azione amministrativa, rischi da reato di correzione, collusione e in generale vengono elusi da questioni di assurance tutti i rischi che scaturiscono dall'azzardo morale e dall'opportunismo.  
Confido molto in interventi che prendano in carico tali ordini di problematiche, a cavallo tra pubblico e privato, che possano favorire il principio del buon andamento,oltre che quello di economicità, efficacia e efficienza, ben troppo propinati, poco usati, se non per elidere il valori più sostanziali in parola.  
Sarei oltremodo onorato dal poter informare il prof. Sacconi in merito ad un intervento, il cui obiettivo è la definizione di criteri di accountability nella gestione dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. Partendo dal presupposto che in tale ambito siamo molto arretrati e che i modelli attualmente in discussione, o sono atti a sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso l'indicatore di corruzione percepita o con dati oggettivi giudiziari, stimano l'efficienza del sistema giustizia. In ambo i casi siamo sprovvisti di modelli di assurance e accountability che consentono di monitorare, prevenire e controllare il (buon) andamento dell'azione amministrativa.  
http://www.audit.nsw.gov.au/publications/reports/financial/2011/Vol02/pdfs/03_corporate_governance_srategic_early_warning_system.pdf

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