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PERCHÉ UN MANIFESTO PER IL WELFARE OGGI? E-mail
Welfare
di Elena Granaglia
01 aprile 2011
welfareMartedì 22 marzo, in una conferenza stampa con Susanna Camusso, è stato presentato il Manifesto per un welfare del XXI secolo redatto dalla Rivista delle politiche sociali1. Obiettivo del Manifesto è rivendicare la persistente necessità dello stato sociale anche per questo secolo, dando vita, come affermato dalla direttrice di RPS, Maria Luisa Mirabile, “ad un largo movimento di opinione impegnato sia alla difesa di una prospettiva di welfare pubblico di cittadinanza sia all’individuazione di possibili interventi”.

Si tratta di un documento assolutamente tempestivo. Certamente, come per tutti i Manifesti, i valori e le indicazioni di marcia espressi hanno carattere generale. I termini in cui è articolato il discorso pubblico hanno, però, un’influenza non indifferente su credenze e atteggiamenti e il rischio è oggi quello dell’adesione ad un sostanziale ritiro del ruolo pubblico in ambito sociale. Basti pensare al lavorio continuo di decennale delegittimazione dello stato sociale da parte delle prospettive liberiste e, nel nostro paese, di quelle caritatevoli/familistiche, cui si aggiungono oggi i nuovi vincoli posti ai bilanci pubblici dalla crisi economica. Il carattere sorpassato degli ideali e delle ambizioni pubbliche del novecento è ed è stato, peraltro, sostenuto anche in parti della sinistra. Come la grande crisi del novecento è stata l’occasione per ripensare il modello di sviluppo, dando impulso alla costruzione dello stato sociale (a prescindere dalle diverse configurazioni nazionali), così la grande crisi con cui si è aperto il ventunesimo secolo diventerebbe l’occasione per l’operazione contraria di ridimensionamento di uno stato sociale ormai ritenuto insostenibile.

Ben fa, dunque, il Manifesto a invitarci ad un altro pensiero, ribadendo con forza la persistente cogenza dello stato sociale ai fini non solo della tutela, per quanto importante dei più deboli, ma anche della creazione di condizioni di vita decenti per tutti, in un quadro di complementarità fra rispetto dei diritti di cittadinanza, beni comuni e crescita economica orientata alla creazione di star bene per tutti. Con le parole di Chiara Saraceno, lo stato sociale, lungi dal riflettere “una nostalgia del passato”, rappresenta un elemento cruciale di un “pensiero per il futuro”. Ciò non solo perché nel nostro paese ancora tanto rimane da realizzare del welfare del passato, ma anche perché i nuovi rischi sociali, le nuove disuguaglianze, le nuove richieste di coesione sociale e più in generale le domande di stare bene rendono esse stesse insostituibile un sistema di welfare. Procedere verso smantellamenti, confidando nella crescita economica, farebbe star peggio tutti, i poveri, ma anche i ceti medi, esposti a rischi crescenti di vulnerabilità e, in ogni caso privati della superiorità dell’organizzazione pubblica nella protezione da molti rischi sociali e nella realizzazione delle infrastrutture della socialità.

In questa prospettiva, ritengo che un impegno particolare vada indirizzato alla rilegittimazione, con argomenti teorici e con dati, dei termini più tartassati dalla critica anti-stato sociale: i termini di uguaglianza e di pubblico.

L’ideale ugualitario non ha nulla a che vedere con le caricature, che sono andate diffondendosi, di un appiattimento omogeneizzante e irresponsabile o addirittura di una penalizzazione dei più avvantaggiati che si industriano da parte di individui invidiosi e/o parassiti. Neppure è un ideale vecchio che nega le crescenti domande di libertà di scelta e di personalizzazione degli stili di vita. Non solo ha poco senso contrapporre vecchie a nuove accezioni di uguaglianza: le “nuove” versioni più riduttive che elogiano la mera uguaglianza dei punti di partenza non sono forse anche le “vecchie” versioni alla Jefferson? Il punto dirimente è che il valore al cuore dell’ideale ugualitario è semplicemente la comune uguaglianza morale di uguaglianza e rispetto o, nei termini di Ugo Ascoli, di una comune similitudine.

È dal riconoscimento di questa comune uguaglianza morale che nasce la richiesta di uguaglianza distributiva: non da desideri di non qualificato livellamento. Se siamo fondamentalmente uguali, dobbiamo giustificare le nostre pretese verso gli altri che potremmo essere, rifuggendo da irriflessive rivendicazioni di ciò che ci capita di avere. In questa prospettiva, potremmo forse, sostenere che le disuguaglianze crescenti cui abbiano assistito in questi ultimi decenni siano l’esito di atti di responsabilità, da accettare, anziché di tendenze strutturali nell’economia e di decisioni politiche, da combattere? Oppure, potremmo sostenere che chi è o ha familiari in condizioni di non autosufficienza o senza lavoro sia lasciato sostanzialmente privo di una rete di risorse decenti come avviene nel nostro paese o che, per una gran parte dei bambini (quasi ovunque e in Italia con percentuali particolarmente elevate), i destini continuino ad essere inesorabilmente segnati dalle condizioni familiari? Ancora, potremmo rifiutare di fare la nostra parte nei confronti di soggetti, come noi degni di uguale considerazione e rispetto, oggi trattati come persone di seconda o terza classe, solo per essere nate in posti del mondo diversi dal nostro? Ma, proprio perché il perno è la comune uguaglianza morale, l’uguaglianza distributiva non può che coniugarsi al rispetto della libertà individuale e al dovere di ciascuno di sostenere gli schemi distributivi prescelti.

Ancora, nulla, nel paradigma ugualitario, obbliga alla sottovalutazione dei beni relazionali e dei beni comuni. Al contrario, se siamo tutti degni di uguale considerazione e rispetto, appare perfettamente coerente difendere modalità di relazioni inter-individuali attente agli altri e curare la nostra comune dimora, dalle città al patrimonio culturale e naturale ereditato, come, quanto meno in parte, già rivendicava il “vecchio” Marshall.

Passando al ruolo pubblico, due mi sembrano i principali luoghi comuni da sfatare. Il primo concerne la supposta inevitabilità dei trade off fra spesa sociale, efficienza e crescita. La spesa sociale non ha solo funzione redistributiva: ha anche una primaria funzione di efficienza allocativa di protezione dai rischi, date le carenze dei mercati assicurativi privati, da quello pensionistico a quelli sanitario, dell’assistenza a lungo termine e degli ammortizzatori. Inoltre, con riferimento alla stessa redistribuzione, cent’anni di storia del welfare dimostrano con nettezza l’infondatezza dell’inevitabilità, sempre e comunque, del trade off con la crescita. Al contrario, non si sottovalutino i costi che la crescita stessa, se insufficientemente regolata/guidata, come è avvenuto in questi ultimi decenni impone allo stato sociale, producendo disuguaglianze, povertà, vulnerabilità, incuria dei beni comuni. Proprio a questo riguardo, anziché offrire la scusante per tagli al comparto sociale, la crisi dovrebbe stimolare la ricerca di una crescita più giusta e più finalizzata al comune star bene.

Il secondo luogo comune, andato diffondendosi anche fra i meno critici dello stato sociale, concerne la sostanziale indesiderabilità dell’offerta pubblica e, nel caso, questa persistesse, la desiderabilità di modalità di produzione il più possibile simili a quelle tipiche delle imprese private. Anche su questo piano, bisogna contrastare alcuni miti. Il Manifesto sottolinea il ruolo della scuola pubblica per la costruzione della cittadinanza. Aggiungo che l’offerta pubblica fornisce un’opportunità che l’offerta privata lascia insoddisfatta: quella di lavorare in forme di produzione non orientate al profitto e rivolte alla totalità della cittadinanza. Il che comporta anche la messa in discussione della dominanza del modello privatistico. Peraltro, anche sul piano dell’efficienza, non si dimentichino, in presenza di asimmetrie informative, i limiti del profitto quale pungolo alla massimizzazione del benessere dei consumatori oppure i maggiori costi amministrativi in ambito assicurativo, come ben dimostra il caso dell’INPS. Infine, se anziché produrre questi vantaggi, il pubblico si dimostra poco qualificato o addirittura corrotto, anche le funzioni di regolazione, celebrate dagli oppositori della produzione pubblica, risultano automaticamente minate.

Certamente, rivendicare uguaglianza e ruolo pubblico non implica essere ciechi nei confronti dei rischi di degenerazioni di entrambi e neppure essere insensibili ai vincoli (seppure, occorra pure ricordarne l’origine in gran parte sociale, ossia, la dipendenza dai rapporti di forza). L’importante, però, è non appiattire il desiderabile al possibile, bensì muovere nella direzione opposta, rinvigorendo il discorso pubblico con argomentazioni il più possibile in grado di tenere assieme dedizione riflessiva ai valori ed evidenza empirica, esattamente come ci stimola a fare il Manifesto della RPS.

1. Cfr., anche per eventuali sottoscrizioni, Manifesto per un welfare del XXI secolo, www.ediesseonline.it/riviste/rps .

  Commenti (1)
Scritto da Vincenzo, il 03-04-2011 15:53
Analisi lucida e molto stimolante. In particolare, condivido la critica sulla presunta presenza di preferenze individuali avverse all'eguaglianza. Mi viene da riflettere che, anche se così fosse, queste preferenze non sono immutabili ed anzi è possibile stimolare la formazione di preferenze individuali simpatetiche.La mia opinione è che, visto il tema complicato della rivelazione delle preferenze individuali, l'avversione all'eguaglianza sia dettata quasi esclusivamente da esigenze contingenti di bilancio pubblico. Il problema è che così facendo, si genera o si rinforza negli individui una reale avversione all'uguaglianza, con il rischio che qualsiasi successivo intervento redistributivo sia effettivamente in contrasto con le scelte individuali....

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