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CONTRO LE SCALATE? E-mail
Economia reale
di Francesco Silva
01 aprile 2011
contro le scalateNon si può negare che il latte sia un prodotto vitale, ma è più opinabile che il controllo nazionale della sua produzione lo sia per l’economia di un paese. Eppure così sembrerebbe dati i sistematici interventi governativi a tutela dei produttori di latte e dei suoi derivati.
Si pensi al “tormentone” delle quote latte, non ancora chiuso, e al recentissimo decreto legislativo emanato con urgenza il 23 marzo scorso per evitare il passaggio nelle mani della francese Lactalis di Parmalat, faticosamente salvata dal crack Tanzi. Si tenga conto che proprio i francesi, pure sostenitori del carattere strategico del latte, intervennero con successo nel 2005 contro la presunta scalata di Pepsi a Danone. Svezzamento difficile !
Il decreto legislativo di cui sopra, giustamente chiamato “contro le scalate”, si ispira a una tattica difensiva, e pragmaticamente attendista. Infatti, in buona sostanza, dà tempo al c.d.a. di Parmalat, e a qualunque altra impresa italiana al momento oggetto di scalata straniera, di cercare acquirenti alternativi, possibilmente italiani. Dà pure tempo al governo di riflettere su altri take-over stranieri, presenti o futuri – vedi A2A-EDF – magari contrattando scambi con il governo francese e compromessi con l’UE.
Il caso Parmalat é però solo l’ultimo anello di una lunga catena. Basti pensare, per rimanere al contenzioso tra Francia e Italia, alla vendita ( 1990 ) di Telettra da parte di FIAT al gruppo CGE-Alcatel, o al caso Alitalia, o alla recentissima presa di controllo da parte francese del gioiello Bulgari. Parliamo dunque di settori diversi tra di loro e di soluzioni sempre diverse, talvolta liberiste – Telettra e Bulgari – altre nazionalistiche – Alitalia e Parmalat.  Dunque la regola è: ogni caso fa a sé.
Se non vi sono dubbi sulla positività, per l’economia che li riceve, degli investimenti diretti esteri legati a nuove attività produttive, e se possiamo considerare poco influenti sullo sviluppo dell’economia nazionale, e quindi “innocenti”, le partecipazioni estere di minoranza in società nazionali, problemi più complessi si pongono per gli investimenti esteri per il controllo di imprese nazionali. Qui l’esperienza e la ricerca economica non offrono certezze assolute e facilmente si cade in uno scontro ideologico tra liberisti, da un lato, e nazionalisti ( protezionisti ? ), dall’altro. Quindi la regola del caso per caso è tutt’altro che insensata.
Non v’è dubbio che in una situazione ideale in cui il contesto economico nazionale e internazionale è dinamico, in cui nessun paese pone ostacoli ai movimenti di capitali  e nel quale le imprese sono sia oggetti che soggetti di take-over , gli investimenti ad essi legati rientrerebbero nella fisiologia dello sviluppo. Così però non stanno le cose. Molti paesi dispongono di filtri selettivi di varia natura e potenza rispetto agli investimenti diretti di questo tipo: è ad esempio il caso di Stati Uniti, Francia e Germania. Alcuni poi presentano una debolezza asimmetrica, come l’ Italia, dove vi sono molte imprese di buone prospettive e quindi appetibili da parte di capitali esteri, ma poche imprese nazionali desiderose o capaci di configurare politiche di acquisizioni all’estero. Questo squilibrio dipende da due fattori: le imprese sono mediamente piccole – e quindi facilmente acquistabili – e a controllo familiare – e quindi più prone ad essere acquistate dall’estero che ad acquistare all’estero. La debolezza italiana si rivela anche sotto un altro aspetto. Alcune imprese sono “uniche” nel loro settore. Telettra ad esempio era la sola impresa di telecomunicazioni nazionale che sviluppasse con successo una seria politica di ricerca. L’acquisizione da parte di Alcatel cancellò la ricerca italiana nel settore. Una o due sono le catene della grande distribuzione commerciale rimaste sotto controllo nazionale e il loro passaggio a controllo estero potrebbe influire sugli equilibri delle catene produttive a monte, oltre che sull’export. Un argomento analogo si fa oggi proprio nel caso di Parmalat, con riferimento alla “filiera del latte”. Non ci sembra un argomento scartabile a priori. Diverso è stato il caso di Alitalia, dove si è difeso non un’impresa forte, ma moribonda, e a costi molto elevati per la collettività, peraltro acconsentendo alla presenza determinante di Airfrance. Un non senso, i cui maggiori beneficiari sono forse Airone e Banca Intesasanpaolo, non i viaggiatori. Il caso è istruttivo perché conferma come le motivazioni degli interventi difensivi siano spesso personalizzate, e quindi “sporche”, e non una valutazione del contributo allo sviluppo che questi investimenti sanno dare.
Quali implicazioni trarre da quanto detto ? Posizioni di principio ci sembrerebbero non fondate e quindi improprie. Il pragmatismo va bene, ma molto dipende da quali criteri si seguono e da chi decide.
Nella maggior parte dei paesi in cui vi è un filtro governativo sugli investimenti esteri ci si riferisce alla strategicità delle imprese e/o alla sicurezza del paese ricevente. Sono ambedue criteri piuttosto imprecisi, che lasciano spazio alla politica, come è anche giusto che sia. Rientrano generalmente in questa categoria il settore militare, i servizi/infrastrutture essenziali per la sicurezza del paese, e talvolta anche settori ad alto contenuto di R&S. Se si esce da questi ambiti, dove la valutazione politica può prevalere, si devono utilizzare argomenti più squisitamente economici, attenti alle prospettive di sviluppo del paese. Vi sono argomenti robusti in tale direzione a sostegno della difesa di Parmalat o, in futuro A2A-EDF ? Se ne può discutere. Ma chi ne discute ?
Ecco allora il secondo aspetto. A noi sembra ragionevole che in un paese a base produttiva debole vi sia un organo pubblico accountable che filtri le acquisizioni estere che abbiano una certa rilevanza nazionale – in aggiunta al filtro dell’ AGCM, che è quello del livello di concentrazione. Il problema è di stabilire quale  possa essere questo organo, e quali siano i criteri che dovrebbe seguire, dando giustificazione pubblica delle scelte.  Questo per evitare interventi ad hoc, spesso improvvisati, come avvenuto fino ad oggi. Sarebbe più appropriato che il soggetto in questione non fosse un’emanazione della combinata Tesoro/Consob, ma rispondesse al Ministero dello Sviluppo.
Un’ultima osservazione, forse scontata, ma comunque importante. Se gli strumenti difensivi traggono origine anche da elementi di debolezza del sistema delle imprese nazionali, sarebbe opportuno che proprio questi stessi punti deboli fossero oggetto dell’attenzione e degli interventi della politica economica, procedendo in modo non occasionale.
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