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LA CRITICITÀ DEL CONTRIBUTIVO: UN'IDEA PER MIGLIORARE LE PROSPETTIVE DEI LAVORATORI “FRAGILI” E-mail
Welfare
di Michele Raitano
11 marzo 2011
criticita contributivoIl dibattito sulle criticità del sistema previdenziale italiano continua a vertere principalmente sulla questione dell’età pensionabile (come discusso recentemente su nelmerito da Grillo e da Dragosei, Ginebri e Lipsi). Man mano che si avvicina l’entrata a regime dello schema contributivo (e dello stesso pro rata), le motivazioni a favore di un incremento cogente dell’età di ritiro perdono però rilievo, dato che i meccanismi di neutralità attuariale elimineranno i disincentivi al posponimento del pensionamento e, a regime, renderanno l’impatto sul bilancio pubblico invariante alle scelte di ritiro.

Coerentemente con la logica contributiva, andrebbe invece recuperata la flessibilità dell’età pensionabile prevista originariamente con la riforma del 1995, offrendo però la possibilità di ritirarsi ben oltre i 65 anni.
D’altro canto, qualora si ragioni sulle criticità strutturali connesse al passaggio al contributivo, la questione dell’età pensionabile, per quanto rilevante, appare di secondo piano. Il principale problema da discutere sembra infatti come correggere la limitata “adeguatezza” delle prestazioni che potrebbero venire pagate negli anni a venire a molti dei futuri pensionati in considerazione dell’aumento atteso dell’aspettativa di vita (e della conseguente riduzione dei coefficienti di trasformazione), di prospettive macroeconomiche di bassa crescita (da cui dipende il rendimento sui versamenti) e, soprattutto, di un mercato del lavoro incapace di garantire alla gran parte degli attivi carriere continue e remunerative.
A tale proposito, va chiarito che a creare il rischio di pensioni inadeguate non è il contributivo in sé – negli anni del boom economico questo sistema avrebbe pagato pensioni più generose di quelle erogate col retributivo –, ma la coesistenza di rigide regole attuariali (che impediscono forme di condivisione intra ed intergenerazionali dei rischi a cui sono esposti gli attuali lavoratori), di un contesto macroeconomico di bassa crescita e di un mercato del lavoro segmentato, in molti casi poco remunerativo e troppo spesso mal funzionante.
In particolare, a parità di andamento aggregato di economia e demografia, il contributivo costituisce essenzialmente uno specchio di quanto accade sul mercato del lavoro. La prestazione individuale dipende infatti da quanto si è versato, quindi dal successo della carriera lavorativa, ovvero: i) dalla sua continuità e durata (ovvero dall’assenza di “buchi” lavorativi e/o contributivi, anche figurativi), ii) dal livello salariale e iii) dall’appartenenza a categorie che versano una maggiore aliquota contributiva. E ciò che preoccupa maggiormente è che, a causa dell’operare congiunto di questi tre fattori di svantaggio, anche persone attive per molti anni possano ritrovarsi da anziane a ricevere prestazioni molto limitate.
Dal punto di vista normativo il contributivo è solitamente considerato un sistema equo, in quanto attuarialmente neutrale rispetto alle scelte ed ai comportamenti individuali (ricevi di pensione esattamente il frutto di quanto hai risparmiato in contributi). In questa affermazione è però implicito un fortissimo giudizio di valore che si attribuisce al concetto di equità attuariale: chi ritiene che la previdenza debba basarsi unicamente su un rigido meccanismo di contro-prestazione (senza nessuna forma neppure minima di redistribuzione o di tutele in qualche modo garantite) sta implicitamente accettando come “giusta” ed immodificabile qualsiasi situazione critica o diseguaglianza che si crea nel mercato del lavoro.
Le caratteristiche del mercato del lavoro italiano, caratterizzato in primis da elevata segmentazione fra diverse forme lavorative e contrattuali, inducono invece a rifiutare questa impostazione e a ritenere necessario un allentamento delle rigide logiche attuariali, ed a pensare, dunque, all’introduzione di strumenti che, senza stravolgere le logiche contributive (i cui pregi micro e macroeconomici non vanno affatto trascurati), garantiscano tutela a chi, maggiormente esposto ai rischi di flessibilità e instabilità della relazione contrattuale, pur essendo stato a lungo sul mercato del lavoro rischi di ritrovarsi da anziano in condizioni di forte disagio economico.
Ovviamente sarebbe preferibile porre rimedio alle forme estreme di vulnerabilità evitando che esse si formino sul mercato del lavoro. Anche qualora “da domani” ciò fosse possibile (e l’attuale contesto di crisi e le linee di azione del Governo rendono utopistica questa possibilità), misure risarcitorie sul versante previdenziale appaiono comunque necessarie per compensare almeno parzialmente i lavoratori del contributivo che negli ultimi quindici anni si sono trovati a dover fronteggiare situazioni caratterizzate da bassi salari, frequenti interruzioni occupazionali (con nulli o deboli ammortizzatori sociali) e, se parasubordinati, aliquote contributive (specie fino ai primi anni 2000) assolutamente inadeguate. Linee di intervento per tutelare i lavoratori più fragili vanno quindi pensate sui due versanti strettamente interrelati del mercato del lavoro e delle regole previdenziali.
Sul primo, sarebbero auspicabili misure che favoriscano la conciliazione fra attività di cura e lavoro, accrescano ed estendano all’intera forza lavoro gli ammortizzatori sociali e le coperture figurative per i periodi di mancata occupazione e cancellino le convenienze di costo per le imprese ad assumere con contratti instabili, poco tutelati e remunerati (in primis omogeneizzando le aliquote di parasubordinati e dipendenti).
Sul versante previdenziale, tutelare gli ex lavoratori a rischio di povertà mediante l’erogazione dell’assegno sociale, anche estendendo gli attuali bassi limiti di cumulabilità con la pensione contributiva, non appare sufficiente: offrire una tutela di ultima istanza potrebbe infatti risultare stigmatizzante e disincentivante dell’offerta di lavoro (erogazione ed importo dell’assegno sociale sono indipendenti dalla precedente storia lavorativa). Bisogna quindi intervenire all’interno del sistema pensionistico con modifiche esplicite della regola di calcolo della prestazione che quantomeno assicurino gli ex lavoratori dal rischio di ritrovarsi da anziani in condizioni di estremo disagio dopo aver essere stati attivi per molti anni.
In questa prospettiva, coerentemente con la logica attuariale del sistema, si potrebbe garantire ad ogni pensionato del contributivo una prestazione di importo proporzionale agli anni di contribuzione (effettiva e figurativa) e che, tramite un fattore di correzione legato ai coefficienti di trasformazione, sia funzione anche dell’età di ritiro (la garanzia potrebbe ad esempio essere di 900 euro mensili in caso di ritiro a 65 anni e 40 di anzianità, da ridursi proporzionalmente in caso di ritiri più precoci, quindi a 710 euro a 62+35). Ogni qualvolta, per una data combinazione di età e anzianità, la pensione contributiva accumulata fosse inferiore alla prestazione garantita, al pensionato verrebbe erogata come integrazione la differenza fra le due grandezze in questione, ed il finanziamento dell’integrazione sarebbe posto a carico della fiscalità generale.
Dal punto di vista della target efficiency (raggiungere l’obiettivo desiderato al minimo costo) l’introduzione di una simile misura appare ampiamente auspicabile. Con essa si andrebbe infatti a tutelare (ex post) esclusivamente chi dovesse registrare una carriera lavorativa lunga, ma fragile. L’introduzione di un minimo pensionistico permetterebbe inoltre di sanare criticità connesse a tutte e tre le determinanti delle basse pensioni (frequenti “buchi”, bassi salari o aliquota ridotta). Al contempo, si minimizzerebbero i disincentivi alla prosecuzione dell’attività da parte dei lavoratori (crescendo sia la pensione contributiva che la prestazione garantita con l’allungamento della carriera individuale) e lo stesso impatto sul bilancio pubblico.
Rispetto ad altre proposte circolate recentemente nel dibattito e basate su forme di decontribuzione accompagnate all’introduzione di una pensione di base finanziata dalla fiscalità generale, l’erogazione di una prestazione garantita non comporterebbe infatti esborsi nell’immediato. Solo man mano che si ritireranno i primi pensionati contributivi si registrerebbe una maggior spesa per la necessità di integrare le pensioni di importo inferiore alla soglia.
A regime, l’impatto sul bilancio pubblico dipenderà quindi dal livello di fissazione della soglia e dall’evoluzione delle dinamiche di carriera individuale, che condizionano la probabilità per i lavoratori di ricevere prestazioni contributive inferiori ad essa. La crescita della spesa per integrazioni verrebbe però in parte a sostituire la spesa futura per assegni sociali che sarebbero versati ai pensionati la cui prestazione contributiva fosse particolarmente limitata e sarebbe inoltre significativamente attenuata laddove si procedesse contestualmente ad estendere gli ammortizzatori sociali (che offrendo contribuzioni figurative aumentano il montante contributivo) ed incrementare le aliquote di finanziamento del lavoro parasubordinato.


  Commenti (1)
Scritto da Angelo Marano, il 16-06-2011 10:16
Due commenti: 
1) La proposta di aumentare la cumulabilità di assegno sociale e pensione contributiva, non disincentiva l’offerta di lavoro, come sostenuto nell’articolo, anzi, va in senso opposto: non penso Michele Raitano voglia abolire l’assegno sociale, dunque dobbiamo prendere atto di un sistema nel quale coloro che godranno di una pensione contributiva contenuta (e sono privi di altri redditi) hanno, a normativa vigente, pochi incentivi a contribuire, perché i loro contributi non gli permetteranno di stare significativamente meglio, da anziani, rispetto a chi non ha mai lavorato e contribuito (la cumulabilità di assegno sociale e pensione contributiva è molto limitata). Permettere la cumulabilità dei due strumenti ridurrebbe gli effetti di disincentivo fino ad eliminarli nel caso l’assegno sociale diventi una componente di base universalistica, sulla quale innestare la pensione contributiva. Peraltro, in tal senso si potrebbe discutere anche di riduzione contributiva e di fiscalizzazione della parte di spesa pensionistica associata alla componente di base universalistica, senza con ciò minare le proprietà di autoregolazione di spesa e entrate contributive della parte previdenziale del sistema pensionistico. 
2) La proposta fatta nell’articolo, di una prestazione di importo proporzionale agli anni di contribuzione (legata anche all’età di pensionamento) potrebbe invece avere effetti disincentivanti piuttosto forti, o almeno, per molti versi risulterebbe nella negazione del principio del legame prestazioni - contributi. Di fatto, si propone la reintroduzione della integrazione al minimo anche nel sistema contributivo, per giunta prefigurando un livello di pensione (900 euro mensili a 65 anni con 40 anni di contribuzione) piuttosto elevato rispetto ai livelli attuali (550 euro, 603 per coloro che godrebbero del “milione al mese”). Con questi valori, e stante la riduzione dei livelli pensionistici associata all’applicazione del contributivo, è più che verosimile che buona parte delle pensioni si troverebbero a godere dell’integrazione al minimo. Dunque, per buona parte dei lavoratori non conterebbe più l’ammontare dei contributi versati, bensì solo ed esclusivamente l’avere o meno versato contributi nell’anno. Di fatto, vi sarebbe tutto l’incentivo a contribuire il minimo possibile per vedersi accreditato l’anno di lavoro, venendo così a cadere per buona parte dei lavoratori il principio di contribuzione definita introdotto dalla riforma del 1995.

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