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DAL WELFARE SOCIETARIO A QUELLO RELAZIONALE: LE IMPLICAZIONI PER LA CITTADINANZA E-mail
Welfare
di Paola Di Nicola
11 marzo 2011
welfare societarioIn tema di riforma dei sistemi di welfare siamo abituati ad espressioni, ormai entrate nell’uso comune, che rinviano a modelli prossimi- venturi paventati (il ritorno ad un welfare residuale), praticamente già realizzati (welfare mix), auspicati come svolta politicamente e culturalmente positiva (welfare societario).

Il campo semantico dei termini può essere più o meno ampio, a seconda che il rinvio sia ad un modello che abbraccia tutto l’arco del welfare (pensioni, istruzione, sanità, assistenza), ovvero faccia riferimento a specifici modelli nazionali, ognuno dei quali fa i conti con il suo passato, con le caratteristiche della società civile e con la forza e penetrazione dell’economia no-profit.
Per il contesto italiano, il welfare mix ed il welfare societario rimandano per molti aspetti a due fasi di riforma del nostro sistema di assistenza che hanno coinvolto in realtà un segmento particolare del nostro sistema di welfare: il sistema sanitario e quello dell’assistenza. Quindi il riferimento va alle competenze delle Regioni (sanità) e degli Enti locali (assistenza). In questo campo si è passati da un momento iniziale che ha visto regioni ed enti locali esternalizzare molti dei servizi a favore del mondo della cooperazione e dell’economia no-profit (welfare mix), con l’obiettivo di ridurne i costi, senza perdere il controllo sulla spesa; ad una fase in cui, anche per effetto della legge n. 328/2000 di riforma del sistema assistenziale, per i servizi alla persona si è passati dalla logica del conferimento tramite gare di appalto alla logica dell’accreditamento. Il nostro sistema di welfare, dunque, è entrato nella fase societaria, così come delineata da autori inglesi come J.J. Rodger (Il nuovo welfare societario. I fondamenti delle politiche sociali nell’età postmoderna, Erickson, Trento, 2004) e italiani come P. Donati (La cittadinanza societaria, Laterza, Bari-Roma, 1999).
Cosa significa promuovere un modello di welfare locale di tipo societario? Quali le implicazioni per la tutela dei cittadini e dei relativi diritti? Innanzitutto è bene premettere che il raggio di copertura del welfare societario è molto ampio: riguarda la sanità, ma tocca segmenti molto ampi dell’assistenza e dell’integrazione socio-sanitaria. Attualmente, in Italia, l’assistenza alle fasce deboli della popolazione trova una sua risposta nelle comunità d’accoglienza (minori, tossicodipendenti, malati mentali ecc.), nelle case famiglie, negli istituti di accoglienza per gli anziani, nelle cooperative e associazioni che svolgono attività assistenziale, sanitaria, educativa e di accompagnamento anche a domicilio, nelle nuove tipologie di nido. In nome del principio di sussidiarietà, i nuovi produttori di servizi per la collettività locale hanno il diritto di sedere intorno al tavolo della programmazione dei piani di zona, erogano servizi dei quali, tuttavia, l’ente pubblico conserva la titolarità, la funzione di controllo e di garanzia. È indubbiamente un modello di welfare che ha contribuito a fare uscire un segmento rilevante del settore no-profit dalla logica assistenziale e introdurre criteri imprenditoriali nella gestione dei servizi, ha riconosciuto la centralità della funzione assistenziale svolta da associazioni pro-sociali e di volontariato, anche se alcuni ‘scandali’ hanno dimostrato come la ‘caccia alla rendita’ del privato a danno del pubblico sia dura a morire. Tale modello, tuttavia non mette in discussione la logica della tutela dei diritti di cittadinanza su base universalistica.
Ma esiste anche un modello di welfare che porta ad un superamento ‘problematico’ del concetto di cittadinanza e dell’universalismo egualitario. In un recente contributo, P. Donati va oltre il concetto di ‘societario’ e indica le linee costitutive di un welfare ‘relazionale’. “Lo Stato sociale relazionale nasce quando le costituzioni politiche tipicamente moderne (dell’Ottocento–Novecento) vengono riformate attraverso processi di costituzionalizzazione delle sfere private, cioè di attribuzione di un valore politico (che autorizza decisioni collettive vincolanti per il bene comune), e delle connesse funzioni pubbliche, a organizzazioni di carattere non-statuale” (P. Donati, “I beni relazionali. La nuova frontiera del welfare”, in Lavoro sociale, vol.10, numero 3, 2010, p.328). La costituzionalizzazione delle sfere private, nei termini sopra proposti, significa che lo Stato, nelle sue diverse articolazioni (Regioni, Enti locali) perde la titolarità degli interventi socio-assistenziali, che viene trasferita ai corpi intermedi della società (associazioni, famiglie, enti di beneficenza ecc.) investiti – politicamente – del ruolo di decisori in scelte (di politica sociale) vincolanti per il bene comune.  Corpi intermedi ai quali viene affidato il compito di definire cosa si debba intendere per ‘bene comune’ e agire di conseguenza per conto e in nome di tutti i cittadini. Tale ipotesi di trasferimento presuppone che tutti i cittadini siano quantomeno ‘ascritti’ a qualche corpo intermedio che li rappresenta, in quanto l’ascrizione obbligatoria ad una comunità (di sangue, di spirito, di interessi, di valori ecc.) diventa canale di accesso a specifiche relazioni di riconoscimento, a forme specifiche di tutela degli interessi. Il concetto di cittadinanza si frammenta e si realizza quel modello di società fortemente difeso dai neo-comunitaristi radicali, nel quale i vincoli di solidarietà si manifestano come altruismo vincolato, come espressione di “un’etica dell’impegno verso individui che hanno importanza per lo specifico rapporto che li unisce, non per delle caratteristiche generiche, in quanto uomini, bambini, elettori e consumatori. L’altro a cui prestiamo attenzione, e per cui sia giustificato il sacrificio di sé, appartiene alla nostra comunità” (P.Selznick, “La persona e il dovere morale”, in Etzioni A. (a cura di), Nuovi comunitari. Persone, virtù e bene comune, Arianna Ed., Casalecchio (BO), 1998).
La recente proposta fatta dal Ministero del Welfare di affidare la gestione della social card agli enti di beneficenza (quali? scelti come?) che dovrebbero erogare la prestazione a coloro che ritengono ne abbiano realmente bisogno (chi individua i bisognosi?), eventualmente con integrazioni monetarie fatte dal pubblico (che risulta posto in funzione sussidiaria rispetto al privato), dimostra come il processo di costituzionalizzazione delle sfere private si può attivare senza una esplicita e sbandierata riforma del sistema assistenziale. In realtà, la costituzionalizzazione delle sfere private propone un modello di welfare profondamente modificato quanto a finalità e principi organizzativi, con profonde ripercussioni sul concetto di cittadinanza. Appaiono, in un modello relazionale di welfare, quantomeno ridimensionati, se non sostanzialmente superati il principio dell’universalismo delle prestazioni e il concetto di cittadinanza ancorato ai diritti sociali riferiti a tutti i cittadini senza distinzione di età, sesso, istruzione e appartenenza politica, religiosa e ideologica. Si supera l’altruismo inclusivo, che come sostiene Selznick pretende di difendere interessi e perseguire fini generali, “senza considerare le pretese specifiche di parentele e gruppi societari” e si opta per una cittadinanza frammentata e diversamente ‘pesata’ (in termini di riconoscimento) a seconda delle  varie appartenenze. Il rischio è quello di decretare la fine di un modello di sviluppo reso possibile anche dall’esistenza di un sistema redistributivo, che si è retto sul principio della cittadinanza inclusiva e aprire ad un nuovo modello di welfare che si regge su due assunti che devono essere dimostrati: che tutto il settore no-profit sia ‘virtuoso’ e che tutti i cittadini risultino in qualche modo affiliati ad un’associazione, ad una comunità di interessi particolari. Rimane sullo sfondo il problema del meccanismo di finanziamento, la valutazione dell’impatto redistributivo sull’intera collettività e soprattutto, il destino e l’esistenza dei servizi pubblici, che rischiano di diventare servizi per i poveri e per gli emarginati: servizi per chi non ha rappresentanza, non ha voce, non è in grado di attivare una lotta per il riconoscimento. Su questi temi sarebbe, forse, opportuno aprire una discussione.  
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