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ENERGIA: CONSIDERAZIONI SULLE PROSPETTIVE ITALIANE A MEDIO TERMINE E-mail
Ambiente ed Energia
di Daniel Franco
02 aprile 2008

energia eolicaL'Europa sta cercando di innescare un modello di sviluppo a bassa emissione di carbonio con una serie di obiettivi vincolanti che entreranno in vigore nel 2010, obiettivi che consistono entro il 2020 nell’aumento del 20% dell’efficienza nell’uso dell’energia, nel 20% di riduzione dei gas serra (GHG), nell’incremento complessivo del 20% delle energie rinnovabili negli impieghi finali, e nell’obiettivo minimo del 10% di uso dei biocombustibili per il trasporto.

 

Il meccanismo, fatto di obblighi reciproci, è in linea con un corretto ordinamento dei problemi che la nostra società sta affrontando in tema di cambiamenti climatici e modello energetico, e che si basa non, semplicemente, su dinamiche economiche interne, ma su una modificazione delle funzioni di questo pianeta dalle quali dipendono le risorse primarie necessarie all’esistenza di qualsiasi società (e dei relativi sistemi economici), come l’acqua, il suolo coltivabile, l’aria, il cibo.


Il riconoscimento di queste evidenze come antecedenti e vincolanti le relazioni economiche, spinge verso una progressiva modificazione del modello di sviluppo e dello stile di vita a questo legato.


Nel caso dell'Italia, un primo dato che emerge con chiarezza è che si è fatto poco dall’inizio millennio per indirizzarsi nella strada tracciata dalla UE, che ora diventa percorso obbligato, e non si è ottenuto quello che altri hanno ottenuto stimolando le proprie industrie a divenire leader mondiali del settore.


Tabella 1 Confronto tra i contributi in potenza installata di Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) in alcuni Paesi Europei.


 

Potenza eolica installata

Potenziale eolico utilizzato

Potenza biomasse installata

Potenza solare installata

Penetrazione procapite fotovoltaico

anno

2000

2005

2005

2000

2005

2000

2005

2005

 

MW

MW

%

MW

MW

MW

MW

kW/1000 abitanti

Danimarca

2.300

3.128

31,3

570

703

350

2.640

 

Germania

6.113

18.428

76,8

2.506

2.557

603.000

1.537.000

4,20

Italia

363

1.639

2,5

685

1.200

3.000

34.000

0,62

Spagna

2.235

10.028

10

1.368

1.500

20.200

57.700

0,87


Fonte: elaborazione Nomisma Energia su dati Eurostat. IEA, GSE


L’analisi della Tabella 1 permette di verificare come alcuni paesi esemplari, a prescindere da condizioni legate all’ampiezza del territorio (Danimarca) o allo sfavore climatico (fotovoltaico nel Nord Europa), siano riusciti a dare un’evidente accelerazione allo sviluppo delle energie rinnovabili, anche se ora "costano" ancora di più ovviamente solo non contabilizzando i costi esterni generati dalle energie fossili.


Tutto questo è in una certa misura cambiato negli ultimi anni, e segnali positivi sono senz’altro emersi con la finanziaria 2007, che ha mostrato per la prima volta con chiarezza l’intenzione di dare respiro nazionale ad un politica di innovazione energetica, passando dalle misure per migliorare l’efficienza energetica di abitazioni e motori elettrici, ai provvedimenti sul parco macchine, riorganizzando in maniera stringente gli incentivi e gli obblighi dei produttori di combustibili sull’uso del bio-carburanti, e arrivando all’istituzione di un fondo "Kyoto". E poi ancora si è incentivato il solare fotovoltaico con l'innovativo conto energia (vendita di energia rinnovabile prodotta in proprio), riorganizzato il sistema dei certificati bianchi (vendita di un "risparmio" energetico) e verdi (commercio di energia rinnovabile non prodotta in proprio), favorita la co-generazione e sistemato finalmente il meccanismo truffaldino Cip 6. Ma oltre a ciò, si è dato il via al "progetto di innovazione industriale sull’efficienza energetica" per cercare di colmare la distanza con la capacità tecnica e produttiva di molti partner europei in queste tecnologie.


La Legge finanziaria 2008 ha fatto certamente meno della precedente, avendo comunque il merito di mantenere e prorogare le misure della legge precedente e di innescare ulteriori processi. Il primo riguarda l’ulteriore sviluppo delle rinnovabili legate all’edilizia, mediante la riduzione dell’ICI per chi ha installato tecnologie rinnovabili e la proroga degli incentivi fiscali per chi riqualifica gli edifici a scopo energetico (detrazione IRPEF del 55% sulle spese sostenute entro il 31 dicembre 2010). Il secondo riguarda l’efficienza energetica degli elettrodomestici, con il divieto di vendita dal 1° gennaio 2010 degli elettrodomestici inferiori alla classe A, e la vendita dal gennaio 2011 delle lampadine a incandescenza e degli apparecchi elettronici con stand-by.


Altra novità, estremamente importante, è la decisione di definire obiettivi concreti e vincolanti per la ripartizione dello sforzo di aumento delle energie rinnovabili, entro il 2012, tra le regioni e le province autonome, prevedendo, nel caso di inadempienza nell’effettivo raggiungimento degli obiettivi concordati, l’esercizio del potere sostitutivo da parte dello Stato. Questo richiamo è sostanziale per rendere realistica una posizione dell’Italia come Stato Membro nelle azioni che seguiranno l’approvazione della Direttiva sulle energie rinnovabili, che renderà obbligatori per ciascun Stato Membro, e non per ciascuna Regione Italiana, il raggiungimento degli obiettivi concordati.


Ma vediamo nel dettaglio quali sono le prospettive, che si andranno a discutere a Bruxelles, e quali sono i loro limiti, anche grazie alla trasparenza del lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico (MSE) e delle Commissioni preposte delle Camere.


Utilizzando i dati del MSE gli usi finali energetici nel 2005 sono stati stimati in 146,6 Mtep, con un incremento annuo tra il 2000 al 2005 di 1,9 Mtep; mantenendo ottimisticamente questo incremento annuo si arriverebbe a dei consumi finali tendenziali al 2020 pari a 174 Mtep. Per raggiungere l’obiettivo previsto a livello UE di un risparmio energetico del 20% dei consumi tendenziali, si programma un valore obiettivo pari a 139 Mtep, che corrispondono ad un risparmio pari a 34.8 Mtep, delle quali 23.7 Mtep (il 17% degli impieghi finali programmati) interamente coperti dallo sviluppo delle energie rinnovabili.


Lo scenario obiettivo in corso di sviluppo presso il MSE e che si basa, necessariamente, su simulazioni conservative e sulla base di stime circa i tassi di incremento dell’efficacia e dell’efficienza delle possibili politiche, indica al 2020 un raggiungimento quasi completo di tale risultato (23 Mtep anziché 23.7 Mtep).


Proseguendo l’analisi della sola componente elettrica, per la quale si stima una richiesta dalla rete maggiore della produzione (come avviene ora), confidando sulle stime di TERNA al 2006 e poste costanti le importazioni, il quadro che si ottiene è interessante: si prevede una contrazione della produzione di energia termoelettrica, cosa apparentemente in contrasto con l’incremento della potenza termoelettrica installata per il 2006 (+16.642 MW). Si dovrebbe quindi verificare non a una diminuzione, ma un aumento della produzione.


Pertanto o verranno escluse le importazioni di energia elettrica dai paesi Europei (cosa apparentemente in contrasto con le prospettive di un mercato energetico comune), o si prevede di non utilizzare alcune centrali termoelettriche in futuro, o non è chiaro come si potranno rispettare gli impegni comunitari nei termini di risparmio energetico ed aumento delle rinnovabili previsti, senza contare gli impegni sottoscritti dal nostro paese sulla riduzione delle emissioni clima alteranti (in parte legati alla produzione termoelettrica di energia) per i quali siamo inadempienti.


Figura 1 Distribuzione della produzione rispetto alla richiesta di energia elettrica tra il 2006 e la programmazione nel rispetto degli obiettivi comunitari.

 

grafico

 





















Fonte: Terna – Istat - MSE.


Tutto considerato, e nonostante alcune prime indicazioni apparentemente contraddittorie, sembra comunque che negli ultimi anni si sia interrotta la assenza di politiche serie circa i temi (alterazione del clima e modificazione del modello energetico attuale) sui quali si giocherà la sfida della umanità nei prossimi decenni. Ciò nonostante gli impegni sottoscritti, rispetto ai quali si era apparentemente assunto quell’atteggiamento maramaldo del "poi qualcuno ci penserà..": quello che genera le "emergenze" che ci rendono zimbelli.


Purtroppo negli ultimi mesi sembra venuta meno la forza di mantenere saldo il timone, probabilmente in relazione alle crescenti difficoltà di governo. È saltata la soluzione al tema dei ri-gassificatori, e si è offuscata la posizione, e le azioni pratiche, circa il perseguimento degli impegni relativi ai cambiamenti climatici.

Sembra che qualcosa offuschi quella capacità di visione delle cose discriminanti per il bene comune nel lungo periodo.


Rischiando di essere un poco prosaici e a proposito del problema del carico automobilistico, che in Italia assume di fatto una dimensione di "emergenza" Europea, ci si domanda perché questo tema non sia, semplicemente, affrontato politicamente.


Eppure uno spunto comunicativo come quello dei SUV potrebbe essere utilizzato in tal senso. I SUV non rispondono semplicemente ad una espressione di libertà individuale, perché il loro utilizzo, che non ha ulteriori motivazioni oltre all’apparire, comporta un danno oggettivo alla comunità: consumano più spazio alla circolazione di tutti, producono più emissioni a danno di tutti, e consumano più benzina delle altre vetture. Questo danno dovrebbe quanto meno essere rifuso da chi intende produrlo. In questo senso, infatti, stanno andando le proposte UE sulle emissioni relative al trasporto.

È davvero così difficile metter nel giusto ordine i problemi?

 

Daniel Franco

 

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