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MARE NOSTRUM IN MOVIMENTO? E-mail
Internazionali
di Andrea Villa
04 marzo 2011
mare nostrumDopo un lungo periodo di silenzio post-coloniale il celeberrimo mare nostrum, che tanta importanza riveste nella storia culturale, politica ed economica dell’Occidente, torna inaspettatamente ad essere il protagonista assoluto della scena mondiale.

Indubbiamente, esistono molti punti di vista attraverso i quali è opportuno – o meglio, necessario – produrre analisi di quel che sta accadendo in Nord-Africa, a pochi chilometri di distanza dal territorio italiano e dai confini esterni della Ue. Dico necessario, perché sembra proprio che la «questione dei popoli arabi», ormai a cavallo tra tradizione e modernità, solleciti il nostro Paese a svegliarsi, o meglio, a riflettere sul fatto che, al di là delle beghe interne, ovvero al di là delle frontiere nazionali, esistono popolazioni limitrofe che meritano di essere prese in considerazione. Queste popolazioni, dati gli esiti incerti e drammatici dei processi in atto, dovranno ancora faticare per potersi dire permeate dalle variabili politiche che caratterizzano una modernità compiuta, che è a dire: democrazia rappresentativa e libertà riconosciute a tutti.
Dal mio punto di vista, una importanza centrale assume la nozione di libertà di movimento. Infatti, in essa è contenuto un valore euristico determinante nel momento in cui vogliamo comprendere, non solo alcune tipologie di diritti fondamentali, bensì, anche, due modalità distinte ed empiricamente osservabili di comportamento collettivo [(i) (ii)]. Dunque, cerchiamo di esplorare le implicazioni soggiacenti questa dualità, nella convinzione che essa risulta essere fortemente interpellata dalle vicende riguardanti i popoli arabi del Mediterraneo.

(i) Nella prima accezione, consideriamo la libertà di movimento come una capacità di azione collettiva allo stesso tempo consapevole e innovativa. Questa capacità di azione, nell’ambito della storia moderna occidentale, è sempre stata connessa all’idea di sfera pubblica, ovvero, ha sempre manifestato pubblicamente una soggettività collettiva che è tale poiché è in grado di produrre autonomamente e condividere sincronicamente significati, orientamenti ed obiettivi da perseguire. Significati, orientamenti all’azione ed obiettivi che, al di là delle ideologie o delle tecnologie impiegate, sono tali perchè direttamente osservabili, non solo nell’azione stessa, bensì anche nel quadro di una – storicamente e socialmente situata – polarizzazione endogena della società [Touraine 2010]. Tale polarizzazione, che, da un lato, è egemonia, dall’altro lato, è coscienza, resistenza e legittimazione degli orientamenti innovativi, risulta essere tipica della modernità e diviene manifesta nei momenti di particolare crisi sociale e politica. Alcuni esempi di fatti storici legati all’Occidente, tanto eterogenei, quanto inequivocabili? Le emergenti classi borghesi ribaltarono l’organizzazione politica delle monarchie assolute, i salariati lottarono per ottenere i diritti interni ed esterni ai loro contratti, i neri d’America rivendicarono i diritti civili, così come le donne contestarono la società dominata dal potere e dall’autorità degli uomini, chiedendo anzitutto uguaglianza sostanziale, ergo, balzando ad oggi, le giovani generazioni arabe acculturate all’occidentale rivendicano (in molti Paesi natii) libertà, democrazia ed una maggiore re-distribuzione di risorse e opportunità. Il tutto, come possiamo vedere comodamente dalla poltrona di casa, anche a costo della vita.
Recependo la lezione di Alain Touraine [per esempio, 1975; 1988; 1993], noi possiamo avanzare una tesi importante: tutti questi movimenti collettivi e altri ancora non possono in alcun modo essere considerati alla stregua di «epifenomeni» della modernità. Ciò detto, è necessario sottolineare che, in Occidente, queste dispute si sono sempre realizzate in presenza di attori istituzionali emergenti o consolidati (per esempio, lo Stato, i sindacati, i partiti) che svolgevano, hanno svolto e, a gran fatica, continuano a svolgere la funzione di mediare i conflitti, regolando gli interessi generali con quelli particolari. Oggi, nelle vicende dell’Egitto, della Tunisia, della Libia e di altri potenziali focolai emergenti noi sappiamo, non solo che tali istituzioni mediatrici sono del tutto assenti (fatti salvi gli eserciti – invero poco rappresentativi – e le corporazioni, in quanto le dimensioni tribali e/o pseudo-partitiche sono troppo ambigue e comunitaristiche per assurgere consapevolmente a quel ruolo), ma anche – e non è poco – che i Paesi occidentali hanno dovuto mettere rapidamente da parte i loro «interessi di bottega», non potendo rinunciare a porsi come baluardo di un diritto che è fondamentale per chi promuove i valori supremi della democrazia: questo diritto è rappresentato proprio dalla libertà di movimento, intesa come consapevole e non violenta rivendicazione delle proprie libertà e della propria volontà di autodeterminazione. Così, a differenza di tanti eventi del passato che hanno visto protagonista l’area Nord-africana, noi oggi notiamo che solo successivamente all’espressione compiuta di questa volontà è possibile pensare o programmare un intervento della diplomazia, dei rapporti internazionali e delle «sfere di influenza»: il percorso dell’autodeterminazione è irto e l’Europa mediterranea dovrà svolgere il proprio ruolo con coraggio.

(ii) Nella seconda accezione, la libertà di movimento è associata al concetto di movimento migratorio: unica libertà personale nel momento in cui tutto, nel luogo natio, è o diventa immutabile costrizione. Occorre appena ricordare che tale processo è correlato (per motivi economici, sociali, culturali), non solo alla storia moderna, bensì, alla storia dell’uomo in sé. Tuttavia, a partire dal XX secolo, i migranti – che invero si muovono a prescindere dalle condizioni legislative e sociali dell’accoglienza – vengono sovente rappresentati e ricondotti a mere statistiche, o meglio ad una massa più o meno indistinta e inconsapevole di flussi di individui da gestire, controllare, reprimere; oppure, adottando una maggiore verve sociologica, questi flussi possono essere considerati sulla base della nozione di rete (network) che – come è noto – lascia intendere un sistema più o meno integrato di relazioni che prende forma tra un punto di origine e un punto di arrivo di tale processo: comunità di arrivo, rimesse e transazioni, ricongiungimenti, diasporic media e così via.
Noi tutti possiamo osservare: nell’emergente ritorno di protagonismo del mare nostrum, la libertà di movimento intesa come movimento migratorio – regolabile sì, ma difficilmente arrestabile – assume un rilievo politico e sociale tutt’altro che marginale, anzi cruciale. La dialettica razziale della «invasione barbarica» divampa e si espande, in quanto perfettamente adiacente, per dirla con Alessandro Dal Lago [1999], alla logica della «tautologia della paura» imperante nell’ultimo quarto di secolo di rappresentazioni del fenomeno migratorio in Italia. Come a dire: magari, persone e cittadini in casa loro, però, a casa nostra, clandestini e pericolosi devianti [si rimanda, per un’analisi storico-sociale sul nesso cultura nazionale ↔ straniero, a Zygmunt Bauman (1991)]. Così, noi sappiamo che questi Paesi «destabilizzati» del Mediterraneo, oltre ad essere i luoghi di origine di molti stranieri presenti in Italia e in Europa, ricoprono la funzione essenziale di paesi transito: tappe imprescindibili della libertà di movimento migratorio. Tale funzione, come è noto, ha portato i Paesi europei del Mediterraneo a collaborare con i regimi, non solo dal punto di vista degli interessi economici ed energetici, ma anche dal punto di vista degli accordi bilaterali, in alcuni casi assai poco chiari, sul controllo dei flussi dei cosiddetti clandestini, ovvero sul controllo del mare nostrum inteso, da quel punto di vista, come barriera invalicabile di una fortezza europea. Il richiamo luminare alla Rivoluzione francese si trasforma ben presto in una difesa medievale della rocca.
Bene: la considerazione di questa dualità semantica, riferita alla nozione di libertà di movimento, porta ad una prima conclusione tanto parziale quanto importante e, forse, coraggiosa: infatti, al di là dei provincialismi, ritengo che, nel lungo periodo, gli eventi legati alla libertà di movimento intesa come capacità di azione collettiva di un popolo, destabilizzando i poteri dittatoriali istituiti ed aprendo nuove vie per la comunicazione democratica, possano incidere con forza anche sulla concezione di un mare inteso come divisione tra mondi sociali inconciliabili, riducendo il gap politico e la distanza culturale (o se volete l’etnocentrismo) che, negli ultimi decenni, hanno legittimato la percezione di queste terre e di questi popoli come estremamente lontani e diversi dalla nostra civiltà. In altre parole, la democrazia rappresentativa potrebbe essere un’opportunità per tutti e l’immigrazione dovrebbe assumere i contorni di una libertà, purché entrambe si sostanzino nel rispetto dei diritti fondamentali e della norma consensualmente prodotta e legittimata.
Come – giustamente – ricorda Franco Ferrarotti [2003], già Fernand Braudel sottolineava la funzione integratrice del Mediterraneo nella sua storia di millenni, affermando – non senza perentorietà – l’importanza che dovrebbe assumere l’unità e la coesione strategica dell’intera area. E ciò veniva sottolineato, dall’illustre storico francese, proprio a partire dalla considerazione di alcuni contenuti culturali universalmente riconosciuti ed acquisiti: una «co-tradizione culturale», nel segno dei valori della democrazia (aggiungerei), sulla quale vale ancora la pena riflettere (Ferrarotti op. cit.). Infatti, Braudel, come del resto numerosissimi altri studiosi, era fermamente convinto del fatto che «l’intero mare partecipa di un destino comune» [1953; 1987]; col senno di poi, potremmo dire che tale considerazione vale – oggi – soprattutto per le reciproche sorti economiche, demografiche e, altresì, politiche di queste sponde.
Ebbene, concludendo, come negare il fatto che i tentativi di democratizzazione osservabili quest’oggi, in quanto direttamente riconducibili alla nozione di libertà consapevole di movimento (delle persone, delle informazioni, delle conoscenze, quindi, non solo dei capitali), invitano noi occidentali del Mediterraneo – noi italiani – ad una riflessione più approfondita sulla direzione da intraprendere per la condivisione di un destino universalmente riconosciuto?


BIBLIOGRAFIA
BAUMAN Z. (1991), Modernity and ambivalence, Cambridge, Polity Press.
BRAUDEL F. (1953), Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, Einaudi.
BRAUDEL F. (1987), Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia. Gli uomini e la tradizione, Milano, Bompiani.
DAL LAGO A. (1999), Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli.
FERRAROTTI F. (2003), La convivenza delle culture. Un’alternativa alla logica degli opposti fondamentalismi, Bari, Dedalo.
TOURAINE A. (1975), La produzione della società, Bologna, Il Mulino.
TOURAINE A. (1988), Il ritorno dell’attore sociale, Roma, Editori Riuniti.
TOURAINE A. (1993), Critica della modernità, Milano, Il Saggiatore.
TOURAINE A. (2010), Après la crise, Paris, Seuil.

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