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LE CASSE PREVIDENZIALI DEI PROFESSIONISTI: L'ILLUSIONE DI UN WELFARE A COSTO ZERO E-mail
Welfare
di Angelo Marano
25 febbraio 2011
casse previdenziali professionistiLe casse come strumento di welfare categoriale. In un precedente articolo , ci si è soffermati sugli elevati costi del sistema delle casse di previdenza e assistenza dei liberi professionisti, concludendo sulla sua diseconomicità e inutilità, laddove si limiti ad erogare pensioni.

In effetti, il sistema delle casse può trovare una ragion d’essere solo nel momento in cui offre ai propri iscritti anche altre forme di previdenza e prestazioni assistenziali che introducano elementi di solidarietà e redistribuzione fra professionisti. Che piaccia o no, le casse hanno senso solo se si costituiscono come attori di un welfare categoriale. Che piaccia o no, perché, in tempi di crisi come l’attuale, il welfare categoriale, se, da un lato, è salutato dal Ministro Sacconi come protagonista del sistema di sussidiarietà rispetto all’assistenza pubblica delineato nel suo Libro bianco sul welfare, nell’ottica del meno stato più società1, dall’altro rischia di minare le basi del welfare universalistico.
Tuttavia, svanita l’illusione, ampiamente diffusa negli anni della privatizzazione delle casse, che elevati rendimenti finanziari avrebbero permesso di alimentare con contributi minimi il sistema2, è ormai chiaro che fare previdenza e assistenza costa e non si può pretendere di fare molto con contributi quali gli attuali 10% (contributo soggettivo) e 2% (contributo integrativo), meno della metà del 26,72% pagato dai professionisti privi di cassa, iscritti alla gestione separata Inps. Ciò è, peraltro, particolarmente evidente e grave per le pensioni erogate dalle casse, in quanto di I pilastro: con simili aliquote, la formula contributiva non potrà che portare a pensioni misere, mentre l’adozione di formule più favorevoli può solo sfruttare il meccanismo della ripartizione e l’attuale favorevole rapporto fra attivi e pensionati, a spese dei professionisti più giovani3.
Affinché le casse svolgano effettivamente un ruolo, servirebbe un sostanziale aumento delle aliquote contributive. Esse, tuttavia, si oppongono fortemente a qualunque aumento del contributo soggettivo e stanno piuttosto concentrando i loro sforzi per portare l’integrativo dal 2% al 4%-5%. Infatti, mentre il primo incide direttamente sul reddito del professionista, l’integrativo è a carico del committente, anche se, proprio per questo, impatta maggiormente sull’inflazione. Mentre le casse del 509 possono già deliberare in materia (salvo nulla-osta del Ministero del lavoro), per le casse del 103 la norma è prevista in un disegno di legge già approvato dalla Camera e per la cui approvazione finale i professionisti stanno mettendo in campo tutta la loro influenza.
Ai fini di aumentare le risorse a disposizione, le casse stanno anche percorrendo la strada degli sgravi fiscali. Qualche buona ragione ce l’hanno, perché sono trattate peggio dei fondi pensione, sia per quanto riguarda l’imposizione sui redditi patrimoniali (12,5% contro l’11% sui rendimenti finanziari, assoggettamento a IRES degli altri proventi), che l’integrale assoggettamento a imposta delle pensioni erogate (laddove le pensioni integrative lo sono solo in parte e con aliquote ridotte).
Anche se, con riferimento a quest’ultimo punto, ci sarebbe comunque da osservare che il problema sembra stare non tanto nella penalizzazione delle casse, quanto nell’eccessivo favore fiscale concesso alla previdenza integrativa (con sostanziali effetti regressivi), e che gli enti previdenziali pubblici sono anche più penalizzati delle casse, stante l’obbligo di mantenere la quasi totalità del proprio patrimonio su conti infruttiferi, in ogni caso, gli interventi descritti non sembrano in grado di mobilitare risorse adeguate al ruolo che le casse verrebbero chiamate a svolgere nella sfera pensionistica e del welfare categoriale.
Peraltro, colpisce che il disegno di legge di aumento del contributo integrativo approvato alla Camera non preveda che, nelle casse che adottano il sistema contributivo, i nuovi contributi vadano automaticamente ad incrementare il montante individuale. Stante il bassissimo livello delle pensioni contributive conseguibili con l’attuale contributo soggettivo del 10% e che già il 2% di integrativo non viene considerato ai fini pensionistici, ci si sarebbe potuto attendere che l’intero incremento confluisse nel montante. La norma, invece, lascia discrezionalità alle casse; così l’aumento contributivo potrà prendere almeno in parte altre strade, rendendo ancora più “leggero” il vincolo di bilancio delle casse, che potranno disporre di ulteriori risorse “non finalizzate”.
Tale fatto, unito all’opposizione all’aumento del contributo soggettivo, dà l’impressione che alcune casse potrebbero finire per prendere una pericolosa scorciatoia nella costruzione del welfare categoriale, rinunciando nei fatti ad assicurare un’adeguata, ma costosa, tutela pensionistica della vecchiaia, limitandosi ad offrire al professionista quel dumping sociale legato alle basse aliquote e sviluppando la propria attività verso altre forme di previdenza e assistenza, più “facili” e meno impegnative finanziariamente, in quanto aggiuntive rispetto alla copertura pubblica. In pratica, sarebbe possibile per le casse sfruttare i saldi di bilancio ancora positivi e le nuove risorse per rafforzare le prestazioni di welfare categoriale, continuando ad alimentare la falsa immagine di un sistema in salute a spese della mancata tutela del rischio vecchiaia. In effetti, molte casse stanno ampliando notevolmente lo spettro delle prestazioni offerte, in particolare per quanto riguarda, la maternità, la tutela della non autosufficienza, la sanità integrativa, finanche le pensioni integrative, anche se ancora nel 2007, ultimo dato disponibile, le prestazioni non pensionistiche avevano un peso complessivamente marginale, sia in termini di numeri di beneficiari che di spesa, eccezion fatta per la tutela della maternità assicurata ai medici Empam.
In conclusione, in questo e nel precedente articolo si è argomentato che il sistema delle casse previdenziali dei liberi professionisti è strumento eccessivamente costoso e poco utile per pagare solo le pensioni. Solo all’interno di un progetto di costruzione di un welfare categoriale esso può trovare una sua ragion d’essere. Tuttavia, con i livelli contributivi attuali il sistema delle casse non può sperare di assicurare adeguate prestazioni pensionistiche per la vecchiaia, tantomeno di fare vero welfare. In tale contesto, c’è il concreto rischio che il sistema possa scegliere di rifuggire dalla sua primaria funzione pensionistica, accettando di fatto lo status quo di aliquote contributive bassissime e parimenti basse prestazioni pensionistiche, per concentrare gli sforzi nelle altre funzioni previdenziali e assistenziali, quali l’assistenza sanitaria integrativa, la non autosufficienza, la disoccupazione, la maternità, meno impegnative economicamente anche perché sovente integrative, non sostitutive, della copertura pubblica.

1. Cfr. il resoconto di A. Galimberti dell’intervento del Ministro al Congresso forense sul Sole 24 Ore del 28/11/2010.
2. Negli anni ‘90 economisti come Martin Feldstein sostenevano essere ormai assodato che i mercati finanziari potevano offrire, senza sostanziali rischi, rendimenti dell’ordine del 5%-8% reale annuo.
3. Cfr. A. Marano (2004): L’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche nei sistemi di primo pilastro contributivi, in: “Notiziario ENPAP” n. 14, www.enpap.it . Nel testo non è possibile dar conto delle specificità di alcune casse, ad esempio quella del Notariato, che le rendono meno soggette delle altre ai problemi evidenziati.


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