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DIRITTI SENZA RISORSE, RISORSE SENZA DIRITTI E-mail
Politica e Istituzioni
diritti.jpgEconomia e Diritto sono due parole dense del nostro tempo. Sono due discipline egemoni della scienza e del governo della società. Sono due modalità diverse, distinte, ma intersecate, con cui la società si organizza e si rappresenta.
 
I loro reciproci estremi caricaturali, Mercato e Stato, hanno catalizzato le passioni e le ideologie del Novecento.
Come ha scritto Martha Nussbaum, la seconda metà del Novecento è stata l'epoca dell'espansione dei diritti, personali, civili, politici, sociali, economici. Espansione significa il loro crescente numero e status giuridico fino (per alcuni) al rango costituzionale. La costituzione repubblicana del nostro paese, nata all'inizio di tale epoca, ne è emblematica. In essa sono inscritti, o da essa discendono, una molteplicità di diritti che s'innervano profondamente nella sfera economica della società: diritto al lavoro, diritto alla salute, diritto all'istruzione, diritto alla casa, e molto ancora. I cittadini nati e cresciuti vigente questa carta costituzionale, per non parlare della generazione che ha combattuto per ottenerla, tendono a identificare e a misurare la loro cittadinanza, e forse la loro stessa appartenenza alla comunità nazionale, con la realizzazione di tali diritti nella propria vita concreta.
Ma l'espansione dei diritti, per realizzarsi con la "forza della legge", deve prevedere una pari espansione dei doveri. Si risale alla nota distinzione tra "diritti positivi" e "diritti negativi". Se ad un soggetto avente un diritto non corrisponde un soggetto avente il corrispettivo dovere, tale diritto rischia di rimanere una pura petizione di principio. Senza sminuire minimamente l'importanza delle petizioni di principio: qual è il soggetto che ha il dovere di dare lavoro, salute, istruzione, casa, …, a chi, si dice, ne ha diritto?
Questa semplice, ma fondamentale, domanda mette in luce uno punto di tensione tra espansione dei dritti nella sfera economica e Mercato, ossia quell'organizzazione della sfera economica della società dove il principio di default (quello che si applica sempre, tranne che nei casi espressamente previsti) non è già quello della conformità a prescrizioni di legge, ma quello della libera contrattazione tra i soggetti privati. Per dirlo in maniera cruda e diretta, in un'economia di mercato nessun soggetto privato ha il dovere di dare lavoro, salute, istruzione, casa, a nessun altro. Il Mercato fa transitare la realizzazione di questi diritti (se proprio si desidera sancirli come tali) attraverso il calcolo economico della convenienza individuale. Dunque l'espansione di questi diritti è stata, è, un mero esercizio retorico (o peggio, una cortina fumogena ai danni di chi sta sul "lato corto" del mercato)? No: essa è servita a legittimare lo sviluppo e l'affermazione delle dottrine economiche (e politiche e giuridiche) che per brevità possiamo chiamare "socialdemocratiche", laddove esse 1) hanno delineato i criteri di valutazione delle realizzazioni del Mercato, e dunque i requisiti della sua legittimazione sociale,  2) hanno realizzato un ampiamento dello spazio delle prescrizioni di legge rispetto a quello della libertà contrattuale, 3) hanno individuato nello Stato il "titolare di ultima istanza" dei doveri economici (lasciatemeli chiamare così) non realizzati o non realizzabili dal Mercato.
Questa sutura tra Mercato e diritti, che senza dubbio è stata efficace per vari decenni, ha cominciato a strapparsi di nuovo man mano che la loro espansione nella sfera economica ha dovuto fronteggiare quello che gli economisti chiamano il vincolo delle risorse, che ha un dimensione di livello ("quanto costa" realizzare i diritti) e una distributiva ("chi paga" e "chi riceve"). Per evocare un concetto famoso, matura la "crisi fiscale" dello Stato sociale (soprattutto quello del continente europeo).  Non so dire se come causa o come effetto di questo processo (probabilmente entrambi), il Mercato, in varie forme e modalità, ha puntato a riprendersi su scala mondiale lo spazio ingombro di diritti e doveri. Evento simbolico, e non solo, il crollo dell'89 della realizzazione storica dello Stato depositario unico e assoluto dei diritti e dei doveri economici. Gli economisti fautori di questa visione hanno spiegato, in parole semplici, che se non ci sono risorse per dare lavoro (sanità, istruzione, previdenza ecc.) prodotte e distribuite dal Mercato, non ci sono neanche per opera dello Stato. Non ci sono diritti "veri" senza risorse "vere", e l'esistenza, o meno, di queste ultime dipende dall'espansione del Mercato. Una visione più armoniosa, del tipo "fattori immateriali della crescita", ci dice che l'espansione di certi diritti (salute ed istruzione in primis) ed espansione del Mercato vanno a braccetto; insomma, per dirla in parole semplici, quei certi diritti si autofinanziano. Questa visione riapre importanti margini di manovra, ma occorre essere consapevoli che l'alchimia è difficile da creare, e che nel contesto molto molto poroso della globalizzazione (come dirò meglio tra breve) essa può evaporare assai facilmente.
Il nostro paese ha partecipato a queste grandi tendenze storiche, naturalmente con le sue numerose anomalie. Per esempio, in Italia più che altrove, è stato, ed è, un errore di lettura della società pensare che la subordinazione dei diritti economici al Mercato sia stata accolta con entusiasmo, o quanto meno con la piena consapevolezza e coerenza delle sue implicazioni. La nascita di una "società liberale di massa", e del relativo partito, è stata una breve illusione nella transizione traumatica dalla Prima alla Seconda repubblica. La crisi fiscale dello Stato sociale non è stata neanche affrontata a viso aperto (né da destra, né da sinistra), ma solo tamponata malamente, perché i ceti emergenti e dominanti della Seconda repubblica, si sono affidati a forze politiche che (con successo, dal loro punto di vista) hanno cercato di tenere insieme le attrazioni e la retorica degli animal spirits  dei tempi nuovi,  con la continuazione di una forte e pervasiva presenza di offerta politica di diritti economici (e privilegi e protezioni, per altro con criteri più discriminatori di scambio elettorale rispetto ai grandi partiti interclassisti della Prima repubblica). Il sostanziale fallimento della Seconda repubblica su questo fronte, ci lascia interamente in eredità il problema del divorzio tra diritti e risorse, certo in compagnia di gran parte dell'umanità di questo secolo, ma con l'aggravante che qui da noi né il Mercato né lo Stato funzionano al meglio come in altri paesi.
Nello stesso tempo, la storia sta scrivendo e seguendo una seconda trama che vede il Mercato protagonista unico della creazione e distribuzione di risorse. E' la storia che possiamo leggere dietro la crisi finanziaria mondiale o, in casa nostra, dietro la vicenda Fiat, e che possiamo rappresentare invertendo i termini del dilemma: risorse senza diritti. Il Mercato, nelle sua varie forme e articolazioni, è in grado di mobilitare e mettere in campo enormi risorse, ma chiede e più spesso impone una compressione dei diritti economici che si erano espansi nel secolo scorso. Si tratta, naturalmente, di una domanda di riduzione dei propri simmetrici doveri, cioè regole, vincoli, "lacci e lacciuoli". Ma anche, talvolta, di un'operazione ideologica di accorciamento tout court della "lista dei diritti", della mera elencazione delle realizzazioni che un cittadino può legittimamente aspettarsi dalla sfera economica della società. Penso ad esempio al mantra dell'obsolescenza della nostra costituzione. Meno aspettative, meno pretese, meno lamentele.
Chi mette le risorse sul piatto detta le regole del gioco. Difficile contestare in radice questo principio, che, più o meno ruvidamente, sta alla base dell'idea stessa d'impresa privata. Tuttavia, esiste una vasta gamma di sue incarnazioni con diverse estensioni delle regole disponibili. Dati i tempi che corrono è forse il caso di ricordare che, come s'insegnava a scuola ai bei tempi dell'Educazione civica, in una società civile la mia libertà si arresta laddove inizia quella altrui. Il bilanciamento dell'estensione e dei limiti delle libertà individuali è precisamente tracciato dalle leggi, e vigilato dagli organi istituzionali. Esso può realizzarsi in forme più compresse o più espanse, ma non esistono luoghi franchi dove esso cessa di vigere. 
Per altro, la teoria economica ha chiarito (per chi lo vuol sapere e dire) due punti importanti: 1) il concetto di efficienza del Mercato è muto rispetto a giudizi di valore (cosa è più giusto produrre, come è più giusto produrre, ecc.); 2) non è un concetto assoluto, ma una misura relativa ad una serie di dati (dotazioni di fattori produttivi, tecnologia, preferenze di lavoratori e consumatori) e vincoli, tra i quali le regole del gioco fissate dalla società in cui l'impresa opera.  E' possibile che l'utilizzo di manodopera infantile a basso costo aumenti l'efficienza della produzione, ma questo non è un buon argomento per chiedere di abolire il divieto del lavoro minorile ad una società che lo ritiene immorale. Questa società richiederà alle proprie imprese di essere efficienti dato il vincolo di utilizzare solo manodopera adulta. E, attenzione, tutti dovranno astenersi dal confrontare, o pretendere, i risultati d'imprese che altrove utilizzano la manodopera infantile.
Però, questa tendenza storica alla separazione tra risorse e diritti ha molte spinte e molte gambe su cui avanzare. Mi parrebbe riduttivo e fuorviante pensare solo alla onnipresente sete di profitto. Che esiste, ed è probabilmente rilevante per capire cosa è successo nel sistema finanziario, ma non sembra altrettanto esplicativa di quanto avviene negli altri settori dell'economia. La Fiat, per esempio, non sembra mossa da un'insensata sete di profitto, quanto piuttosto dall'istinto di sopravvivenza nell'arena della competizione globale. In questo contesto, mi sembra sempre valida la tesi ben nota che punta il dito su uno degli effetti storici della globalizzazione: il cosiddetto "arbitraggio dei diritti". La lista dei diritti e dei doveri economici non si scrive più nelle arene politiche delle "economie sociali di mercato", ma in quelle, assai più primordiali, delle "nuove frontiere" del mondo economico emergente. Certo, la Fiat non chiede all'Italia la rinuncia a diritti o norme morali fondamentali della propria identità civile (anche se la questione della rappresentanza sindacale tocca princìpi generali di prim'ordine), ma essa s'inscrive nello scenario delineato. Se questo è lo scenario, la soluzione del problema delle risorse senza diritti si presenta ancor più ardua di quella dei dritti senza risorse. Ma un punto fermo da cui partire possiamo fissarlo: è semplicemente incredibile, e inaccettabile, che l'organo regolatore per eccellenza, il governo, possa chiamarsi fuori da questa partita. Badate bene: chiamarsi fuori, cosa ben diversa da agire, almeno, come arbitro della partita e delle sue linee di demarcazione (tanto più se queste appaiono incerte alla vista dei contendenti). Osiamo sperare che nessuno pensi, o almeno pretenda apertamente, che l'impresa privata possa diventare il campo di puri rapporti di forza  transnazionali
Mi fermo qui. Naturalmente non ho ricette, consigli e soluzioni per problemi di tale portata. Ho solo provato ad offrire una prima cornice di concetti, e punti di riferimento, entro cui cercare. Per evitare pericolose vie di fuga in avanti, indietro, o semplicemente altrove.
  Commenti (3)
Scritto da lorenzo sacconi, il 24-02-2011 00:28
L’articolo di Roberto Tamborini (raro esempio di capacità di stimolare una riflessione sui temi fondamentali) contiene un messaggio problematico - che va al di là delle sue stesse scelte di valore – e che riassumerei così: il rapporto tra diritti e risorse può essere messo nei termini “ogni diritto costa”, e siccome le risorse oggi più di ieri sono detenute da chi opera nei mercati, non è detto che questi, tramite transazioni volontarie , vogliano sobbarcarsi i costi dei diritti: diritti al lavoro , alla casa al welfare ecc. Di qui il dilemma di diritti, istituiti dalla legge, ma senza risorse. 
Questo ragionamento suscita in me tre commenti:  
a) credo che il rapporto tra diritti e costi (risorse per sostenere il loro costo) possa essere visto in due modi, per il contenuto del diritto, oppure per il costo del suo enforcement. Se si considera il contenuto del diritto, ovvero la pretesa che vi è contenuta, i diritti positivi hanno come contenuto il dovere di qualcuno a dare una prestazione (un lavoro , una casa , un servizio sanitario) e questa prestazione implica il comando di risorse: ha quindi un costo poiché non è una mera “astensione” ma implica l’ offerta di un bene o di una prestazione positiva. Al contempo vi sono diritti negativi, l’astensione dal violare la sovranità su un bene (proprietà), l’esercizio di autorità su certi mezzi di produzione ecc. Apparentemente, siccome non contengono come pretesa una prestazione positiva dai altri, ma solo un’ astensione dall’agire, essi non avrebbero un costo. Ecco che i diritti sociali (e solo loro) sarebbero senza risorse.  
In realtà credo che il vero problema dei diritti sociali non sia che essi implicano un’ azione positiva e quindi costosa, ma che essi non hanno nei nostri ordinamenti un soggetto bene identificato cui si orienta la pretesa , chi ha il dovere di adempiere a un tale diritto? Se a un diritto non corrisponde un dovere sostenuto da qualche agente, allora il dovere è imperfetto. Questo sembra il tipico problema del diritto al lavoro. Ma non ha a che fare col costo (le risorse). Infatti ogni diritto ha un costo. Ciò si capisce se, anziché guardare alla struttura del diritto, si guarda a quello del costo della sua attuazione. Applicare un ordinamento giuridico che preveda di fare valere diritti di proprietà ha un costo – un costo che apparentemente lo Stato italiano non è in grado di sostenere nelle zone infestate dalla criminalità organizzata. Fare valere certe regole di governance ha un costo. Immaginate che non ci sia un sistema giuridico che faccia valere tali diritti. Non potremmo parlare neppure di un mercato. In conclusione tutti diritti hanno bisogno di risorse, sia quelli positivi che quelli negativi. Suggerisco, come molti altri, che il mercato usa tali diritti e quindi consuma tali risorse, ma non li produce.  
b) Si potrebbe tuttavia supporre che certi diritti non emergano spontaneamente, e quindi debbano essere imposti dallo stato, mentre altri emergerebbero volontariamente. Quelli negativi emergerebbe naturalmente dalle transazioni volontarie, quelli sociali no. Credo tuttavia che questa sia una inferenza errata di una certa “ideologia” più che analisi economica del diritto. Al contrario certi esiti distributivi sono legati all’affermarsi di certi diritti nella sfera giuridica, ma questi non sono necessariamente l’unico prodotto delle decisioni volontarie (sulle istituzioni) in “stato di natura” . Il modello dello shareholder value, e gli incentivi manageriali connessi (bonus , stock options ecc) , la de-regolazione (o cattiva regolazione) della finanza, producono certi esiti distributivi, livelli di diseguaglianza che acuiscono il costo dei diritti sociali e anche la difficoltà di finanziare il welfare (sia per il fatto che i soggetti premiati da questi meccanismi cercano di sottrarsi dai doveri sociali, usando la loro forza economica, sia perché la crisi finanziaria - con i salvataggi delle banche - la portato a sottrarre risorse ai sistemi di welfare). Ma non è così in linea di principio per l’insieme delle scelte volontarie basate sull’accordo. Avanzerei la seguente proposizione: in stato di natura, sotto un minimo morale di accettazione di una valutazione imparziale (disponibilità di mettersi alternativamente nei panni gli uni degli altri) la scelta volontaria e l’accordo selezionano una soluzione egalitaria, poiché solo questa è stabile ovvero compatibile con gli incentivi , mentre soluzioni più efficienti ma diseguali possono non soddisfare la richiesta di equilibrio. Si noti bene, l’eguaglianza è compatibile con la natura volontaria e con la stabilità (equilibrio). Dall’uguaglianza ci si può muovere solo in base al criterio che diseguaglianze a vantaggio di chi ottiene (per ragioni di efficienza) il controllo su risorse devono essere ripagate con il massimo risarcimento possibile degli svantaggiati dalla suddetta disuguaglianza nella proprietà, cioè mediante la garanzia di diritti positivi. La teoria è stata illustrata nei tre libri di Ken Binmore sul “social contract”. Dal punto di vista politico il messaggio è: non ascriviamo alle volontarietà degli accordi le disuguaglianze, e la difficoltà di far fronte ai costi dei diritti positivi. Bensì al prevalere di altre istituzioni e ordinamenti giuridici, cioè diritti , che permettono certe azioni e ne ostacolano altre. Cerchiamo allora di creare situazioni di scelta per via di accordo che rimodellino le istituzioni. 
c) Perché partire dall’assunto che i doveri associati ai diritti positivi non possano essere rivolti ai soggetti operanti nel mercato? Certo non tutti. Ma per ascrivere una responsabilità occorre solo ricordare che “dovere implica potere”. Non possono i soggetti di mercato – non hanno il potere di -- adempiere ad alcuni di questi doveri? Qui nasce il tema della responsabilità sociale. Il vecchio paradigma liberale ci ha abituato all’idea che la responsabilità sociale possa essere solo in capo allo Stato, mentre l’unica responsabilità di chi opera nel mercato sia garantire l’allocazione efficiente delle risorse , compatibile con l’egoismo razionale. L’esito è quello che sappiamo in termini di esternalità negative e di costi sociali del funzionamento del mercato. Perché non dire che le responsabilità sociali possano essere condivise tra istituzioni pubbliche, organizzazioni di mercato e del terzo settore? L’impresa potrebbe essere basata su obblighi fiduciari estesi nei confronti dei suoi stakeholder , in termini di prevenzione della povertà, maggiore equità remunerativa, contributo al sostegno di beni pubblici e dei commons, e quindi prevenzione delle esternalità negative. Non ci vedo nulla di impossibile dal punto di vista né dei principi, né dell’efficienza sociale. La questione è come si attua un’ idea di questo tipo (ma la risposta era implicita nel punto precedente) .  
Vorrei solo suggerire che non è necessario pensare all’imposizione di obblighi giuridici che cambiano la natura privatistica delle istituzioni di mercato. Le norme sociali, gli standard e la soft law possono fare molto a tale proposito, facendo leva su incentivi sia di natura reputazionale che di natura intrinseca alle motivazioni conformiste degli agenti economici. Certo bisogna disegnare e favorire le istituzioni intermedie della società che possono sostenere tali incentivi di ordirne reputazionale e legati al valore intrinseco della reciprocità e della conformità alle norme sociali (etiche). Se invece trasformiamo con la politica economica e la regolazione tutta la società in un mercato, basato sul solo principio della concorrenza allora queste istituzioni vengono meno o addirittura sono impedite (esse infatti sono cooperative, non concorrenziali). Ma alla lunga così il mercato sega il ramo su cui l’homo oeconomicus stesso è seduto.
Scritto da emilio barucci, il 21-02-2011 17:08
Qualche commento al margine sul pezzo di roberto tamborini. 
1. La contrapposizione economia e diritto è solo in parte efficace. Si fa riferimento ai diritti sociali e di cittadinanza che alcune sfere del diritto e alcune impostazioni (quelle liberali appunto) ritengono debbano essere compresse comunque.  
2. Come giustamente osserva l'articolo, la sfera dei diritti è andata in crisi perché non c'erano risorse (crisi del debito pubblico in molti paesi). Questo chiama in causa un problema di rappresentanza che probabilemnte è stato il vero limite della sinistra negli ultimi decenni dello scorso secolo. 
3. sono d'accordo che in Italia il confronto con i limiti dei diritti si è tramutato in una frammentazione dei portatori di interesse e in buona sostanza con la generazione di regole ad hoc che hanno finito per portare a privilegi.
Scritto da elena granaglia, il 19-02-2011 17:14
Due punti di questo articolo mi hanno colpito in modo particolare, concernendo questioni sulle quali troppo poco si discute nel nostro paese, anche a sinistra. Da un lato, mi riferisco al trattamento dei doveri. Nel dibattito pubblico, i doveri sono oggi sempre più invocati (in uno schema mercantile) come corrispettivo dei diritti in capo al medesimo soggetto. Pure senza negare il ruolo della reciprocità, giustamente, Tamborini ci rammenta, invece, che la cittadinanza contempla anche uno schema alternativo. A fronte di un titolare di diritti, esiste anche un soggetto titolare del dovere di rendere esigibili i diritti stessi.  
 
Dall’altro lato, mi riferisco alla potenza delle due affermazioni secondo cui oggi ci troveremmo ad avere diritti senza risorse, la cui disponibilità, a sua volta, dipenderebbe da un mercato senza diritti. Queste due locuzioni dischiudono un programma di ricerca e politico assolutamente cruciale. Non possiamo disgiungere la riflessione sul disegno della redistribuzione (e del più complessivo welfare) da quello della crescita. Detto in altri termini, come cresciamo – con quali diritti e per quali finalità – incide profondamente sul disegno anche del welfare. Come efficacemente riassunto nel titolo di un articolo recente di Bart e Moene (2008), The Equality Multiplier, assetto dei mercati e assetto della spesa sociale devono, quanto meno in parte, essere una faccia della stessa medaglia.

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