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LAVORARE PIŁ A LUNGO PER UNA PENSIONE SOSTENIBILE E ADEGUATA. MA SE LO POTRANNO PERMETTERE TUTTI? E-mail
Welfare
di Laura Dragosei, Sergio Ginebri, Rosa Maria Lipsi
11 febbraio 2011
pensioniSecondo la stima dell’Istat1 la speranza di vita a 65 anni è stata nel 2009 di 18,2 anni per gli uomini e 21,9 anni per le donne, in media 20 anni. Nei prossimi quaranta anni dovrebbe aumentare anni di 4 anni.

Questo incremento si aggiungerebbe a quello registrato negli ultimi trenta anni, pari a 4,7 anni. Come conseguenza, nei prossimi decenni dovremmo assistere ad una rilevante variazione dell’indice di dipendenza: il rapporto tra individui con almeno 65 anni e individui in età lavorativa dovrebbe passare nei prossimi quaranta anni da 30,8 a 60,9.

Un tale rilevante aumento della speranza di vita degli anziani e del loro peso demografico pone problemi a qualsiasi sistema di assicurazione sulla vecchiaia. In particolare, ai sistemi pubblici gestiti “a ripartizione”, dove l’aumento dell’indice di dipendenza degli anziani accresce i pagamenti del sistema pensionistico a parità di entrate contributive.

Come sottolinea Michele Grillo2, ciò pone la necessitò “di adeguare il sistema pensionistico […] alle modifiche intervenute esogenamente nelle condizioni demografiche”. Le soluzioni possibili sono tre: o si aumenta il prelievo contributivo, oppure si modifica il meccanismo di calcolo delle nuove pensioni e, a parità di retribuzione, le si riduce, oppure si pospone l’età di pensionamento. A quest’ultima soluzione fa riferimento la Commissione europea3, che propone che il futuro beneficio di una vita più lunga sia proporzionalmente ripartito tra tempo di lavoro e tempo speso godendo della pensione. In pratica, considerando che attualmente circa un terzo della via adulta è speso usufruendo della pensione, la Commissione europea auspica che per ogni anno addizionale di vita attesa, otto mesi vengano spesi lavorando e quattro godendo della pensione.

Michele Grillo sembra propendere per una interpretazione estrema dell’indicazione della Commissione europea. Grillo considera “platealmente inadeguata” la “lenta gradualità” di adeguamento dell’età di pensionamento stabilita in alcuni paesi europei. La sua preferenza sembra andare ad “un aumento del limite di età coerente con la demografia”, che permetterebbe di ridurre il costo di lavoro unitario. In effetti, se l’aumento atteso della vita venisse in futuro destinato esclusivamente, o prevalentemente, ad un pari aumento degli anni di lavoro di ciascun individuo, aumenterebbero le entrate contributive del sistema di previdenza sociale a parità di uscite pensionistiche. Questa eccedenza di entrate potrebbe essere utilizzata per ridurre il prelievo contributivo per unità di lavoro e quindi il costo del lavoro. Si tratta evidentemente di una soluzione più radicale rispetto a quella della Commissione europea. Per ogni anno in più di vita attesa la Commissione europea consiglia di destinare otto mesi al lavoro aggiuntivo, Grillo sembra preferire 12 mesi interi di lavoro aggiuntivo.

In effetti, due provvedimenti recentemente adottati dal Parlamento italiano recepiscono pienamente l’indicazione europea e vanno nella direzione auspicata da Grillo: il nuovo regime della decorrenza delle pensioni, e l’adeguamento dei requisiti di età per il pensionamento alle variazioni della speranza di vita a 65 anni. Dal 2011 i lavoratori dipendenti dovranno attendere 12 mesi tra momento in cui maturano i requisiti di pensionamento e momento in cui la pensione effettivamente decorre. Per i lavoratori autonomi l’attesa è di 18 mesi. In secondo luogo, viene introdotto un legame automatico tra variazione della speranza di vita a 65 anni e requisito di età per il pensionamento di anzianità anagrafica e di vecchiaia. In base alle previsioni demografiche Istat 2007-2051 è possibile computare gli adeguamenti dei requisiti di anzianità riportati nella tabella allegata. In definitiva, per l’effetto combinato dei due provvedimenti, nel 2015 i dipendenti potranno andare in pensione di anzianità anagrafica a 62 anni e 3 mesi e in pensione di vecchiaia a 66 anni e 3 mesi. Nel 2049, l’età della pensione dovrebbe essere, sempre per i dipendenti, di 65 anni e 8 mesi per la pensione di anzianità anagrafica, e 69 anni e otto mesi nel caso della pensione di vecchiaia.

Ma il sistema pensionistico italiano conteneva già un meccanismo che lo adeguava all’allungamento della speranza di vita. Nel sistema di calcolo delle pensioni basato sui contributi, introdotto nel 1995, un incremento della speranza di vita dei pensionati determina la riduzione di uno dei parametri essenziali del sistema: il coefficiente di trasformazione. I coefficienti di trasformazione introdotti nella normativa pensionistica nel 1995 sono già stati adeguati e ridotti una volta, nel 2007. La riduzione è stata del 6-8%, a seconda delle età considerate. Nel 2009 il Parlamento ha stabilito che in futuro i coefficienti di trasformazione andranno adeguati triennalmente. Sulla base delle previsioni demografiche ISTAT 2007-2051 è possibile calcolare4 che nel 2049 i coefficienti di trasformazione saranno inferiori del 19-23% rispetto a quelli del 1995.

Apparentemente, la riforma pensionistica del 1995 sembra quindi aver già posto rimedio agli effetti finanziari dell’aumento della speranza di vita degli anziani: visto che i pensionati vivranno più a lungo, i trasferimenti verso ciascun pensionato saranno ridotti. Si tratta di un rimedio evidentemente drastico, che potenzialmente mette a repentaglio la adeguatezza sociale delle future pensioni, ma è indubbiamente un rimedio finanziariamente efficace. Ma se questo è vero, abbiamo reale bisogno di recepire l’indicazione della Commissione europea che suggerisce di aumentare l’età di pensionamento? La risposta a questa domanda è affermativa. Ne abbiamo bisogno perché l’allungamento della vita lavorativa sarà lo strumento principale che in futuro avranno gli individui per garantirsi pensioni adeguate. I lavoratori tenderanno a pensionarsi più tardi per libera scelta. Se non si aggiustasse l’età massima di pensionamento alla speranza di vita, verrebbe fortemente limitata questa restante modalità di garantirsi pensioni più adeguate.

L’adeguamento dell’età massima di pensionamento era quindi opportuna e auspicabile. Altri aspetti dei recenti provvedimenti in materia pensionistica, tuttavia, presentano aspetti critici. In primo luogo, non è stato ancora una volta perfezionato il meccanismo di revisione periodica dei coefficienti di trasformazione. I coefficienti dovrebbero essere assegnati non a tutti coloro che si pensionano dopo una certa data, ma a tutti gli appartenenti ad una certa coorte demografica. Solo così si garantirebbe la parità di trattamento tra individui e si eviterebbe l’incentivo ad anticipare, se possibile, la decisione di pensionamento nel periodo antecedente la revisione dei coefficienti.

In secondo luogo, oltre a legare età di pensionamento e speranza di vita, il Parlamento ha esteso i coefficienti di trasformazione oltre i 65 anni. I coefficienti introdotti nel 1995 e poi aggiornati nel 2007, infatti, coprono soltanto l’intervallo compreso tra i 57 e i 65 anni di età. Avendo adeguato il requisito dei 65 anni sia per effetto del nuovo regime di decorrenza che per la variazione della speranza di vita, era necessario introdurre coefficienti di trasformazione per le età superiori ai 65 anni. Il Parlamento, tuttavia, non ha provveduto ad una estensione dei coefficienti di trasformazione immediata e completa, cioè per tutti gli anni nell’intervallo 66-69. Al contrario, viene aggiunto il coefficiente di un singolo anno ogni qual volta l’incremento cumulato dei requisiti anagrafici supera i 12 mesi. L’estensione dei coefficienti è quindi ritardata e incompleta e questo implica che coloro che si pensioneranno per vecchiaia si vedranno applicare coefficienti di trasformazione non equi, cioè ridotti rispetto a quelli giustificati dalla loro età. Questo rappresenta un disparità di trattamento tra individui e una violazione rilevante del principio basilare del sistema contributivo: per ogni euro di contributi versati e rivalutati si riceverà un euro di pensione.

In terzo luogo, sarebbe stato necessario affrontare la questione ancora aperta dell’adeguatezza delle future pensioni dei lavoratori cosiddetti parasubordinati. Un intervento in questo senso diverrà presto o tardi inevitabile.

Infine, va sottolineata la mancata attenzione sia da parte della Commissione europea, sia da parte del Governo e del Parlamento italiano a una questione che viene ampiamente discussa da epidemiologi e demografi in diversi paesi5: l’incremento previsto della vita attesa a 65 anni non è necessariamente accompagnato da un incremento della vita attesa in buono stato di salute e in assenza di disabilità. In altre parole, l’innalzamento dell’età della pensione è praticabile a patto che i 4 anni aggiuntivi di vita attesa che gli anziani dovrebbero mediamente attendersi nei prossimi decenni siano anni di vita attiva, e non anni di salute precaria e ridotte capacità.

Affrontare esplicitamente la questione dello stato di salute atteso degli anziani è tanto più rilevante in quanto le evidenze mostrano che esistono rilevanti disparità sociali nel numero medio di anni di vita attesi e anche nello stato di salute degli individui. Chi ha un reddito inferiore alla media e chi è impiegato in lavori di tipo manuale mostra una speranza di vita notevolmente inferiore e condizioni di salute peggiori rispetto a chi ha redditi maggiori e a chi è impiegato in lavori non manuali6. Inoltre, esistono evidenze che fanno pensare che queste differenze sociali siano destinate ad allargarsi e non a ridursi nei prossimi decenni. Sarebbe quindi utile che la Commissione europea, e chiunque suggerisca o introduca nella normativa un aumento futuro dell’età pensionabile, non basi le sue analisi soltanto sui valori medi e affronti esplicitamente la questione delle differenze sociali della speranza di vita e nelle condizioni di salute e dei possibili strumenti che permettano di far fronte a quelle disparità sociali7.

In questa prospettiva e con riguardo alla nuova normativa italiana, una maggiore cautela nella variazione dell’età minima di pensionamento sarebbe stata auspicabile. Si poteva, infatti, variare l’età di pensionamento di vecchiaia, cioè il limite di età superiore per il pensionamento, lasciando invariata l’età di pensionamento di anzianità, cioè il limite di età inferiore per il pensionamento. In questo modo sarebbe stata anche recuperata la ampia flessibilità nella scelta dell’età del pensionamento che era una delle caratteristiche della riforma del 1995 e che è stata successivamente limitata. In definitiva, attualmente, per un lavoratore manuale che abbia iniziato a lavorare attorno ai venti anni e che abbia una ridotta speranza di vita, l’unica possibilità di accedere con qualche anticipo alla pensione sarà il pensionamento di anzianità contributiva, che richiede soltanto 40 anni di versamenti. Saggiamente quest’ultimo requisito non è stato modificato dal Parlamento.

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Requisiti di età previsti per il pensionamento di vecchiaia e di anzianità anagrafica dei lavoratori dipendenti



1. ISTAT, Primo rapporto sulla coesione sociale, 2010; ISTAT, Previsione demografica 2007-2051, scenario centrale.
2. nelMerito, 16 gennaio 2010.
3. European Commission, Green Paper toward adequate, sustainable and safe European pension systems, COM(2010)365, July 2010.
4. Laura Dragosei, Sergio Ginebri. Rosa Maria Lipsi, 2011, Le innovazioni della politica pensionistica: una valutazione quantitativa, relazione presentata al Convegno “La manovra finanziaria per il triennio 2011-2013”, Università di Roma Tre, 21 gennaio 2011.
5. Alicia H. Munnell, Mauricio Soto, Alex Golub-Sass, 2008, Will People Be Healthy Enough to Work Longer?, Center for Retirement Research at Boston College, Working paper 2008-11; Office for National Statistics, 2010, Pension Trends, in particular Chapter 3, Life expectancy and healthy ageing.
6. Per una valutazione delle differenze sociali di mortalità in Italia si veda Rosa Maria Lipsi e Cecilia Tomassini, 2009, Condizioni sociali e mortalità: prime indicazioni, in CNEL-CER, Modello previsionale della spesa pensionistica italiana.
7. Allo stato delle nostre conoscenze, la questione delle disparità sociali è scarsamente presente non solo nel libro verde ma anche in altri lavori di analisi e approfondimento predisposti dalle istituzioni europee: Commissione Europea, 2010, Joint Report on Pensions, European Economy, Occasional Papers 71; European Commission, Economic Policy Committee, 2009, The 2009 Aging Report, European Economy 2/2009.

  Commenti (2)
Abolire la pensione di anzianitą
Scritto da Riccardo Colombo, il 12-02-2011 09:40
L'articolo non propone un intervento possibile ed auspicabile: abolire le pensioni di anzianitą. Come mostra anche la tabella, se si mantengono le pensioni di anzianitą, si crerebbe una disparitą crescente tra lavoratori, in quanto via via che aumenta l'etą, diviene pił pesante lavorare e quindi pił iniquo il divario tra pensione di vecchiaia e quella di anzianitą. Inoltre nel futuro č probabile che la maggior parte dei lavoratori abbandonerą il lavoro con pensioni di vecchiaia, non foss'altro per le interruzioni nell'attivitą lavorativa e nel cambiamento di regimi pensionistici ( per esempio da dipendente a lavoratore subordinato e viceversa): i pensionati di anzianitą diventerebbero sempre pił dei privilegiati, appartenenti al mondo pubblico. Perchč poi non si parla mai dei lavoratori autonomi ? Non esistono in Italia ?
pensioni contributive ed etą pensionamen
Scritto da Fernando Di Nicola, il 11-02-2011 12:01
Gli autori, dopo aver opportunamente sottolineato le peculiaritą delle pensioni contributive ispirate alla capitalizzazione, stranamente non sono conseguenti e ripropongono le etą minime di pensionamento decise con criterio paternalistico per il bene del pensionando. Al di lą della contraddizione, che pare trarre spesso ispirazione dalle esigenze di cassa per il pagamento delle generose pensioni retributive del passato, ci si limita qui a ricordare il crescente disagio sociale di chi, perso il posto di lavoro e impossibilitato ad optare per una pensione contributiva, anche se ridotta e commisurata a quanto versato ed alle aspettative di vita, si ritrova senza stipendio e senza pensione. Con buona pace dell'approccio paternalistico.

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